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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 34 del 21-8-2019

N. 131 ORDINANZA (Atto di promovimento) 14 maggio 201

N. 131 ORDINANZA (Atto di promovimento) 14 maggio 2019 Ordinanza del 14 maggio 2019 del Tribunale di sorveglianza di Milano nel procedimento di sorveglianza nei confronti di C. A.. Ordinamento penitenziario - Benefici penitenziari - Condannati a pene detentive temporanee per il delitto di cui all'art. 630, comma secondo, del codice penale che abbiano cagionato la morte del sequestrato - Divieto di concessione dei benefici indicati nel comma 1 dell'art. 4-bis della legge n. 354 del 1975 se non abbiano effettivamente espiato almeno due terzi della pena. - Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta'), art. 58-quater, comma 4. (19C00222) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.34 del 21-8-2019

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI MILANO
Ufficio di sorveglianza

Nel procedimento di sorveglianza nei confronti di: C. A., nata in
Germania il ...; attualmente detenuta presso la ...; difesa di
fiducia dall'avv. Corrado Limentani del Foro di Milano, avente per
oggetto istanza di permesso premio ex art. 30-ter OP;
in espiazione della pena di cui al seguente titolo esecutivo:
cumulo PG Bologna n. 205/2012 SIEP; pena da espiare: anni 24 di
reclusione;
decorrenza pena 1° aprile 2006; fine pena attuale al 29 agosto
2027;
reati per cui vi e' condanna in esecuzione: concorso in sequestro
di persona a scopo di estorsione da cui e' derivata la morte della
persona sequestrata, ai sensi dell'art. 630 comma 2 del codice
penale.
Vista l'istanza di riconoscimento della c.d. collaborazione
impossibile o irrilevante, avanzata dalla detenuta in data 28
settembre 2018, ai fini di accedere - ai sensi degli articoli 4-bis
comma 1-bis e 30-ter OP - ai benefici penitenziari e, in particolare,
ai permessi premio (cosi' come da istanza pervenuta in data 2 ottobre
2018);

Ritenuto in fatto

La detenuta, con sentenza della Corte di Assise d'Appello di
Bologna del 17 giugno 2011 (divenuta irrevocabile il 13 marzo 2012),
e' stata condannata, ai sensi dell'art. 630 comma 2 del codice
penale, alla pena di anni ventiquattro di reclusione per sequestro in
concorso a scopo di estorsione, aggravato dalla morte della persona
sequestrata, come conseguenza non voluta.
Ad oggi la C. ha espiato effettivamente in carcere anni tredici,
mesi uno, giorni dodici di reclusione, a cui si aggiungono anni due,
mesi sette, giorni cinque di liberazione anticipata.
La detenuta ha chiesto di usufruire del primo permesso premio, da
trascorrere presso l'appartamento (sito in ...) dell'Associazione
..., al fine di coltivare i propri affetti familiari (in particolare
con il figlio minorenne, a cui la C. e' molto legata).
Nell'ultimo aggiornamento della sintesi (in data 20 giugno 2018)
l'equipe formula come ipotesi trattamentale la concessione dei
benefici richiesti e la Direzione dell'Istituto (in data 2 ottobre
2018) esprime parere favorevole.
Dai colloqui con l'esperta psicologa e' emerso che la detenuta si
mostra assolutamente consapevole della gravita' del reato, palesando
contenuti di profondo dolore nei confronti della vittima e dei suoi
familiari, seppur la medesima, distanziandosi da quanto riportato in
sentenza, ha sempre negato di aver partecipato alla formulazione del
piano di reato, proiettando, invece, la colpa su chi materialmente ha
commesso questo grave delitto; nonostante cio', la detenuta ha sempre
manifestato autentici sentimenti di colpa rispetto al reato per cui
si trova ristretta.
Si specifica che il reato per cui la C. e' ristretta e' un fatto
che, per la crudezza e violenza delle azioni criminali, ha avuto
notevole rilevanza mediatica: la detenuta e' stata ritenuta colpevole
di aver preso parte, in concorso con il suo ex convivente M. G. A. e
con S. R., alla pianificazione del rapimento del piccolo T. O.; il
piano criminale era stato organizzato allo scopo di estorcere denaro
alla famiglia per la liberazione del bambino, ma si e' poi concluso
con la morte di quest'ultimo, ucciso da R. ed A. immediatamente dopo
il rapimento, per evitare di venire scoperti dalle forze dell'ordine
impegnate nelle ricerche del piccolo.
