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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 30 del 24-7-2019

N. 188 SENTENZA 5 giugno - 18 luglio 201

N. 188 SENTENZA 5 giugno - 18 luglio 2019 Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Esecuzione penale - Reati ostativi alla concessione di benefici penitenziari - Sequestro di persona a scopo di estorsione - Irrilevanza della riconosciuta attenuante della lieve entita' del fatto. - Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta'), art. 4-bis, comma 1. - (T-190188) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.30 del 24-7-2019

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 4-bis,
comma 1, della legge del 26 luglio 1975, n. 354 (Norme
sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure
privative e limitative della liberta'), promosso dalla Corte di
cassazione, sezione prima penale, nel procedimento penale a carico di
H. B., con ordinanza del 16 novembre 2018, iscritta al n. 5 del
registro ordinanze 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell'anno 2019.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nella camera di consiglio del 5 giugno 2019 il Giudice
relatore Nicolo' Zanon.

Ritenuto in fatto

1.- La Corte di cassazione, sezione prima penale, con ordinanza
depositata il 16 novembre 2018 e iscritta al n. 5 del registro
ordinanze 2019, ha sollevato questione di legittimita' costituzionale
dell'art. 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme
sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure
privative e limitative della liberta'), in riferimento agli artt. 3 e
27 della Costituzione, «nella parte in cui non esclude dal novero dei
reati ostativi, ivi indicati, il reato di cui all'art. 630 cod. pen.,
ove per lo stesso sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di
lieve entita', ai sensi della sentenza della Corte costituzionale n.
68 del 2012».
1.1.- Il collegio rimettente premette di essere investito del
ricorso avverso il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di
Firenze di rigetto del reclamo proposto da H. B. contro il decreto
che aveva dichiarato inammissibile la richiesta di permesso premio
avanzata dal medesimo condannato. Questi si trovava, dal 24 luglio
2005, in espiazione della pena, determinata in ventuno anni e cinque
mesi di reclusione, per effetto di diverse condanne, oggetto di
cumulo, per i reati di sequestro di persona a scopo di estorsione,
rapina aggravata e cessione di stupefacenti aggravata per l'ingente
quantita'.
Precisa il giudice a quo che, in relazione alla condanna per
l'art. 630 del codice penale (sequestro di persona a scopo di
estorsione), era stata riconosciuta al condannato la circostanza
attenuante del fatto di lieve entita' introdotta dalla sentenza n. 68
del 2012 della Corte costituzionale. Ma, «[c]io' nonostante», il
Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto non concedibile il beneficio
richiesto, in ragione del fatto che il sequestro di persona a scopo
di estorsione e' ricompreso nell'elenco dei reati ostativi contenuto
nell'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. e non rilevando, al fine
della esclusione della preclusione, il riconoscimento
dell'attenuante. Inoltre, il condannato non aveva prospettato alcuna
delle offerte di collaborazione effettiva, impossibile o irrilevante,
di cui al comma 1-bis della norma citata, circostanza che pure
avrebbe determinato la non operativita' del meccanismo di preclusione
all'accesso ai benefici penitenziari. Neppure era stata espiata per
gli altri reati almeno la meta' della pena, come richiesto dall'art.
30-ter, quarto comma, lettera c), ordin. penit. per poter ottenere il
permesso premio, avuto riguardo al principio per cui, «in presenza di
plurime condanne riferibili anche a reati ostativi alla concessione
dei benefici penitenziari, e' necessario operare lo scioglimento del
cumulo al fine di accertare che la pena inflitta per il reato
ostativo sia stata interamente espiata e, in caso positivo,
individuare il dies a quo, rilevante al fine di verificare la
sussistenza dei requisiti di legge per la concessione del beneficio,
dal giorno in cui e' avvenuta la espiazione della pena per il reato
ostativo e non dall'inizio della carcerazione».
