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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 25 del 20-6-2018

N. 37 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 22 maggio 201

N. 37 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 22 maggio 2018 Ricorso per questione di legittimita' costituzionale depositato in cancelleria il 22 maggio 2018 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Miniere, cave e torbiere - Norme della Regione Veneto - Norme per la disciplina dell'attivita' di cava - Attivita' di cava - Coltivazione dei giacimenti di materiali di cava - Miglioramenti fondiari - Finalita' e contenuti del progetto di coltivazione - Procedimento di rilascio dell'autorizzazione - Termini per la coltivazione - Disposizioni in materia di coltivazioni di trachite nel Parco dei Colli Euganei. - Legge della Regione Veneto 16 marzo 2018, n. 13 (Norme per la disciplina dell'attivita' di cava), artt. 2, commi 2 e 3; 3; 8, comma 2, lettera g); 11, comma 5; 12, comma 4; e 32, comma 1, lettera c). (18C00131) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.25 del 20-6-2018

Ricorso ex art. 127 Cost. del Presidente del Consiglio dei
ministri pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale
dello Stato, presso i cui uffici domicilia in Roma, alla via dei
Portoghesi n. 12,
Contro la Regione Veneto, in persona del Presidente della Giunta
Regionale in carica, con sede in Venezia, Sestiere Dorsoduro, 3901;
Per la dichiarazione di illegittimita' costituzionale degli
articoli 2, commi 2 e 3; art. 3; art. 8, comma 2, lett. g); art. 11,
comma 5; art. 12, comma 4 e dell'art. 32, comma 1, lett. c), della
legge Regione Veneto 16 marzo 2018, n. 13, intitolata «Norme per la
disciplina dell'attivita' di cava», pubblicata nel Bollettino
Ufficiale della Regione Veneto n. 27, del 16 marzo 2018, per
violazione dell'art. 117, primo comma e secondo comma, lett. s),
della Costituzione, in riferimento al decreto legislativo n. 152 del
2006 (articoli 6, comma 6, 7-bis, comma 3, 19, 27-bis, 183, comma 1,
lett. a), 184-bis, 184-ter e Allegato IV), alla legge n. 241 del 1990
(art. 14, comma 4), nonche' alla legge n. 296 del 2006 (art. 1, comma
1226) e al decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997
(articoli 4 e 6 ) e al decreto ministeriale 17 ottobre 2007 (art. 5).
E cio' a seguito ed in forza della delibera di impugnativa
assunta dal Consiglio dei ministri nella seduta dell'8 maggio 2018.

Fatto

La legge Regione Veneto 16 marzo 2018, n. 13, intitolata «Norme
per la disciplina dell'attivita' di cava» e pubblicata nel Bollettino
Ufficiale della Regione Veneto n. 27, del 16 marzo 2018, dispone,
all'art. 2, comma 2, che «La coltivazione comprende l'estrazione del
materiale del giacimento, l'eventuale prima lavorazione dei materiali
estratti, la gestione dei materiali equiparabili a quelli di cava
derivanti da scavi per la realizzazione di opere pubbliche e private
e la ricomposizione ambientale della cava», al comma 3, che «La
coltivazione dei giacimenti di materiale di cava e' subordinata al
rilascio dell'autorizzazione all'attivita' di cava».
All'art. 3, la legge regionale in esame prevede che «Ai
miglioramenti fondiari con volume di materiale di risulta,
industrialmente utilizzabile, superiore a 5.000 metri cubi per ettaro
di superficie di scavo, si applichi la disciplina prevista per
l'attivita' di cava. La Giunta regionale, entro 365 giorni
dall'entrata in vigore della presente legge, fissa procedure e
criteri per l'autorizzazione dei miglioramenti fondiari con volume di
materiale di risulta, industrialmente utilizzabile, inferiore a 5.000
metri cubi per ettaro, escludendo in ogni caso interventi che
interessino la falda freatica. A tale fattispecie si applica il comma
2, dell'art. 19. Nella pianificazione dell'attivita' di cava si tiene
conto anche dei volumi di materiale estratto e utilizzato
industrialmente, proveniente dai miglioramenti fondiari».
