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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 25 del 25-1-1969

N. 1 SENTENZA 15 - 24 gennaio 196

N. 1 SENTENZA 15 - 24 gennaio 1969 N. 1 SENTENZA 15 GENNAIO 1969 Deposito in cancelleria: 24 gennaio 1969. Pubblicazione in "Gazz. Uff.le" n. 25 del 29 gennaio 1969. Pres. SANDULLI - Rel. CRISAFULLI Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale - Presupposti processuali del giudizio a quo - Sussistenza - Insindacabilita' - Fattispecie - Codice procedura penale, art. 571, primo comma - Competenza a conoscere delle istanze di riparazione degli errori giudiziari. Riparazione degli errori giudiziari - Codice procedura penale, art. 571, primo comma, modificato dall'art. 1 della legge 23 maggio 1960, n. 504 - Violazione dell'art. 24, ultimo comma, della Costituzione - Insussistenza - Esclusione di illegittimita' costituzionale. Riparazione degli errori giudiziari - Costituzione, art. 24, ultimo comma - Interpretazione - Rapporto con il principio della tutela dei diritti inviolabili dell'uomo - Portata innovatrice rispetto alla precedente legislazione. (Codice procedura penale, art. 571). Riparazione degli errori giudiziari - Costituzione, art. 24, ultimo comma - Attuazione legislativa parziale quanto meno per gli aspetti strumentali - Condizioni di legittimita' - Possibilita' che l'istituto si estenda anche ad ipotesi diverse da quella regolata - Eventuale dichiarazione di illegittimita' della legge di attuazione per il solo fatto della sua parziarieta' - Conseguente vuoto incolmabile in sede interpretativa. Riparazione degli errori giudiziari - Costituzione, art. 24, ultimo comma - Incertezza sulla nozione accolta di errore giudiziario - Attuazione legislativa anche per gli elementi sostanziali dell'istituto - Necessita'. (069C0001) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.25 del 25-1-1969

ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 571, primo
comma, del Codice di procedura penale, modificato dall'art. 1 della
legge 23 maggio 1960, n. 504, e delle disposizioni conseguenti,
promosso con ordinanza emessa il 15 dicembre 1966 dal tribunale di
Milano nel procedimento civile vertente tra Gazzola Ezio ed il
Ministero di grazia e giustizia, iscritta al n. 23 del Registro
ordinanze 1967 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
n. 64 dell'11 marzo 1967.
Visti gli atti di costituzione di Gazzola Ezio e del Ministero di
grazia e giustizia e l'atto di intervento del Presidente del Consiglio
dei Ministri;
udita nell'udienza pubblica del 20 novembre 1968 la relazione del
Giudice Vezio Crisafulli;
uditi gli avvocati Alfredo Spadaro e Mario Guttiers, per il
Gazzola, ed il sostituto avvocato generale dello Stato Francesco Agro',
per il Ministro di grazia e giustizia e per il Presidente del Consiglio
dei Ministri.
Ritenuto in fatto:
1. - Nel corso di un procedimento civile promosso da Gazzola Ezio
nei confronti del Ministero di grazia e giustizia il tribunale di
Milano ha sollevato d'ufficio, con ordinanza emessa il 15 dicembre
1966, questione di legittimita' costituzionale relativamente all'art.
571, primo comma, del Codice di procedura penale, cosi' come modificato
dall'art. 1 della legge 23 maggio 1960, n. 504, ed alle disposizioni
conseguenti per contrasto con l'art. 24, quarto comma, della
Costituzione.
L'ordinanza espone che l'attore, imputato del delitto di
favoreggiamento alla prostituzione pluriaggravato (artt. 3, n. 8, 4, n.