Il ricorrente aveva successivamente impugnato per cassazione
l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza, osservando che «il
riconoscimento della attenuante della lieve entita' del fatto al
reato di cui all'art. 630 cod. pen. e' incompatibile con una
valutazione della condotta in termini di grave allarme sociale e
dunque risulta in contrasto con la ratio che ispira la disciplina del
divieto di concessione dei benefici penitenziari per certuni reati,
considerati ostativi». Pertanto, aveva eccepito questione di
legittimita' costituzionale dell'art. 4-bis, comma 1-bis, ordin.
penit. «nella parte in cui, non dando rilievo alla attenuante della
speciale tenuita' del fatto ai fini del venir meno della preclusione
ai benefici penitenziari, detta una disciplina irragionevolmente
diversa rispetto a quella prevista nel caso di riconoscimento di
altre attenuanti». Il ricorrente aveva evidenziato come la pena
espiata per la condanna per spaccio di stupefacenti gli avrebbe
consentito l'accesso al beneficio.
1.2.- Aderendo all'eccezione del ricorrente del giudizio a quo,
la Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimita'
costituzionale dell'art. 4-bis ordin. penit., per contrasto con gli
artt. 3 e 27 Cost., «nella parte in cui ricomprende fra i reati
ostativi alla concessione dei benefici penitenziari, elencati al
comma 1, e richiamati nel comma 1-bis, anche il reato di cui all'art.
630 cod. pen. in relazione al quale sia stata riconosciuta la
speciale attenuante della lieve entita' del fatto, introdotta con la
sentenza della Corte costituzionale n. 68 del 2012».
In punto di rilevanza, il giudice a quo precisa che il ricorrente
H. B., dopo essere stato condannato per il reato di cui all'art. 630
cod. pen. alla pena di diciotto anni di reclusione, aveva ottenuto in
sede esecutiva la riduzione della condanna a tredici anni, «grazie al
riconoscimento della attenuante della lieve entita' del fatto, per
effetto della sopravvenuta sentenza n. 68 del 2012 della Corte
costituzionale». Per il reato di cui all'art. 73 del d.P.R. 9 ottobre
1990 n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli
stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e
riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), era stata
esclusa l'aggravante di cui all'art. 80, comma 2, del medesimo
decreto, «[s]icche', se dovesse escludersi l'ostativita' per il reato
di cui all'art. 630 cod. pen, attenuato dalla lieve entita', avrebbe
potuto ritenersi maturato il diritto ad accedere al beneficio ai
sensi dell'art. 30-ter, comma quarto lett. c), Ord. pen., salvo,
ovviamente, le valutazioni sulla meritevolezza del beneficio, da
rimettere al giudice di merito, che si e', invece, arrestato al
profilo formale della preclusione in ragione del titolo di reato, in
assenza di prospettazione della collaborazione, effettiva o
impossibile».
1.3.- Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, la
Corte di cassazione ripercorre preliminarmente le vicende che hanno
portato all'introduzione dell'art. 4-bis ordin. penit. e che hanno
successivamente condotto all'attuale formulazione della disposizione.
Evidenzia, in particolare, come, inizialmente, la preclusione ai
benefici penitenziari interessasse delitti «tutti caratterizzati dal
necessario, o almeno [...] normale inserimento del reo in una
compagine criminosa, o ancora da sue specifiche connessioni con
organizzazioni criminali» (viene citata la sentenza n. 149 del 2018).
Osserva come, all'esito di diversi interventi legislativi e di alcune
pronunce della Corte costituzionale (si evocano le sentenze n. 68 del
1995 e n. 357 del 1994), ne sarebbe poi risultata «una complessa
disciplina, che richiede differenti requisiti di ammissibilita' in
relazione al titolo del reato della condanna in espiazione».
Con particolare riferimento alla questione in esame, il
rimettente ricorda che, in caso di condanna - tra gli altri - per il
reato di cui all'art. 630 cod. pen., i benefici penitenziari sono
concedibili, ai sensi del primo comma dell'art. 4-bis ordin. penit.,
soltanto «in caso di collaborazione ai sensi dell'art. 58-ter Ord.
pen.». In alternativa, il comma 1-bis dello stesso art. 4-bis,
prevede che, se la collaborazione e' impossibile od oggettivamente
irrilevante, deve esservi prova della assenza di collegamenti attuali
del condannato con la criminalita' organizzata. Ancora, sempre nei
casi in cui sia impossibile un'utile collaborazione, l'accesso ai
benefici penitenziari e' ammesso anche nei casi in cui risulti
accertata la limitata partecipazione al fatto criminoso, o
l'integrale accertamento dei fatti e delle responsabilita'. Da
ultimo, il citato comma 1-bis dispone che si possa accedere ai
benefici penitenziari nei casi in cui, anche se la collaborazione che
viene offerta risulti oggettivamente irrilevante, sia stata
riconosciuta al condannato una delle attenuanti previste dagli artt.