La legge regionale in esame prevede, inoltre, all'art. 8, comma
2, lett. g), che «Il progetto di coltivazione, redatto in conformita'
alla disciplina vigente e tenendo conto delle finalita' di
salvaguardia ambientale, deve essere sottoscritto da un tecnico
professionista abilitato e deve contenere: la documentazione
costituente esito della procedura di cui alla legge regionale 18
febbraio 2016, n. 4 "Disposizioni in materia di Valutazione di
Impatto Ambientale e di competenze in materia di autorizzazione
integrata ambientale" e successive modificazioni».
- L'art. 11, comma 5, della predetta legge regionale, altresi',
stabilisce che «l'autorizzazione costituisce titolo unico per la
coltivazione del giacimento e tiene luogo di ogni altro atto di
autorizzazione, nulla osta o assenso comunque denominato per
l'esercizio della attivita' di cava previsto dalla normativa
vigente».
- All'art. 12, comma 4, della legge regionale e' previsto che «La
proroga dei termini stabiliti dall'autorizzazione, motivata
dall'utilizzo nel ciclo produttivo della cava di materiali
equiparabili ai materiali di cava e provenienti da opere
infrastrutturali d'interesse regionale con movimentazione di
materiale per volumi superiori a 500.000 mc, non e' soggetta alle
limitazioni di cui al comma 3».
Inoltre, la legge regionale in esame, all'art. 32, comma 1, lett.
c) dispone che «all'interno del Parco regionale dei Colli Euganei
(...) possono essere autorizzate, anche a titolo di sperimentazione
operativa, attivita' di cava per l'estrazione di trachite, in deroga
alle limitazioni contenute nel Piano Ambientale e nel Progetto
Tematico Cave, nel rispetto», tra le altre, della condizione che
«l'intervento proposto si configuri come modifica e/o ampliamento di
cave in attivita' alla data di emanazione del decreto ministeriale 17
ottobre 2007 «Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di
conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a
Zone di protezione speciale (ZPS)» e sul progetto si esprimano
favorevolmente il comune territorialmente interessato e l'Ente Parco
Colli Euganei.
Le disposizioni della legge regionale summenzionate sono
costituzionalmente illegittime e, giusta determinazione assunta dal
Consiglio dei ministri nella seduta dell'8 maggio 2018, sono
impugnate per i seguenti

Motivi di diritto

1) - Illegittimita' costituzionale degli articoli 2, commi 2 e 3, e
3, della legge Regione Veneto n. 13 del 2018, per violazione
dell'art. 117, secondo comma lett. s) della costituzione, in
riferimento al decreto legislativo n. 152/2006 e in particolare del
combinato disposto degli articoli 183, comma 1, lett. a), 184-bis e
184-ter.
L'art. 2 della legge regionale in esame, come si e' detto,
dispone quanto segue:
«1. - Ai fini della presente legge, costituiscono attivita' di
cava i lavori di coltivazione dei giacimenti formati da materiali,
industrialmente utilizzabili, classificati di seconda categoria dal
terzo comma dell'art. 2 del regio decreto 29 luglio 1927, n. 1443
«Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la
coltivazione delle miniere nel Regno» e successive modificazioni;
2. - La coltivazione comprende l'estrazione del materiale del
giacimento, l'eventuale prima lavorazione dei materiali estratti, la
gestione dei materiali equiparabili a quelli di cava derivanti da
scavi per la realizzazione di opere pubbliche e private e la
ricomposizione ambientale della cava;
3. - La coltivazione dei giacimenti di materiale di cava e'
subordinata al rilascio dell'autorizzazione all'attivita' di cava».
Il comma 2 appena riportato, come si vede, definisce la
«coltivazione» in modo tale da ricomprendervi anche «la gestione dei
materiali equiparabili a quelli di cava derivanti da scavi per la
realizzazione di opere pubbliche e private e la ricomposizione
ambientale della cava», mentre il comma 3 subordina l'attivita' di
coltivazione, cosi' definita, esclusivamente «al rilascio
dell'autorizzazione all'attivita' di cava».