2, e 7 della legge 20 febbraio 1958, n. 75), fu colpito da mandato di
cattura emesso dal giudice istruttore presso il tribunale di Milano,
successivamente scarcerato per concessione della liberta' provvisoria e
quindi assolto in dibattimento dallo stesso tribunale perche' il fatto
non sussiste, con sentenza in data 27 ottobre 1965, divenuta
irrevocabile, che ha posto in rilievo che egli aveva "scontato a
seguito di un mandato di cattura, che non doveva assolutamente essere
emesso, cinque mesi di carcere preventivo che possono arrecare ad un
uomo un danno incalcolabile" e che, nella specie, si trattava di una
ipotesi estrema di errore giudiziario, per la "patologica
interpretazione della norma giuridica". Il Ministero di grazia e
giustizia, convenuto nel giudizio de quo per la condanna al pagamento
di una somma a titolo di riparazione per la carcerazione sofferta, ha
opposto che, allo stato attuale della legislazione (art. 571 del Cod.
proc. pen. modificato dalla legge 23 maggio 1960, n. 504), il diritto
alla riparazione e' riconosciuto alle vittime degli errori giudiziari
soltanto nel caso in cui il soggetto sia stato condannato con sentenza
divenuta irrevocabile e successivamente la sua non colpevolezza sia
stata riconosciuta in sede di revisione, mentre rimane escluso in ogni
altra ipotesi.
Cio' premesso, per quanto riguarda la non manifesta infondatezza
della questione sollevata, il tribunale esprime le considerazioni che
seguono:
a) L'art. 24, ultimo comma, della Costituzione assicurerebbe al
cittadino vittima di errori giudiziari un vero e proprio diritto
soggettivo ad una "riparazione", intesa questa non come integrale
risarcimento del danno sofferto, ma come un indennizzo per atto
legittimo indipendentemente da ogni indagine sulla colpa del
giudicante: per conseguenza, l'interessato puo' agire innanzi al
giudice ordinario per la tutela di questo diritto direttamente
riconosciutogli dal precetto costituzionale. La tesi sostenuta dalla
Corte suprema di cassazione (Sez. un. civ., 30 giugno 1960, n. 1722)
circa la manifesta infondatezza della questione di legittimita'
costituzionale relativa al vecchio testo dell'art. 571 del Cod. proc.
pen. e basata sulla asserita natura programmatica e non precettiva
della norma di cui all'art. 24 della Costituzione sarebbe, invece, da
disattendere secondo il reiterato insegnamento della Corte
costituzionale, per il quale la distinzione fra norme precettive e
norme programmatiche "non e' decisiva nei giudizi di legittimita'
costituzionale, potendo la illegittimita' costituzionale di una legge
derivare, in determinati casi, anche dalla sua non conciliabilita' con
norme che si dicono programmatiche" posto che, a parte quelle norme
costituzionali che "si limitano a tracciare programmi generici di
incerta e futura attuazione", non puo' contestarsi l'esistenza di norme
programmatiche "le quali fissano principi fondamentali, che anche essi
si riverberano sulla intera legislazione" (Corte cost., 14 giugno 1956,
n. 1). Nel caso in esame non sembrerebbe dubbio che il quarto comma
dell'art. 24 della Costituzione, stabilisca un principio fondamentale,
come risulterebbe dalla sua collocazione fra le norme riguardanti "i
diritti e doveri dei cittadini" e dal rapporto con le disposizioni
contenute negli altri commi dello stesso articolo, per le quali non si
e' mai dubitato che costituiscono vincoli precisi per il legislatore.
b) Il rinvio operato dall'art. 24, quarto comma, della
Costituzione, alla legge ordinaria abiliterebbe quest'ultima a regolare
esclusivamente le "condizioni" e i "modi" per l'esercizio del diritto
alla riparazione degli errori giudiziari: vale a dire,
esemplificativamente, limiti di tempo per la proposizione della
domanda, riconoscimento con pronuncia giudiziale della sussistenza
dell'errore, ovvero forma e misura della riparazione, competenza e
procedura; ma non anche i presupposti per l'esistenza del diritto, e
cioe' il concetto di "errore giudiziario", che non potrebbe quindi
essere ristretto, ammettendosi il diritto in questione soltanto per
alcuni errori e non per altri.