62, primo comma, numero 6), 114 e 116, secondo comma, cod. pen.
Viene quindi richiamato l'orientamento della giurisprudenza di
legittimita' secondo cui, al di «[f]uori delle ipotesi tassativamente
previste ai limitati fini del riconoscimento della collaborazione
cosi' detta irrilevante», il riconoscimento giudiziale di circostanze
attenuanti «non rileva ai fini della previsione legale di cui
all'art. 4-bis, comma 1, Ord. pen., relativa ai titoli di reato
ostativi alla concessione dei benefici penitenziari, incidendo tale
eventuale riconoscimento solo in sede di commisurazione della pena».
Anche la giurisprudenza costituzionale avrebbe d'altra parte
riconosciuto che per i reati ostativi di cui all'art. 4-bis citato
l'assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata e
l'avvenuta collaborazione con gli inquirenti quale presupposto per
l'accesso ai benefici penitenziari non sarebbe in contrasto con
l'art. 27 Cost. (vengono citate le sentenze n. 135 del 2003 e n. 273
del 2001). Per le condotte previste da tale disposizione, infatti,
vigerebbe «una sorta di presunzione di non praticabilita' di valide
alternative rieducative in assenza di collaborazione», in quanto esse
costituirebbero, «di norma, espressione di una organizzata, e quindi
con caratteristiche di stabilita' e particolare resistenza, struttura
criminale».
1.4.- Il giudice rimettente osserva, tuttavia, che tale
presunzione non sembra poter valere per il reato di sequestro di
persona a scopo estorsivo di cui all'art. 630 cod. pen., «specie
nella ipotesi attenuata per la lieve entita' del fatto».
Si ricorda infatti come tale previsione sia stata oggetto di una
serie di interventi legislativi negli anni Settanta del secolo
scorso, volti a inasprire le pene in ragione di una diffusione del
fenomeno criminale e, contestualmente, a favorire, le condotte di
desistenza.
Rileva pero' il rimettente come, anche a giudizio della Corte
costituzionale (viene citata la sentenza n. 68 del 2012), non sempre
la fattispecie riguarda fenomeni espressione di criminalita'
organizzata e grave allarme sociale: essa «puo' essere realizzata, in
base a dati di comune esperienza, anche da fatti estemporanei, senza
una significativa predisposizione di uomini o mezzi, ovvero con
limitata, a poche ore, restrizione della liberta' personale o con
profitto patrimoniale di entita' contenuta». Proprio tale
considerazione avrebbe portato a riconoscere la irragionevolezza del
trattamento sanzionatorio stabilito nello stesso art. 630 cod. pen.,
laddove non prevedeva, come invece nell'art. 311 cod. pen., per la
«parallela fattispecie» del reato di sequestro di persona a scopo di
terrorismo o di eversione (art. 289-bis cod. pen.), «una speciale
attenuante correlata alla lieve entita' del fatto».
Il riconoscimento dell'attenuante determinerebbe, a parere del
giudice a quo, non soltanto una diminuzione della pena, ma anche il
venir meno della presunzione che il reato costituisca esclusivamente
espressione tipica di criminalita' organizzata.
Tale assunto troverebbe conferma, a parere del rimettente, anche
nella sentenza n. 213 del 2013, in cui la Corte costituzionale -
dichiarando l'incostituzionalita' dell'art. 275 del codice di
procedura penale nella parte in cui, in ragione di una presunzione
assoluta di adeguatezza della sola custodia carceraria, obbligava il
giudice della cautela a disporre la custodia in carcere nel caso di
gravi indizi di colpevolezza del reato di cui all'art. 630 cod. pen.