Mentre i due correi hanno ammesso le proprie responsabilita'
circa l'ideazione e la commissione del fatto anche omicidiario, la C.
ha sempre affermato di non avere mai condiviso il piano criminale
fino all'uccisione del piccolo (come del resto confermato anche in
fase di cognizione dall'A., salvo poi ritrattare nelle fasi finali
del processo, accusando anche la ex compagna). Infatti, i due uomini
sono stati condannati all'ergastolo per avere cagionato (dolosamente)
la morte del sequestrato, ai sensi dell'art. 630. comma 3 del codice
penale; mentre la donna e' stata condannata alla pena della
reclusione di anni ventiquattro per avere cagionato la morte della
vittima, come conseguenza non voluta del sequestro, ai sensi
dell'art. 630, comma 2 del codice penale.
Cio' premesso in fatto, deve affrontarsi la questione preliminare
di ammissibilita' dell'istanza avanzata dalla detenuta, alla stregua
di quanto previsto dall'art. 58-quater comma 4 OP.
Nella suddetta istanza in data 2 ottobre 2018 la detenuta, dopo
aver asserito la sua totale estraneita' da contesti di criminalita'
organizzata ed altresi' l'evidente impossibilita' di una sua
collaborazione «attiva» («in quanto i fatti a me ascritti sono stati
integralmente accertati con sentenza passata in giudicato. Inoltre il
mio ruolo, cosi' come accertato in sentenza, e' stato di secondo
piano e nulla potrei comunque ulteriormente riferire in ordine a un
episodio ormai definitivamente accertato»), sosteneva sussistessero i
termini di legge per poter accedere ai permessi premio; cio' - a suo
dire - perche' il reato ascrittole (art. 630, comma 2 del codice
penale) non rientrerebbe tra quelli previsti dall'art. 58-quater,
comma 4 OP. In particolare, la condannata, citando la sentenza della
Corte costituzionale n. 149/2018, ha ritenuto che il richiamo operato
dall'art. 58.quater, comma 4 OP all'art. 630 del codice penale sia da
intendersi esclusivamente con riferimento al comma terzo di
quest'ultimo articolo; a suo dire, l'art. 58-quater, comma 4 OP si
riferirebbe espressamente ai condannati per sequestro di persona «che
abbiano cagionato la morte del sequestrato» e, dunque, non ai casi in
cui la morte del sequestrato sia derivata dal delitto come
conseguenza non voluta dal reo, ai sensi dell'art. 630, comma 2 del
codice penale, che e' la fattispecie a lei ascritta.
La questione appena prospettata impone di analizzare la
disposizione di cui all'art. 58-quater, comma 4 OP, la quale pone una
disciplina molto chiara: per determinati tipi di reato («i condannati
per i delitti di cui agli articoli 289-bis e 630 del codice
penale che abbiano cagionato la morte del sequestrato»)
l'ammissibilita' dei benefici di cui all'art. 4-bis, comma 1 OP e'
subordinata all'espiazione effettiva di almeno due terzi della pena
inflitta in caso di pena temporanea o, nel caso dell'ergastolo,
almeno ventisei anni.
Cio' premesso, e' necessario anzitutto analizzare il significato
dell'espressione contenuta nell'art. 58-quater, comma 4 OP «che
abbiano cagionato la morte del sequestrato», concentrandosi in
particolare sul significato giuridico del verbo «cagionare».
E' evidente che nel caso di specie non si tratti di omicidio
volontario, ma di delitto aggravato dall'evento. E' ben vero che lo
schema legale di tale delitto aggravato e' costruito in termini di
responsabilita' oggettiva, poiche' non sembra richiedere alcuna
partecipazione soggettiva rispetto all'evento, che deriva solo
causalmente dalla condotta materiale dell'agente; tuttavia, preso
atto della sussistenza del nesso di causalita' (imputabilita' di tipo
oggettivo), alla luce del principio di colpevolezza, e' necessario
interpretare tale fattispecie nel senso della necessaria presenza di
una quota di colpa anche rispetto all'evento non voluto. In altri
termini, l'aver cagionato la morte del sequestrato appare un
presupposto imprescindibile per la configurazione di tale fattispecie
di reato, e cio' indipendentemente dal fatto che la morte sia stata
effettivamente voluta (nel caso del terzo comma dell'art. 630 del
codice penale) o non voluta (nel caso del secondo comma dell'art. 630
del codice penale) dalla detenuta. Dunque, il verbo «cagionare» - a
differenza di quanto sostenuto dall'istante - non implica
necessariamente la sussistenza in capo all'agente della volonta' di
causare la morte della vittima, come avviene nei casi di omicidio
doloso. In questo senso, dunque, la C. ha, in effetti, concorso a
cagionare la morte del piccolo T., nel senso che (anche) la sua
condotta ha causato l'evento morte, anche se non effettivamente
voluto.