c) Costituirebbe "errore giudiziario" ogni provvedimento
giurisdizionale che privi il cittadino di uno dei suoi diritti
fondamentali (ad esempio, della liberta' personale e dei beni) e che
sia successivamente riconosciuto erroneo da altro, e definitivo,
provvedimento giurisdizionale, senza che vi sia motivo per tracciare
una distinzione fra i provvedimenti emessi nella forma della sentenza e
quelli emessi in forma diversa come il mandato o l'ordine di cattura,
e, nell'ambito delle sentenze, fra quelle irrevocabili ai sensi
dell'art. 576 del Cod. proc. pen. e le altre: del resto, l'art. 111,
secondo comma, della Costituzione, a maggiore tutela della liberta'
personale, parifica quanto ad impugnabilita' le sentenze ai
"provvedimenti sulla liberta' personale".
d) L'art. 571 del Cod. proc. pen., nel testo modificato dalla legge
23 maggio 1960, n. 504, riservando il diritto alla riparazione solo a
"chi e' stato assolto, in sede di revisione, per effetto della sentenza
della Corte di cassazione o del giudice di rinvio" limita il diritto
stesso al caso che l'errore giudiziario sia stato commesso in una
sentenza irrevocabile di condanna (art. 576 del Cod. proc. pen.) e
riconosciuto poi attraverso un giudizio di revisione, mentre non
sarebbe possibile ravvisare alcuna differenza qualitativa circa la
sussistenza di un "errore" fra questa ipotesi e quelle di errore
commesso in una qualsiasi pronunzia giurisdizionale e riconosciuto poi
in un grado, od in una fase successiva del giudizio, fra le quali
ultime sarebbe da comprendere anche il caso in esame, di errore
commesso cioe' dal giudice istruttore con la sentenza di rinvio a
giudizio ed il mandato di cattura emesso contro l'imputato,
riconosciuto poi attraverso l'assoluzione con formula piena nel
dibattimento.
Sulla base di questi argomenti il giudice a quo prospetta come non
manifestamente infondata la questione di legittimita' costituzionale
relativa alla norma di cui all'art. 571 del Cod. proc. pen. ed alle
disposizioni ad essa conseguenziali, come l'art. 574, che attribuisce
la competenza a decidere sulla domanda di riparazione al giudice della
revisione.
Per quanto concerne la rilevanza della questione proposta, il
tribunale fa presente che dall'applicabilita' o meno della norma
limitativa impugnata nel giudizio in corso dipende il rigetto o
l'accoglimento della domanda dell'attore diretta ad ottenere
l'attribuzione di una somma a titolo di riparazione dell'errore
giudiziario.
L'ordinanza e' stata ritualmente notificata e comunicata, nonche'
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 marzo 1967, n. 64.
2. - Si sono costituiti in giudizio il Gazzola con atto depositato
il 30 marzo 1967, il Ministero di grazia e giustizia in persona del
Ministro protempore ed il Presidente del Consiglio dei Ministri,
entrambi rappresentati dall'Avvocatura dello Stato, con atti depositati
il 17 marzo 1967.
La difesa del Gazzola ribadisce e sviluppa gli argomenti gia'
contenuti nell'ordinanza di rinvio, aggiungendo per quanto attiene alla
competenza del giudice a quo che, trattandosi nella specie di un
diritto soggettivo, questo non puo' che essere fatto valere innanzi "al
giudice naturale, e cioe' al tribunale in prime cure, tribunale
giudicante in sede civile".