- ha riconosciuto che nella fattispecie del sequestro di persona a
scopo di estorsione possono ricomprendersi fenomeni criminali molto
diversi tra loro e di diverso allarme sociale. Sarebbe cioe'
possibile distinguere i casi di «sequestri di lunga durata, con
condizioni assai penose di restrizione e ingenti richieste di
riscatto - necessaria espressione di una organizzazione criminale
ampia, strutturata e con radicato consenso sociale - [d]ai sequestri
di breve durata, anche finalizzati alla esazione di un credito
fondato su prestazione illecita, espressione di una occasionalita' di
azione e di una organizzazione rudimentale e approssimativa».
Il delitto di cui all'art. 630 cod. pen., pertanto, non
richiederebbe necessariamente l'esistenza di una stabile
organizzazione criminale ma potrebbe essere realizzato anche con
condotte estemporanee, di limitato impatto, sia nei confronti del
bene della liberta' personale, sia in relazione al patrimonio della
vittima. Pertanto, e a maggior ragione, dovrebbe escludersi la
presunzione di un siffatto collegamento nel caso in cui all'agente
venga riconosciuta l'attenuante della lieve entita' del fatto.
1.5.- Ritiene in conclusione il giudice a quo non manifestamente
infondato il dubbio di legittimita' costituzionale dell'art. 4-bis,
comma 1, ordin. penit., nella parte in cui comprende nel novero dei
reati cosi' detti ostativi di prima fascia anche la fattispecie di
cui all'art. 630 cod. pen. pur attenuata per la lieve entita' del
fatto. Tale esclusione riposerebbe su una presunzione di elevatissima
pericolosita', collegabile a contesti di criminalita' organizzata,
che non risponderebbe, per la fattispecie in esame, a dati di
esperienza generalizzati, riassumibili nella formula dell'id quod
plerumque accidit.
La disposizione impugnata violerebbe gli artt. 3 e 27 Cost.
poiche' parrebbe irragionevole limitare il diritto del condannato ad
accedere ai benefici penitenziari in casi come quello in esame, «a
prescindere da ogni valutazione in concreto, e caso per caso, sul
percorso di emenda intrapreso, e ingiustificatamente incidere,
quindi, sulla finalita' rieducativa della pena e sul principio di
individualizzazione della stessa, che impongono - salva la
ragionevolezza della presunzione legale di pericolosita' -
valutazioni commisurate alle condizioni e ai segnali di cambiamento
del singolo individuo».
2.- E' intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri,
rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato,
chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, in
subordine, non fondata.
2.1.- Ad avviso dell'Avvocatura generale risulterebbe erroneo il
presupposto interpretativo da cui muove il giudice rimettente,
secondo il quale la norma impugnata sarebbe finalizzata a punire con
maggior rigore i reati che vengono commessi nell'ambito di contesti
di criminalita' organizzata. Ritiene, infatti, l'Avvocatura che
l'art. 4-bis, ordin. penit., a seguito di numerosi interventi
legislativi succedutisi nel corso degli anni, sia oggi volto a
disciplinare «un regime penitenziario improntato ad un piu' alto
grado di rigore per quei reati che, per le gravi condotte che li
caratterizzano, ingenerano un significativo allarme sociale il quale
non necessariamente e' dovuto ai contesti criminali in cui
eventualmente si collochino». Pertanto sarebbe privo di pregio il
rilievo del giudice rimettente volto a segnalare che il reato di
sequestro di persona possa manifestarsi anche fuori dal contesto di
un'organizzazione criminale.
L'eventuale riconoscimento dell'attenuante della lieve entita'
del fatto rileverebbe pertanto soltanto ai fini della determinazione
della pena, ma non sarebbe idonea ad escludere l'elevata
pericolosita' della condotta criminale, il che giustificherebbe il
trattamento penitenziario differenziato in sede di esecuzione della
pena, delineato dall'art. 4-bis ordin. penit.
Si tratterebbe di una scelta discrezionale del legislatore
connessa a valutazioni di politica criminale e di tutela della
sicurezza pubblica, come tale insindacabile nella misura in cui si
attenga ai canoni della ragionevolezza, come piu' volte ricordato
dalla giurisprudenza costituzionale (si richiamano le sentenze n. 229
e n. 223 del 2015, n. 248 e n. 81 del 2014, n. 313 del 1995).