Orbene, le richiamate norme presentano profili di illegittimita'
costituzionale.
In particolare, si deve evidenziare come la gestione dei
materiali da scavo sia sottoposta alla disciplina dettata dalla Parte
IV del decreto legislativo n. 152 del 2006, trattandosi di rifiuti ai
sensi dell'art. 183, comma 1, lett. a), a meno che non sussistano le
condizioni di cui all'art. 184-bis, comma 1, del decreto legislativo
n. 152 del 2006, e del decreto del Presidente della Repubblica n. 120
del 2017, adottato in attuazione dell'art. 8 del decreto-legge n. 133
del 2014, perche' i residui in questione possano essere considerati
"sottoprodotti". Acquisita la qualifica di rifiuto, del resto, i
residui in questione possono perderla soltanto per effetto
dell'applicazione dell'istituto di cui all'art. 184-ter del decreto
legislativo n. 152 del 2006, c.d. «fine rifiuto» (end of waste).
In tale prospettiva, giova rilevare come costituisca principio
reiteratamente affermato nella giurisprudenza di codesta Ecc.ma Corte
quello per cui la disciplina dello smaltimento delle terre e rocce da
scavo interviene in materia di legislazione statale esclusiva, ai
sensi dell'art. 117, comma secondo, lettera s) della costituzione.
Difatti, codesta Ecc.ma Corte ha avuto modo di affermare piu'
volte che «la disciplina delle procedure per lo smaltimento delle
rocce e terre da scavo attiene al trattamento dei residui di
produzione ed e' percio' da ascriversi alla "tutela dell'ambiente",
affidata in via esclusiva alle competenze dello Stato, affinche'
siano garantiti livelli di tutela uniformi su tutto il territorio
nazionale». Pertanto, «in materia di smaltimento delle rocce e terre
da scavo non residua alcuna competenza - neppure di carattere
suppletivo e cedevole - in capo alle Regioni e alle Province autonome
in vista della semplificazione delle procedure da applicarsi ai
cantieri di piccole dimensioni» (cosi' la sentenza n. 269 del 2014;
nello stesso senso, sentenze nn. 232 del 2014; n. 70 del 2014; n. 300
del 2013).
Di conseguenza, atteso che l'art. 2, comma 2 e 3, della legge
regionale impugnata mira a sottrarre la gestione dei materiali da
scavo dalla disciplina dei rifiuti dettata dal legislatore statale
con il decreto legislativo 152 del 2006 senza che ne sussistano le
condizioni, risulta evidente come tale disposizione si ponga in
palese contrasto con la competenza esclusiva statale di cui all'art.
117, secondo comma, lett. s), della costituzione.
Peraltro, occorre sottolineare come le medesime censure in tema
di illegittimita' costituzionale riguardino l'art. 3 della legge
regionale citata.
- L'art. 3 della legge della Regione Veneto n. 13 del 2018 in
esame prevede che «ai miglioramenti fondiari con volume di materiale
di risulta, industrialmente utilizzabile, superiore a 5.000 metri
cubi per ettaro di superficie di scavo, si applica la disciplina
prevista per l'attivita' di cava». Tale disposizione, nella misura in
cui estende all'attivita' dei miglioramenti fondiari con materiale di
risulta la disciplina dell'attivita' di cava, determina un effetto di
«sottrazione» della prima dalla disciplina dei rifiuti identico a
quello sopra evidenziato.
Infine, anche il successivo comma 2 e' gravato dalle medesime
ragioni di illegittimita' costituzionale. Tale disposizione prevede
che «la Giunta regionale, entro 365 giorni dall'entrata in vigore
della presente legge, fissa procedure e criteri per l'autorizzazione
dei miglioramenti fondiari con volume di materiale di risulta,
industrialmente utilizzabile, inferiore a 5.000 metri cubi per
ettaro, escludendo in ogni caso interventi che interessino la falda
freatica». Anche tale disposizione, prefigurando un sistema che si
suppone semplificato rispetto quello concernente alle attivita' che
riguardano volumetrie maggiori, determina l'effetto di sottrarre la
gestione dei materiali suddetti dalla disciplina dei rifiuti.