Dunque, il fatto che l'art. 58-quater comma 4 OP contenga
l'espressione «che abbiano cagionato la morte del sequestrato»
significa necessariamente che le soglie di legittimita' contenute in
tale norma si riferiscono a tutti i condannati del delitto di cui
all'art. 630 del codice penale, che abbiano cagionato la morte della
vittima, sia con dolo sia con la sola previsione dell'evento, nei
termini in cui la giurisprudenza di legittimita' interpreta la
fattispecie del delitto aggravato dall'evento. Ne consegue che la
posizione giuridica della C. rientra pienamente nella disciplina di
cui al comma quarto dell'art. 58-quater OP.
Chiarito cio', va rilevato che la C., condannata ad anni
ventiquattro di reclusione, ad oggi ha effettivamente espiato anni
tredici, mesi uno, giorni dodici di reclusione (esclusi anni due,
mesi sette, giorni cinque di L.A., come richiesto dall'avverbio
«effettivamente» presente nel testo della norma in questione;
interpretazione confermata del resto anche dalla sentenza della Corte
costituzionale n. 149/2018); ai sensi dell'art. 58 comma 4 OP,
dunque, vi sarebbe una preclusione temporale per l'accesso ai
permessi premio, non avendo la detenuta espiato i due terzi della
pena inflittale (16 su 24 anni di reclusione): l'istanza sarebbe
percio' inammissibile e cio' senza alcun rilievo, peraltro, del
riconoscimento della collaborazione impossibile (richiesto dalla
detenuta in data 28 settembre 2018).
Infatti, posto che l'art. 58-ter comma 1 OP esclude
l'applicabilita' dei limiti di pena in esso indicati nel caso di
collaborazione positiva (o nelle condizioni ad essa equiparate ai
sensi dell'art. 4-bis, comma 1-bis OP), una medesima deroga non e'
invece prevista nell'ordinamento penitenziario per i limiti di pena
fissati dall'art. 58-quater comma 4 OP; quest'ultimo articolo quindi
«si pone come norma speciale rispetto alla previsione dell'art 58-ter
ord. penit.» (sentenza Corte Suprema di Cassazione, Prima sezione
Penale, n. 3758/2016).
Va pero' rilevato che la suddetta disciplina e' stata dichiarata
incostituzionale con recente sentenza della Corte costituzionale n.
149/2018 con esclusivo riferimento, tuttavia, ai soli condannati
all'ergastolo per i delitti di cui agli articoli 289-bis e 630 comma
3 del codice penale, con le seguenti motivazioni:
la Corte costituzionale ha censurato la disposizione di cui
all'art. 58-quater comma 4 OP perche' contraria al principio di
uguaglianza ex art. 3 Cost., evidenziando alcuni profili
differenziali del regime applicabile ai soli condannati all'ergastolo
per sequestro a scopo di estorsione, terrorismo o eversione, rispetto
a quello applicabile alla generalita' degli altri condannati
all'ergastolo, soggetti o meno alle preclusioni di cui all'art. 4-bis
OP. In particolare, la disparita' di trattamento e' stata rivenuta
laddove solo per i' primi, pur in presenza di una loro collaborazione
con la giustizia o delle condizioni ad essa equiparate, le soglie di
pena previste per la generalita' dei condannati non vigono, in quanto
sostituite dall'unica soglia dei ventisei anni di pena effettivamente
espiata;
inoltre, il regime derogatorio di cui all'art. 58-quater comma
4 OP e' stato censurato anche sotto il profilo di irragionevolezza
rispetto al principio di finalita' rieducativa della pena ex art. 27
comma 3 Cost., il quale richiede necessariamente una gradualita' e
progressivita' trattamentale («L'appiattimento all'unica e
indifferenziata soglia di ventisei anni per l'accesso a tutti i
benefici penitenziari indicati nel primo comma dell'art. 4-bis ordin.
penit. si pone, infatti, in contrasto con il principio - sotteso
all'intera disciplina dell'ordinamento penitenziario in attuazione
del canone costituzionale della finalita' rieducativa della pena -
della progressivita' trattamentale e flessibilita' della pena [...]