Sottolinea l'Avvocatura generale che la pericolosita' sociale di
chi commette il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione
emergerebbe chiaramente anche nel caso di specie, avuto riguardo
all'entita' della pena comminata (tredici anni), tutt'altro che tenue
seppur con il riconoscimento della attenuante della lieve entita' del
fatto.
D'altra parte, «[l]'attenuante incide sulla misura della pena,
non sulla pericolosita' oggettiva del comportamento sanzionato», che,
nel caso del sequestro di persona a scopo di estorsione risulterebbe
in ogni caso indubitabile. Ne conseguirebbe dunque, secondo i canoni
elaborati dalla Corte costituzionale, la non irragionevolezza della
previsione in termini di coerenza, non arbitrarieta',
proporzionalita', congruita' e adeguatezza (vengono richiamate le
sentenze n. 206 del 1999 e n. 43 del 1997).
Cio' troverebbe conferma anche alla luce del fatto che la
funzione attuale dell'art. 4-bis ordin. penit. non consisterebbe
piu', come in origine, nella necessita' di fronteggiare i delitti di
criminalita' organizzata, avendo tale articolo assunto «i connotati
di una disposizione piu' generale mirante a disciplinare il
trattamento penitenziario al cospetto di condotte particolarmente
allarmanti» (viene evocata anche la sentenza n. 306 del 1993, sulla
non irragionevolezza delle scelte volte ad attribuire determinati
vantaggi ai soli detenuti che collaborino con la giustizia).
2.2.- L'Avvocatura generale sottolinea, inoltre, che la citata
sentenza n. 68 del 2012, pur dichiarando la illegittimita'
costituzionale dell'art. 630 cod. pen. nella parte in cui non
riconosceva l'attenuante della lieve entita' del fatto, non varrebbe
a giustificare la non manifesta infondatezza della questione. Tale
precedente giurisprudenziale, infatti, si sarebbe limitato a rilevare
la disparita' di trattamento tra il reato di cui all'art. 630 cod.
pen. e l'omologa fattispecie prevista in materia di terrorismo
dall'art. 289-bis cod. pen., in relazione alla quale l'art. 311 cod.
pen. contempla l'attenuante per i casi di lieve entita' del fatto.
Sostiene ancora l'Avvocatura che «se tra le diverse figure
criminali non deve esservi differenza quanto alla concedibilita'
delle attenuanti, neppure deve esservi differenza quanto al regime
dei benefici». Sono state infatti le analogie tra le due fattispecie,
sia in termini di condotta volta a privare taluno della liberta'
personale, sia di pena edittale prevista, sia di aggravanti in caso
di morte della vittima, a portare la Corte costituzionale a ritenere
concedibile anche nel caso previsto dall'art. 630 cod. pen.
l'attenuante di lieve entita'. A maggior ragione, allora, «in termini
di coerenza legislativa», risulterebbe «rafforzato il convincimento
della legittimita' costituzionale del trattamento penitenziario di
cui all'art. 4-bis ordin. penit., giacche' proprio per il reato di
sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione la legge
prevede la preclusione dei benefici penitenziari, senza che
l'eventuale riconoscimento dell'attenuante possa fungere da causa di
esclusione del regime di maggior rigore».
Ne' parrebbe sostenibile una diversa conclusione alla luce delle
rispettive finalita' della lesione del bene protetto, l'una volta a
perseguire il vantaggio economico e l'altra l'attentato alla
personalita' dello Stato, perche' entrambe denoterebbero identica
pericolosita' sociale del comportamento criminale.
Non sussisterebbe pertanto, a parere dell'Avvocatura generale,
alcuna violazione dei principi costituzionali di cui agli artt. 3 e
27 Cost.

Considerato in diritto

1.- Dubita la Corte di cassazione, sezione prima penale, della
legittimita' costituzionale dell'art. 4-bis, comma 1, della legge 26
luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla
esecuzione delle misure privative e limitative della liberta'), in
riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui
non esclude dal novero dei delitti cosiddetti "ostativi", elencati
nella disposizione censurata, il reato di cui all'art. 630 del codice
penale (Sequestro di persona a scopo di estorsione), «ove per lo
stesso sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve
entita', ai sensi della sentenza della Corte costituzionale n. 68 del
2012».