Difatti, i materiali derivanti da costruzione e demolizione (c.d.
materiali di risulta) sono espressamente elencati dall'art. 184,
comma 3, lett. b) del decreto legislativo n. 152/2006 nell'ambito dei
rifiuti speciali.
In tale ottica, atteso che secondo la costante giurisprudenza
costituzionale la disciplina della gestione dei rifiuti rientra nella
materia della tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, riservata alla
competenza esclusiva dello Stato (ex multis, Corte cost., sent. n.
154/2016; Corte cost., sent. n. 101/2016), l'art. 3 della legge
Regione Veneto n. 13/2018 si pone in manifesto contrasto con l'art.
117, comma secondo, lett. s), della costituzione.
2. - Illegittimita' costituzionale dell'art. 8, comma 2, lett. g),
della legge Regione Veneto n. 13 del 2018, per violazione dell'art.
117, secondo comma lett. s) della costituzione, in riferimento
dell'art. 27-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006.
- L'art. 8, comma 2, lett. g), della legge regionale in esame
stabilisce che «Il progetto di coltivazione, redatto in conformita'
alla disciplina vigente e tenendo conto delle finalita' di
salvaguardia ambientale, deve essere sottoscritto da un tecnico
professionista abilitato e deve contenere: la documentazione
costituente esito della procedura di cui alla legge regionale 18
febbraio 2016, n. 4 "Disposizioni in materia di Valutazione di
Impatto Ambientale e di competenze in materia di autorizzazione
integrata ambientale" e successive modificazioni».
Anche tale disposizione presenta profili di illegittimita'
costituzionale.
Nello specifico, si deve rilevare come la citata norma, pur
presentandosi come generica, farebbe presupporre che la procedura di
VIA sia stata gia' espletata prima dell'autorizzazione e che
rappresenti quindi una procedura propedeutica, antecedente e distinta
dall'autorizzazione.
In tale prospettiva, occorre evidenziare come la norma regionale
venga a porsi in contrasto con quanto previsto dal comma 7 dell'art.
27-bis del citato decreto legislativo n. 152/2006, in base al quale
«la determinazione motivata di conclusione della conferenza di
servizi costituisce il provvedimento autorizzatorio unico regionale e
comprende il provvedimento di VIA e i titoli abilitativi rilasciati
per la realizzazione e l'esercizio del progetto, recandone
l'indicazione esplicita. Resta fermo che la decisione di concedere i
titoli abilitativi di cui al periodo precedente e' assunta sulla base
del provvedimento di VIA, adottato in conformita' all'art. 25, commi
1, 3, 4, 5 e 6, del presente decreto».
Orbene, come noto, secondo il costante orientamento
giurisprudenziale di codesta Ecc.ma Corte costituzionale, «la materia
che viene in rilievo nella normativa sulla valutazione d'impatto
ambientale e' quella della tutela dell'ambiente, di competenza
esclusiva dello Stato ai sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera
s), Cost.» (ex multis, sentenze nn. 667/2010, 1/2010, 234/2009 e
225/2009).
Di conseguenza, l'art. 8, comma 2, lett. g), della legge Regione
Veneto n. 13/2018, discostandosi da quanto previsto dalla normativa
statale in materia di valutazione di impatto ambientale, viola l'art.
117, comma 2, lett. s) della costituzione e, dunque, deve essere
dichiarato illegittimo.
3. - Illegittimita' costituzionale dell'art. 11, comma 5, della legge
Regione Veneto n. 13 del 2018, per violazione dell'art. 117, secondo
comma lett. s) della costituzione, in riferimento all'art. 27-bis del
decreto legislativo n. 152 del 2006 e dell'art. 14, comma 4, della
legge n. 241 del 1990.
- L'art. 11, comma 5, dispone che «l'autorizzazione costituisce
titolo unico per la coltivazione del giacimento e tiene luogo di ogni
altro atto di autorizzazione, nulla osta o assenso comunque
denominato per l'esercizio della attivita' di cava previsto dalla
normativa vigente».