La disciplina in questa sede censurata sovverte irragionevolmente a
tale logica gradualistica»);
infine, un terzo profilo di irragionevolezza della disposizione
in questione e' stato ravvisato dalla Corte laddove le preclusione
temporale di cui all'art. 58-quater comma 4 OP blocca in modo
automatico l'accesso ai benefici penitenziari per i condannati a tali
reati, impedendo di' fatto al giudice di effettuare una valutazione
individuale sul concreto percorso di risocializzazione del detenuto,
e cio' in forza della presunzione di una sua maggiore pericolosita'
basata unicamente sul titolo di reato commesso. Tale disciplina
sembrerebbe ispirata unicamente a esigenze di prevenzione sociale,
ponendosi cosi' in netto contrasto con le posizioni in materia della
Corte costituzionale, che invece appaiono sempre piu' ostili
all'applicazione di automatismi e presunzioni assolute di
pericolosita' in materia di reati ostativi, come quello del caso di
specie; la funzione di rieducazione e risocializzazione della pena,
cosi' come sancita all'art. 27 comma 3 Cost., richiede, invece,
l'individualizzazione del trattamento penitenziario,
indipendentemente dal titolo di reato («Incompatibili con vigente
assetto costituzionale sono invece previsioni, come quella in questa
sede censurata, che precludano in modo assoluto, per un arco
temporale assai esteso, l'accesso ai benefici penitenziari a
particolari categoria di condannati - i quali pure abbiano
partecipato in modo significativo al percorso di rieducazione [...]
in ragione soltanto della particolare gravita' del reato commesso,
ovvero all'esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei
confronti della generalita' dei consociati»);
la Corte ha individuato un ulteriore profilo disparitario nella
disciplina speciale applicabile ai soli ergastolani per tali delitti,
laddove ha constatato che tale disciplina e' insensibile alla
collaborazione processuale del detenuto o alle situazioni ad esse
equiparate dall'art. 4-bis. OP (collaborazione impossibile o
inesigibile), e cio' a differenza di quanto accade per tutti gli
altri ergastolani condannati per i delitti di cui all'art. 4-bis
comma 1 OP, «per i quali la collaborazione con la giustizia rende
inoperanti, ai sensi dell'art. 58-ter, le piu' gravosi soglie per
l'accesso a ciascun beneficio introdotte con la medesima novella del
1991, con conseguente riespansione delle ordinarie soglie applicabili
alla generalita' dei condannati».
Stante, dunque, il riferimento espresso unicamente ai condannati
alla pena dell'ergastolo, la suddetta disciplina rimane pero' tuttora
in vigore per i condannati a pena detentiva temporanea per l'analogo
delitto aggravato dall'evento.
Cio' posto, si ravvisa un'evidente disparita' di trattamento,
laddove, in riferimento ai medesimi reati, per gli ergastolani
tornerebbero ad applicarsi, a seguito della suddetta pronuncia di
incostituzionalita', i limiti di pena ordinari (peraltro gia' di per
se' stringenti) previsti dagli articoli 30-ter e 4-bis OP, mentre per
i condannati a pena detentiva temporanea rimarrebbero in vigore i
piu' rigidi limiti previsti dalla norma in questione: l'art.
58-quater comma 4 OP pone, dunque, una irragionevole eccezione in
peius.
D'altronde e' la stessa Corte costituzionale, al punto 10 della
menzionata sentenza, ad affermare la consapevolezza di tale
disparita' di trattamento: «Questa Corte e' consapevole che la
presente pronuncia potrebbe a sua volta creare disparita' di
trattamento rispetto alla disciplina - non sottoposta in questa sede
a scrutinio di legittimita' - dettata dallo stesso art. 58-quater,
comma 4. ordin. penit. in relazione ai condannati a pena detentiva
temporanea per i delitti di cui agli articoli 289-bis e 630 del
codice penale che abbiano cagionato la morte del sequestrato.