Ritiene, in particolare, il rimettente che l'esclusione
dall'accesso ai benefici penitenziari in assenza di collaborazione
con la giustizia, sancita dalla disposizione censurata, sarebbe in
contrasto con il principio di ragionevolezza e con quelli di
individualizzazione della pena e di finalita' rieducativa della
stessa, ove tale esclusione riguardi un condannato per un fatto che,
pur qualificato ai sensi dell'art. 630 cod. pen., e' stato
riconosciuto di lieve entita'. Infatti, in tal caso, la «presunzione
di elevatissima pericolosita', collegabile a contesti di criminalita'
organizzata», asseritamente inerente a tutti i reati ricompresi
nell'elenco di cui all'art. 4-bis ordin. penit., non risponderebbe a
dati di esperienza, riassumibili nella formula dell'id quod plerumque
accidit, determinando il contrasto del medesimo art. 4-bis, in parte
qua, con gli artt. 3 e 27 Cost.
Del resto, non solo il delitto di cui all'art. 630 cod. pen. non
richiederebbe necessariamente l'esistenza di una stabile
organizzazione criminale, potendo essere realizzato attraverso
condotte estemporanee, con limitata lesione, sia alla liberta' sia al
patrimonio della vittima, ma la presunzione del collegamento con
organizzazioni criminali dovrebbe essere a maggior ragione esclusa
nel caso in cui all'agente venga riconosciuta l'attenuante della
lieve entita' del fatto.
Ritiene, in definitiva, il giudice a quo che l'art. 630 cod.
pen., all'esito della sentenza n. 68 del 2012 di questa Corte - in
base alla quale la pena da tale articolo comminata e' diminuita
quando per la natura, la specie, i mezzi, le modalita' o circostanze
dell'azione ovvero per la particolare tenuita' del danno o del
pericolo, il fatto risulti di lieve entita' - risulterebbe, in tale
specifico caso, non suscettibile di essere incluso nell'elenco dei
reati "ostativi" previsti dalla disposizione censurata.
2.- L'ordinanza di rimessione non fornisce informazioni sulla
fattispecie concreta che ha portato alla condanna per il reato in
questione, ne' sulle ragioni della concessione dell'attenuante di
lieve entita'. Cio', tuttavia, non determina profili di
inammissibilita' della questione, poiche' essa proviene dal giudice
della legittimita', che formula la censura in base agli accertamenti
di fatto compiuti dai giudici del merito e, proprio sulla scorta di
questi, scorge una incoerenza irragionevole, costituzionalmente
illegittima per lesione degli artt. 3 e 27 Cost., tra la complessiva
ratio sottostante al disposto di cui all'art. 4-bis ordin. penit., da
una parte, e l'inclusione in esso, dall'altra, dell'art. 630 cod.
pen., se e in quanto al reato sia applicata l'attenuante della lieve
entita' del fatto.
Risulta percio' non implausibile affermare, come fa il rimettente
in punto di rilevanza della questione di legittimita' costituzionale,
che se dovesse escludersi il carattere "ostativo" del reato di cui
all'art. 630 cod. pen, in quanto attenuato dalla lieve entita',
potrebbe ritenersi maturato il diritto ad accedere al beneficio ai
sensi dell'art. 30-ter, comma 4, lettera c), ordin. penit., salve,
ovviamente, le valutazioni del giudice di merito, il quale si era,
invece, arrestato al profilo formale della preclusione, proprio in
ragione del titolo di reato per cui vi era stata condanna, e in
assenza di prospettazione di una collaborazione con la giustizia,
effettiva o impossibile.
3.- Nel merito, la tesi del giudice a quo non puo' essere
condivisa e le questioni da esso sollevate non sono percio' fondate.