3. - La difesa del Ministero di grazia e giustizia illustra
preliminarmente la vicenda processuale svoltasi innanzi al giudice di
merito, al fine di sostenere che la domanda dell'attore tendente
nell'atto di citazione ad una somma "a titolo di risarcimento danni
economici e morali" "nello spirito dell'art. 24 della Costituzione e di
una forma di interpretazione estensiva della normativa contenuta nella
legge 23 maggio 1960, n. 504" e' stata ampliata nella comparsa
conclusionale in direzione dell'art. 28 della Costituzione ed in
relazione ad una forma di responsabilita' dello Stato per atti
legittimi, pur se di carattere discrezionale, ma in nessun caso avrebbe
potuto consentire al tribunale adito di pronunciarsi sulla questione
sotto il profilo dell'art. 571 del Cod. proc. pen., che e' riservata
alla esclusiva competenza del giudice penale: la stessa ordinanza di
rimessione, pur accennando alla eventuale illegittimita' conseguenziale
della norma sulla competenza, fonderebbe i dubbi sulla legittimita'
costituzionale della normativa impugnata nel fatto che essa esige un
giudizio di revisione per la riparazione dell'errore giudiziario, non
gia' nella attribuzione di competenza al giudice penale. Cosicche', una
eventuale sentenza di accoglimento della Corte costituzionale sarebbe
in ogni caso irrilevante, non potendo ne' attraverso l'eliminazione di
una disposizione, ne' con una pronuncia "in quanto" o "nel senso e nei
limiti" sanare l'originario difetto di giurisdizione.
Come ulteriore motivo di inammissibilita' della questione in esame,
l'Avvocatura di Stato deduce ancora che, se la competenza a decidere
sulla riparazione degli errori giudiziari rimane incardinata in sede di
revisione o, quanto meno, di impugnativa penale, la previsione di un
indennizzo per detenzione preventiva darebbe luogo ad un problema
insolubile, per difficolta' sia teoriche che pratiche. Una ipotetica
decisione di accoglimento della Corte costituzionale non potrebbe,
inoltre, consistere nella rimozione di un limite o di una eccezione in
una legge potenzialmente idonea a coprire nella sua completezza
l'ambito controverso, ma dovrebbe dar vita ad una legge nuova, ad una
metamorfosi dell'istituto vigente, che, implicando l'esigenza di nuove
o maggiori spese, si porrebbe in contrasto con il precetto dell'art. 81
della Costituzione. D'altra parte, il semplice annullamento della
normativa impugnata non avrebbe rilevanza per la definizione del
giudizio a quo. La questione sollevata sarebbe invece da risolvere,
sempre ad avviso dell'Avvocatura, sulla base di alcuni insegnamenti
contenuti nella sentenza n. 7 del 1967 della stessa Corte
costituzionale, con la quale, negandosi il carattere meramente
programmatico dell'art. 33 della Costituzione, si e' ammesso che anche
la norma precettiva possa necessitare di essere articolata in
disposizioni ordinarie che la attuano; si e' chiarito che un sindacato
di legittimita' costituzionale in tanto e' possibile in quanto tali
disposizioni di attuazione o contraddicono al comando costituzionale, o
ne divergano in tutto od in parte, o ne distorcano lo scopo; e si e'
riconosciuto al tempo stesso al legislatore ordinario una sorta di
potere discrezionale, procedente dalla ragion politica, di far uso del
proprio giudizio nella determinazione delle fasi e dei tempi di
attuazione del dettato costituzionale.
Nel merito la questione sarebbe infondata, in quanto, come
emergerebbe dai lavori preparatori, il costituente nel formulare
l'ultimo comma dell'art. 24 avrebbe preso le mosse dall'istituto della
revisione del giudicato penale cosi' come in quel tempo esistente,
considerando cioe' errore giudiziario soltanto quello in materia penale
e non quello in materia civile, stabilendo che la riparazione dovesse
perdere l'umiliante qualificazione "a titolo di soccorso" per assumere
quella di indennizzo per responsabilita' dello Stato, ma riservando
all'apprezzamento del legislatore ordinario la configurazione e la
disciplina di altre possibili ipotesi di errore, senza peraltro dettare
in argomento a questi fini un'indicazione tassativa od un comando
univoco.
Del resto - prosegue la difesa del Ministero di grazia e giustizia
- il problema dell'indennizzo alla vittima di una sentenza di condanna
ingiusta sarebbe concettualmente diverso da quello della detenzione
preventiva di innocenti. Nel primo caso, infatti, non esistendo nel
giudice alcun potere discrezionale, il diritto di liberta' del
cittadino non si affievolisce in interesse legittimo, cosicche',
revocata la sentenza, esso esige come tale una riparazione; nel secondo
caso, la incertezza sull'esistenza e sulla imputabilita' del reato
implica un apprezzamento discrezionale, se non addirittura di
convenienza e di opportunita', sugli elementi di cui l'inquirente
dispone in attesa che siano passati al vaglio dell'organo giudicante:
apprezzamento che da' luogo ad un necessario affievolimento del diritto
di liberta'.