Anche tale disposizione presenta aspetti di illegittimita'
costituzionale.
In particolare, la descritta norma, nella misura in cui si
applica alle attivita' di cava soggette a valutazione di impatto
ambientale (VIA) e riguarda anche quest'ultima, si pone in contrasto
con le previsioni del sopracitato comma 7 dell'art. 27-bis del
decreto legislativo n. 152/2006, in base al quale: a) il
provvedimento autorizzatorio unico regionale che conclude il
procedimento di VIA regionale rappresenta l'autorizzazione alla
realizzazione e all'esercizio del progetto; b) la decisione di
concedere il titolo abilitativo deve essere assunta sulla base del
provvedimento di VIA.
Peraltro, quanto previsto dall'art. 27-bis risulta confermato
anche dall'art. 14, comma 4, della legge n. 241 del 1990 (come
modificato dal decreto legislativo n. 104 del 2017), il quale prevede
che «Qualora un progetto sia sottoposto a valutazione di impatto
ambientale di competenza regionale, tutte le autorizzazioni, intese,
concessioni, licenze, pareri, concerti, nulla osta e assensi comunque
denominati, necessari alla realizzazione e all'esercizio del medesimo
progetto, vengono acquisiti nell'ambito di apposita conferenza di
servizi, convocata in modalita' sincrona ai sensi dell'art. 14-ter,
secondo quanto previsto dall'art. 27-bis del decreto legislativo 3
aprile 2006, n. 152».
Ebbene, risulta evidente come l'art. 11, comma 5, della legge
Regione Veneto n. 13 del 2018, ponendosi in contrasto con la
normativa dettata dal legislatore statale in materia di VIA - la
quale, come sopra ricordato, viene ricondotta alla competenza
esclusiva statale - viola l'art. 117, comma secondo, lett. s) della
Costituzione.
4. - Illegittimita' costituzionale dell'art. 12, comma 4, della legge
Regione Veneto n. 13 del 2018, per violazione dell'art. 117, primo
comma e secondo comma lett. s) della costituzione, in riferimento
agli articoli 6, comma 6, 7-bis, comma 3, e 19, nonche' dell'Allegato
IV, del decreto legislativo n. 152 del 2006.
- L'art. 12, comma 4, della legge regionale dispone che «La
proroga dei termini stabiliti dall'autorizzazione, motivata
dall'utilizzo nel ciclo produttivo della cava di materiali
equiparabili ai materiali di cava e provenienti da opere
infrastrutturali d'interesse regionale con movimentazione di
materiale per volumi superiori a 500.000 mc, non e' soggetta alle
limitazioni di cui al comma 3».
Tale previsione si palesa come costituzionalmente illegittima.
Nello specifico, si deve evidenziare come la descritta
disposizione regionale, introducendo una fattispecie di proroga sine
die dei termini stabiliti dall'autorizzazione alla coltivazione della
cava, stabilisca una posticipazione della durata dell'autorizzazione
all'attivita' di cava per un tempo che, non essendo assolutamente
determinato ne' determinabile, non puo' non ritenersi incongruo e
irragionevole.
Datti, in ogni rapporto di durata si pone come inevitabile
l'esigenza di un controllo ad tempus circa il permanere delle
condizioni, soggettive ed oggettive, di legittimazione, in rapporto
al (possibile) mutamento del quadro fattuale e normativo nel
frattempo intervenuto.
Invece, la norma regionale impugnata prevede una disciplina di
eccezionale prorogatio destinata a surrogare, ex lege ed in forma
automatica, i controlli tipici dei procedimenti amministrativi di
rinnovo delle autorizzazioni alla coltivazione delle cave.