La stessa illustrazione della ratio dell'art. 4-bis ordin.
penit., quale risultante dall'ordinanza di rimessione, non e'
corretta. Allo stato attuale, non esaurisce affatto la descrizione di
tale ratio il riferimento alla necessita' di riservare un trattamento
penitenziario di particolare asprezza ai condannati per reati di
criminalita' organizzata. Se questa poteva essere la ratio iniziale
della disposizione, essa si e' andata progressivamente perdendo. Al
tempo presente, l'unica adeguata definizione della disciplina di cui
all'art. 4-bis ordin. penit. consiste nel sottolinearne la natura di
disposizione speciale, di carattere restrittivo, in tema di
concessione dei benefici penitenziari a determinate categorie di
detenuti o internati, che si presumono socialmente pericolosi
unicamente in ragione del titolo di reato per il quale la detenzione
o l'internamento sono stati disposti (sentenza n. 239 del 2014).
Del resto, le numerose modifiche intervenute negli anni, rispetto
al nucleo della disciplina originaria, hanno variamente ampliato il
catalogo dei reati ricompresi nella disposizione, in virtu' di scelte
di politica criminale tra loro disomogenee, accomunate da finalita'
di prevenzione generale e da una volonta' di inasprimento del
trattamento penitenziario, in risposta ai diversi fenomeni criminali
di volta in volta emergenti. L'art. 4-bis ordin. penit. si e', cosi',
trasformato in «un complesso, eterogeneo e stratificato elenco di
reati» (sentenze n. 32 del 2016 e n. 239 del 2014), nel quale,
accanto ai reati di criminalita' organizzata, compaiono ora, tra gli
altri, quelli di violenza sessuale (legge 1° ottobre 2012, n. 172,
recante «Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio
d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e
l'abuso sessuale, fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonche' norme
di adeguamento dell'ordinamento interno»), di scambio elettorale
politico-mafioso (legge 23 febbraio 2015, n. 19, recante «Divieto di
concessione dei benefici ai condannati per il delitto di cui
all'articolo 416-ter del codice penale»), di favoreggiamento
dell'immigrazione clandestina (decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7,
recante «Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di
matrice internazionale, nonche' proroga delle missioni internazionali
delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo
sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione
alle iniziative delle Organizzazioni internazionali per il
consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione», convertito
con modificazioni, nella legge 17 aprile 2015, n. 43) e, da ultimo,
anche quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione (legge 9
gennaio 2019, n. 3, recante «Misure per il contrasto dei reati contro
la pubblica amministrazione, nonche' in materia di prescrizione del
reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici»).
Il complesso di tali modifiche non e' senza rilievo con riguardo
allo stesso esito delle presenti questioni di legittimita'
costituzionale. Al cospetto di una disposizione che, ormai, ricollega
un trattamento penitenziario piu' aspro all'allarme sociale derivante
dal mero titolo di reato per cui e' condanna, risulta, infatti,
incongruo l'argomento del giudice a quo, secondo il quale se la
fattispecie di reato e' assistita dall'attenuante di lieve entita',
essa dovrebbe essere, per cio' solo, espunta dal catalogo di cui
all'art. 4-bis ordin. penit., sul presupposto che il riconoscimento
di quella attenuante priverebbe di ogni validita', sul piano logico e
statistico, la presunzione del collegamento del condannato con
organizzazioni criminali.
E' evidente che la concessione dell'attenuante in parola e'
rilevante ai soli fini della determinazione della pena proporzionata
al caso concreto, mentre, nella logica dell'attuale art. 4-bis, comma
1, ordin. penit., una tale concessione non risulta idonea a incidere,
di per se' sola, sulla coerenza della scelta legislativa di
considerare un determinato reato di particolare allarme sociale,
ricollegandovi un trattamento piu' rigoroso in fase di esecuzione,
quale che sia la misura della pena inflitta nella sentenza di
condanna.
D'altra parte, anche a voler accedere al terreno argomentativo
del rimettente, il riferimento alla natura, alla specie, ai mezzi,
alle modalita' o circostanze dell'azione, alla particolare tenuita'
del danno o del pericolo - cioe' agli elementi che giustificano la
concessione dell'attenuante - non necessariamente comporta, ne' sul
piano logico, ne' su quello dell'esperienza, «una caduta di
effettivita' della presunzione» di collegamento del reo con
organizzazioni criminali: giacche' quegli stessi elementi non sono
necessariamente in contraddizione con l'adesione o la partecipazione
del condannato a pericolose organizzazioni criminali, stabili e
strutturate.