Non sarebbe dubbio, infine, ad avviso dell'Avvocatura, che
l'espressione "errore giudiziario" nel suo preciso valore e significato
tecnico sia stata intesa dalla dottrina e dalla giurisprudenza da
quando l'Italia ha una codificazione penale con riferimento esclusivo
all'errore accertato in sede di revisione.
4. - La stessa Avvocatura di Stato, nell'atto di intervento per il
Presidente del Consiglio dei Ministri si riporta ampliandoli agli
argomenti gia' svolti in difesa dell'Amministrazione di grazia e
giustizia e rileva, in particolare, che il legislatore ordinario con la
legge 23 maggio 1960, n. 504, si e' proposto il fine di adeguare
l'istituto della riparazione al precetto costituzionale, ma, pur
ponendosi il problema che qui interessa, non ha ritenuto di ampliare il
concetto di errore giudiziario nel senso voluto dal giudice a quo:
sembrerebbe quindi azzardato attribuire al Parlamento la deliberata
intenzione di creare una legge incostituzionale proprio nel momento in
cui si accingeva ad armonizzare questo istituto con l'art. 24 della
Costituzione. Aggiunge, da ultimo, che il concetto di errore
giudiziario, come si e' inteso nella normativa impugnata, non sarebbe
peregrino, ma comune alla maggioranza dei Paesi stranieri, fra i quali
anche quelli di sicura democrazia come la Gran Bretagna. Anche in
questa sede le conclusioni dell'Avvocatura si sostanziano in una
richiesta di inammissibilita', o comunque, di infondatezza della
questione di legittimita' costituzionale in oggetto.
5. - Con successiva memoria, depositata il 7 novembre 1968, la
difesa del Gazzola insiste nelle deduzioni gia' svolte e nelle
conclusioni gia' formulate. In particolare, con riferimento al problema
della competenza del giudice a quo, ricorda che anche la norma di cui
all'art. 574 Cod. proc. pen., attributiva della competenza a conoscere
della riparazione per l'errore giudiziario al giudice penale, forma
oggetto della questione sollevata e fa notare che l'attivita'
giurisdizionale e' unica e non pluralistica nell'ambito della
giurisdizione ordinaria, per cui il giudice conosce di tutte le norme
necessarie alla emanazione del provvedimento. Circa il merito della
questione, argomenta dall'esame dei lavori preparatori in Assemblea
costituente e dal contesto delle altre norme costituzionali sui diritti
fondamentali che l'art. 24, comma quarto, della Costituzione concreta
una ulteriore tutela della intangibilita' dei diritti del cittadino,
primo fra tutti quello della liberta' individuale. Premessa, poi, la
irrilevanza della distinzione fra norme precettive e programmatiche ai
fin della dichiarazione di illegittimita' costituzionale delle leggi
ordinarie con esse contrastanti, sostiene che la norma in questione
avrebbe comunque natura precettiva in quanto conferisce un diritto
soggettivo al cittadino che abbia subito la violazione: per
conseguenza, nel caso di una eventuale lacuna nella legislazione
esistente, potrebbe fondarsi direttamente su di essa il titolo della
riparazione. L'errore giudiziario, infatti, secondo Costituzione non
sarebbe da intendere come errore di giudicato, ma costituirebbe
l'attuazione di un principio innovatore in relazione ai diritti del
cittadino ed alla responsabilita' dello Stato nell'esercizio della sua
attivita' giudicante, conformemente al tradizionale significato di
questa espressione, sul quale non avrebbe inciso la normativa del
codice penale del 1930 che, senza introdurre una diversa e piu'
restrittiva concezione, si sarebbe unicamente limitata a disciplinare
alcune ipotesi.