Sul punto, giova ricordare come codesta Ecc.ma Corte
costituzionale abbia avuto modo di affermare che «Attraverso la
previsione di un meccanismo legale che si limita, nella sostanza, ad
introdurre una "proroga di diritto" per le autorizzazioni
all'esercizio di cave rilasciate dal Distretto minerario, la delibera
legislativa impugnata si sostituisce al provvedimento amministrativo
di rinnovo, eludendo, quindi, non soltanto l'osservanza della
relativa procedura gia' normativamente prevista, ma anche - e
soprattutto - le garanzie sostanziali che quel procedimento mira ad
assicurare, nel rispetto degli ambiti di competenza legislativa
stabiliti dalla costituzione (sul punto, la sentenza n. 271 del
2008). Garanzie che, nella specie, riposano, appunto, sulla
necessita' di verificare se l'attivita' estrattiva a suo tempo
assentita risulti ancora aderente allo stato di fatto e di diritto
esistente al momento della "Proroga" o del "rinnovo" del
provvedimento di autorizzazione», con la conseguenza che «eludere in
via legislativa la prevista procedura amministrativa di rinnovo
equivarrebbe a rinunciare al controllo amministrativo dei requisiti
che, medio tempore, potrebbero essersi modificati o essere venuti
meno, con esclusione, peraltro, di qualsiasi sindacato in sede
giurisdizionale comune» (Corte cost., sent. n. 67/2010).
Peraltro, codesta Ecc.ma Corte costituzionale ha rammentato come,
in materia di autorizzazioni «postume», la Corte di giustizia europea
appaia ispirata a criteri particolarmente rigorosi (sentenza 3 luglio
2008, procedimento C-215/06), avendo ribadito che, «a livello di
processo decisionale e' necessario che l'autorita' competente tenga
conto il prima possibile delle eventuali ripercussioni sull'ambiente
di tutti i processi tecnici di programmazione e di decisione, dato
che l'obiettivo consiste nell'evitare fin dall'inizio inquinamenti ed
altre perturbazioni, piuttosto che nel combatterne successivamente
gli effetti».
Ebbene, si deve sottolineare come tale esigenza risulti di
difficile coesistenza con un sistema - come quello configurato dalla
norma regionale in esame - che, alla scadenza del provvedimento
autorizzatorio, in luogo di una «nuova» autorizzazione (o di un
«rinnovo» della precedente), sostituisce ex lege la perdurante
validita' del vecchio titolo, senza possibilita' di verificare se, a
causa dell'esercizio della relativa (e legittima) attivita', possa
essersi cagionato o meno un danno per l'ambiente.
Difatti, risulta evidente come la proroga di cui all'art. 12,
comma 4 della legge Regione Veneto n. 13 del 2018 consenta in
particolare di eludere la necessita' di procedere alla effettuazione
di una nuova verifica di assoggettabilita' a VIA, che invece e'
necessaria per le attivita' di cava, come sancito dal legislatore
statale in base al combinato disposto degli articoli 6, comma 6,
7-bis, comma 3, e 19 del decreto legislativo n. 152 del 2006, nonche'
in base alla lett. i) dell'Allegato IV alla Parte seconda del
medesimo.
Per tali motivi, l'art. 12, comma 4 della legge regionale in
esame, ponendosi in contrasto con la normativa nazionale vigente e
con i principi comunitari di settore - come declinati dalla
summenzionata sentenza della Corte di Giustizia - viola l'art. 117
Cost., primo comma, che impone alla Regione il rispetto degli
obblighi comunitari, nonche' il comma 2, lett. s), ai sensi del quale
lo Stato ha legislazione esclusiva in materia di «tutela
dell'ambiente e dell'ecosistema».
5. - Illegittimita' costituzionale dell'art. 32, comma 1, lett. c),
della legge Regione Veneto n. 13 del 2018, per violazione dell'art.
117, secondo comma lett. s) della costituzione, in riferimento
all'art. 1, comma 1226, della legge n. 296 del 2006, agli articoli 4
e 6 del decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997 e
all'art. 5 del decreto ministeriale 17 ottobre 2007 (Criteri minimi
uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a
Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale
(ZPS)).