In definitiva, lieve entita' del fatto, da una parte, e
valutazione legislativa di gravita' direttamente connessa al titolo
di reato per il quale e' condanna, dall'altra, sono aspetti che non
e' congruo porre in comparazione, ai fini perseguiti dal rimettente.
La previsione di attenuanti, anche diverse da quelle della lievita'
del fatto, consente di adeguare la pena al caso concreto, ma non
riguarda la valutazione discrezionale del legislatore circa la
gravita' del titolo di reato per il quale vi e' stata condanna,
l'allarme sociale che la commissione di quel reato determina e
l'oggettiva pericolosita' del comportamento descritto dalla
fattispecie astratta (sentenze n. 88 del 2019 e n.179 del 2017).
La stessa giurisprudenza di legittimita' (Corte di cassazione,
sezione prima penale, sentenze 3 febbraio 2016, n. 37578, e 19
settembre 2012, n. 36) ha chiarito che il legislatore, nell'elenco di
cui all'art. 4-bis ordin. penit., ha voluto attribuire esclusivo
rilievo a profili di carattere oggettivo, sulla scorta del mero
titolo di reato giudicato, in ragione della pericolosita' di quanti
ne siano stati ritenuti responsabili, a prescindere dalle decisioni
in concreto assunte in tema di trattamento punitivo e di
bilanciamento tra circostanze (in questo senso anche l'ordinanza n. 3
del 2018 di questa Corte, con riferimento ad alcuni delitti
ricompresi nell'art. 4-bis, comma 1-quater, ordin. penit.).
Del resto, nessuna attenuante e', di per se' stessa, suscettibile
di assumere rilievo ai fini dell'accesso ai benefici penitenziari per
i condannati per i reati contemplati dall'art. 4-bis, comma 1, ordin.
penit., fatta eccezione per quelle previste dagli artt. 62, numero
6), 114 e 116, secondo comma, cod. pen.: ma si tratta di attenuanti
che rilevano a tal fine solo ed esclusivamente in presenza di una
prospettata collaborazione con la giustizia che si riveli
«oggettivamente irrilevante» (comma 1-bis dell'art. 4-bis ordin.
penit.).
4.- Infine, dev'essere sottolineato, insieme all'Avvocatura
generale dello Stato, che nell'elenco di cui all'art. 4-bis ordin.
penit. figurano, ab origine, i reati commessi con finalita' di
terrorismo, tra cui il reato previsto dall'art. 289-bis cod. pen.
(Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione),
fattispecie la cui invocazione quale tertium comparationis ha
determinato, con la sentenza n. 68 del 2012 di questa Corte, la
dichiarazione di illegittimita' costituzionale dell'art. 630 cod.
pen., nella parte in cui non prevede che la pena da esso comminata e'
diminuita quando il fatto risulta di lieve entita'.
In effetti, il reato di sequestro a scopo di terrorismo e di
eversione - introdotto dal decreto-legge 21 marzo 1978 n. 59 (Norme
penali e processuali per la prevenzione e la repressione di gravi
reati) convertito con modificazioni nella legge 18 maggio 1978 n.191
- "nasce" comprensivo dell'attenuante di lieve entita' di cui
all'art. 311 cod. pen., riferita specificamente ai delitti contro la
personalita' dello Stato, per consentire al giudice di rendere le
pertinenti previsioni sanzionatorie, tutte di eccezionale asprezza,
adeguate e proporzionate al reato commesso nel caso concreto. Ebbene,
se l'espressa e contestuale previsione dell'art. 311 cod. pen. in
riferimento al sequestro a scopo di terrorismo o eversione non ha
impedito l'inserimento del reato nell'elenco di cui all'art. 4-bis
ordin. penit., non si vede perche', ora, l'estensione dell'attenuante
della lieve entita' all'"omologo" reato di cui all'art. 630 cod.
pen., conseguente alla sentenza n. 68 del 2012, dovrebbe comportare,
per necessita' costituzionale, l'espunzione della fattispecie del
sequestro estorsivo, in tale specifico caso, dal medesimo elenco.



 

 


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