6. - Anche l'Avvocatura di Stato ha depositato in pari data, una
memoria illustrativa, confermando gli argomenti e le conclusioni gia'
precisate.
7. - All'udienza le parti hanno insistito nelle rispettive
conclusioni.
Considerato in diritto:
1. - Dev'essere disattesa l'eccezione di inammissibilita' sollevata
dall'Avvocatura dello Stato. Secondo la sua costante giurisprudenza
questa Corte non puo', infatti, sindacare la sussistenza dei
presupposti processuali richiesti per la valida instaurazione del
giudizio a quo, anche a prescindere dal rilievo che, nella specie,
l'ordinanza di rimessione espressamente denuncia, tra l'altro, proprio
l'art. 574 del Codice di procedura penale, che demanda la competenza a
conoscere delle istanze di riparazione degli errori giudiziari al solo
giudice di rinvio in sede di giudizio di revisione ovvero, nel caso di
annullamento senza rinvio, alla Corte di cassazione penale.
2. - Nel merito, la questione non e' fondata. L'ultimo comma
dell'art. 24 della Costituzione enuncia un principio di altissimo
valore etico e sociale, che va riguardato - sotto il profilo giuridico
- quale coerente sviluppo del piu' generale principio di tutela dei
"diritti inviolabili dell'uomo" (art. 2), assunto in Costituzione tra
quelli che stanno a fondamento dell'intero ordinamento repubblicano, e
specificantesi a sua volta nelle garanzie costituzionalmente apprestate
ai singoli diritti individuali di liberta', ed anzitutto e con piu'
spiccata accentuazione a quelli tra essi che sono immediata e diretta
espressione della personalita' umana. E' nel quadro del sistema
complessivamente risultante dagli accennati principi costituzionali,
che la norma dell'art. 24, prescrivente che la legge debba determinare
"le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari",
assume portata sostanzialmente innovatrice rispetto alla preesistente
legislazione italiana, nella quale tale riparazione finiva per ridursi
alla sola revisione della sentenza irrevocabile di condanna, che fosse
posteriormente riconosciuta ingiusta, cui poteva tutt'al piu'
accompagnarsi, in una ristretta serie di casi (che neppure coprivano
l'intera area delle ipotesi di revisione), una "riparazione pecuniaria
a titolo di soccorso", subordinata per giunta all'accertamento
discrezionale dello stato di bisogno del richiedente o della di lui
famiglia (art. 571 del Codice di procedura penale, nel testo
originario).
Cio' premesso, deve tuttavia rilevarsi che, per la sua formulazione
in termini estremamente generali, il principio della riparazione degli
errori giudiziari postula l'esigenza di appropriati interventi
legislativi, indispensabili per conferirgli concretezza e
determinatezza di contorni, dandogli cosi' pratica attuazione. Il
diffuso convincimento di tale necessita' traspare del resto, quando non
e' esplicitamente dichiarato, dagli stessi lavori parlamentari che
sboccarono nella legge 23 maggio 1960, n. 504, di cui e' questione nel
presente giudizio, come pure dai progetti successivamente presentati e
dalle relazioni illustrative dei proponenti.
Come chiaramente risulta dalle espressioni adoperate, infatti,
l'ultimo comma dell'art. 24 e' disposizione rivolta al legislatore, cui
prescrive il raggiungimento di un certo fine e percio' l'adozione di
discipline conformi al principio affermato e idonee a renderlo
effettivamente operante. E poiche' tale natura del principio enunciato
nell'art. 24 non osta all'esercizio del sindacato di legittimita'
costituzionale, di competenza di questa Corte, deriva da quanto
osservato che, ove la nuova disciplina legislativa fosse in contrasto
con il principio stesso, dovrebb'essere dichiarata costituzionalmente
illegittima. Ma una siffatta evenienza non ricorre nella specie.