- L'art. 32, rubricato «Disposizione in materia di coltivazioni
di trachite nel Parco dei Colli Euganei», prevede, al primo comma,
che «all'interno del Parco regionale dei Colli Euganei (...) possono
essere autorizzate, anche a titolo di sperimentazione operativa,
attivita' di cava per l'estrazione di trachite, in deroga alle
limitazioni contenute nel Piano Ambientale e nel Progetto Tematico
Cave, nel rispetto», tra le altre, della seguente condizione
stabilita dalla lett. c), ovvero che «l'intervento proposto si
configuri come modifica e/o ampliamento di cave in attivita' alla
data di emanazione del decreto ministeriale 17 ottobre 2007 "Criteri
minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione
relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di
protezione speciale (ZPS)" e sul progetto si esprimano favorevolmente
il Comune territorialmente interessato e l'Ente Parco Colli Euganei».
Tale previsione si presenta in evidente contrasto con il seguente
quadro normativo di origine statale.
In primo luogo, assumono particolare rilievo gli articoli 4 e 6
del decreto del Presidente della Repubblica 357 del 1997, concernenti
le misure di conservazione e le zone di protezione speciale
nell'ambito dell'attuazione delle misure previste dalla direttiva
92/43/CEE «Habitat» relativa alla conservazione degli habitat
naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, ai
fini della salvaguardia della biodiversita'.
Successivamente, proprio in tema di misure di conservazione e di
zone di protezione speciale, e' intervenuto l'art. 1, comma 1226,
della legge n. 296 del 2006, ai sensi del quale «Al fine di prevenire
ulteriori procedure di infrazione, le regioni e le province autonome
di Trento e di Bolzano devono provvedere agli adempimenti previsti
dagli articoli 4 e 6 del regolamento di cui al decreto del Presidente
della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357, e successive
modificazioni, o al loro completamento, entro tre mesi dalla data di
entrata in vigore della presente legge, sulla base di criteri minimi
uniformi definiti con apposito decreto del Ministro dell'ambiente e
della tutela del territorio e del mare».
Quest'ultima disposizione veniva, infine, attuata dal decreto
ministeriale 17 ottobre 2007, contenente i «Criteri minimi uniformi
per la definizione di misure di conservazione relative a Zone
speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale
(ZPS)» (Gazzetta Ufficiale 6 novembre 2007, n. 258).
Nello specifico, l'art. 5, lett. n), di tale decreto ministeriale
ha vietato l'«apertura di nuove cave e ampliamento di quelle
esistenti, ad eccezione di quelle previste negli strumenti di
pianificazione generali e di settore vigenti alla data di emanazione
del presente atto o che verranno approvati entro il periodo di
transizione, prevedendo altresi' che il recupero finale delle aree
interessate dall'attivita' estrattiva sia realizzato a fini
naturalistici e a condizione che sia conseguita la positiva
valutazione di incidenza dei singoli progetti ovvero degli strumenti
di pianificazione generali e di settore di riferimento
dell'intervento; in via transitoria, per 18 mesi dalla data di
emanazione del presente atto, in carenza di strumenti di
pianificazione o nelle more di valutazione d'incidenza dei medesimi,
e' consentito l'ampliamento delle cave in atto, a condizione che sia
conseguita la positiva valutazione d'incidenza dei singoli progetti,
fermo restando l'obbligo di recupero finale delle aree a fini
naturalistici; sono fatti salvi i progetti di cava gia' sottoposti a
procedura di valutazione d'incidenza, in conformita' agli strumenti
di pianificazione vigenti e sempreche' l'attivita' estrattiva sia
stata orientata a fini naturalistici».
Ebbene, nonostante il prescritto divieto, l'art. 32, comma 1,
lett. c) della legge regionale impugnata garantisce la possibilita'
generica di modifica e/o ampliamento di cave esistenti al momento di
emanazione del decreto ministeriale «Criteri Minimi», senza in alcun
modo limitare tale possibilita' secondo quanto invece imposto dalla
norma nazionale.
In tale prospettiva, tenuto in debita considerazione il fatto che
le norme del summenzionato decreto sono state stabilite dallo Stato
nell'esercizio della propria competenza esclusiva in materia di
«tutela dell'ambiente e dell'ecosistema», risulta evidente come la
descritta disposizione regionale violi l'art. 117, comma secondo,
lett. s) della costituzione.



 

 


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