3. - Invero, anche se fosse fondato l'assunto dal quale muove
l'ordinanza del tribunale di Milano, che cioe' il precetto
costituzionale avrebbe fatto propria una lata nozione dell'errore
giudiziario, comprensiva di ogni provvedimento dell'autorita'
giudiziaria, "che privi il cittadino di uno dei suoi diritti
fondamentali (ad esempio, della liberta' personale e dei beni) e che
sia successivamente riconosciuto erroneo", non per questo verrebbe meno
la necessita' di dettare per le varie e piu' particolari ipotesi, pur
rientranti tutte, stando all'assunto, entro un'unica figura
complessiva, norme a ciascuno adeguate e percio' eventualmente
differenziate (quanto meno limitatamente alle concrete modalita' per
l'esercizio del diritto alla riparazione), del tipo per l'appunto di
quelle esemplificate nella stessa ordinanza al punto 2 della
motivazione ("limiti di tempo per la proposizione della domanda,
riconoscimento con pronuncia giudiziaria della sussistenza dell'errore,
... forma e misura della riparazione, competenza e procedura").
Ne segue che una legge che si limiti a dare attuazione parziale (o
un inizio di attuazione) al principio costituzionale, non per questo
puo' dirisi incostituzionale, purche' - beninteso - non sia tale da
precludere comunque ulteriori estensioni dell'istituto ad altre e
diverse ipotesi, oltre quella regolata: circostanza, questa, che non si
verifica nel caso della Novella del 1960, come venne anche
esplicitamente affermato durante la discussione parlamentare del
relativo disegno di legge (Atti Camera Deputati, II Legislatura, IV
Commissione giustizia in sede legislativa, seduta del 3 dicembre 1958).
Che' anzi, cosi' stando le cose, la necessita' poco sopra rilevata di
norme legislative di attuazione, almeno e sicuramente per gli aspetti
in largo senso strumentali, sta a mostrare come una eventuale
dichiarazione di illegittimita' costituzionale che si fondasse sulla
sola parzialita' della disciplina, rischierebbe intanto di condurre ad
un regresso della situazione normativa, riaprendo un vuoto che non
sarebbe colmabile in sede di interpretazione.
4. - Ma l'interposizione di norme legislative di attuazione si
rivela, a ben guardare, necessaria anche per quel che concerne gli
elementi sostanziali dell'istituto, poiche' ne' la dizione testuale
della norma ne' le risultanze dei lavori preparatori consentono di
ritenere con sufficiente certezza che il Costituente abbia in realta'
aderito all'una o all'altra nozione dell'errore giudiziario. E' noto
come si sia talvolta dubitato se l'ultimo comma dell'art. 24 abbia
esclusivo riferimento alla materia penale (come potrebbe trarsi dagli
atti della Costituente e sarebbe piu' conforme alla tradizione
dottrinale) od invece si estenda all'intero campo della funzione
giurisdizionale (argomentando invece dalla collocazione della norma nel
contesto di un articolo che ha riguardo, in tutte le sue restanti
disposizioni, a qualsiasi tipo e specie di giudizi).
Anche limitatamente alla materia penale, che sola viene in
considerazione nel presente giudizio, cosi' come sarebbe lecito
affermare che, per l'art. 24, l'errore giudiziario meritevole di
riparazione si risolva nel solo errore di giudicato, altrettanto
infondato sarebbe all'opposto leggervi l'implicita prescrizione che la
riparazione debba necessariamente spettare anche a chi sia stato
riconosciuto innocente in istruttoria o a seguito di pubblico
dibattimento, dopo aver subito una privazione di liberta' personale.
Ne' argomento decisivo in favore della seconda alternativa potrebbe
desumersi coordinando la disposizione dell'ultimo comma dell'art. 24
con l'art. 13, e sottolineandone in tal modo l'aspetto di rafforzamento
ed ulteriore presidio delle garanzie della liberta' personale, poiche'
lo stesso art. 13 riproporrebbe a sua volta il problema, che spetta al
legislatore risolvere, se l'istituto della riparazione degli errori
giudiziari debba restringersi ai casi di carcerazione ove intervenga o
sia intervenuta sentenza irrevocabile di condanna, o debba invece
comprendere qualunque caso di carcerazione preventiva, ingiustamente
scontata.



 

 


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