Tuttavia, tale consapevolezza non puo' costituire ostacolo alla
dichiarazione di illegittimita' della disciplina qui esaminata: e
cio' in base al costante insegnamento della giurisprudenza
costituzionale, secondo cui anche se «qualunque decisione di
accoglimento produce effetti sistemici [.] questa Corte non puo'
tuttavia negare il suo intervento a tutela dei diritti fondamentali
per considerazioni di astratta coerenza formale» nell'ambito del
sistema (sentenza n. 317 del 2009). Spettera' al legislatore
individuare gli opportuni rimedi alle eventuali disparita' di
trattamento che si dovessero produrre in conseguenza della presente
pronuncia».

Considerato in diritto

Ritiene questo Magistrato non manifestamente infondata la
questione di legittimita' costituzionale della norma di cui all'art.
58-quater comma 4 OP nella parte in cui prevede che il condannato a
pena detentiva temporanea per il reato di cui all'art. 630 comma 2
del codice penale che abbia cagionato la morte del sequestrato non e'
ammesso ad alcuno dei benefici indicati nel comma 1 dell'art. 4-bis
OP se non abbia effettivamente espiato almeno i due terzi della pena
irrogata.
La questione e' rilevante poiche' la soluzione circa la
legittimita' costituzionale o meno della norma applicabile al caso
concreto appare imprescindibile per procedere alla valutazione nel
merito dell'istanza avanzata. In particolare, e' evidente il
collegamento fra la norma della cui costituzionalita' si dubita e
l'oggetto del procedimento pendente avanti questo Ufficio di
Sorveglianza. Invero, sussistendo tutti gli altri requisititi di
ammissibilita' (il riconoscimento della collaborazione impossibile ex
articoli 58-ter e 4-bis comma 1-bis OP e l'assenza di elementi da cui
desumere la sussistenza di collegamenti con la criminalita'
organizzata, terroristica o eversiva), l'unico ostacolo alla
concessione dei benefici richiesti e' rappresentato proprio dall'art.
58-quater comma 4 OP: se la disciplina in questione venisse ritenuta
conforme alla Costituzione, si applicherebbe, come detto, la soglia
di espiazione effettiva dei due terzi di pena inflitta (senza
contare, dunque, i giorni di LA e senza alcun rilievo della
collaborazione impossibile o inesigibile); tuttavia, laddove invece
la stessa venisse dichiarata incostituzionale, tornerebbero in vigore
le piu' ampie soglie ordinarie previste normalmente per tutti gli
altri tipi di reati ostativi di cui all'art. 4-bis OP.
Conseguentemente, in tale secondo caso, la detenuta, per accedere ai
permessi premio, dovrebbe aver espiato meta' della pena inflitta o,
secondo il criterio moderatore, almeno dieci anni di reclusione, ai
sensi dell'art. 30-ter, comma 4, lett. c) OP: l'istanza troverebbe
allora accoglimento.
Da tali elementi deriva, dunque, la rilevanza della questione di
legittimita' costituzionale sollevata con l'odierna ordinanza: da
tale disposizione dipende l'applicazione, nel caso di specie, di
un'eccezione in peius di un regime - quello previsto dall'art. 4-bis
OP - gia' di per se' derogatorio in senso peggiorativo; e' dunque
dirimente che la Corte costituzionale si pronunci sulla fondatezza
dell'odierna questione di legittimita' costituzionale.
Inoltre, il dubbio di legittimita' costituzionale non potrebbe
neanche essere risolto sulla base del criterio dell'interpretazione
costituzionalmente orientata della norma in questione; trattasi di un
passaggio obbligatorio che la legge impone al giudice rimettente, il
quale, prima di rimettere - appunto - la questione alla Corte
costituzionale, e' chiamato a verificare, anche con l'ausilio del
diritto vivente, se vi e' la possibilita' di attribuire alla norma -
della cui legittimita' si dubita - un significato che si ponga in
armonia con la Costituzione.
E invero una tale interpretazione, nel caso di specie, sembra
essere preclusa proprio dal punto 10 della sentenza Corte cost. n.
149/2018 sopra riportato, laddove si afferma espressamente che quella
pronuncia di incostituzionalita' non puo' estendersi a casi che,
seppur similari, non sono stati sottoposti in quella sede a scrutinio
di legittimita'. In ogni caso, l'art. 58-quater comma 4 OP non sembra
essere una norma contenente plurimi significati e, dunque,
suscettibile di svariate interpretazioni, ma anzi e' una disposizione
con un significato univoco: non si ravvisa, dunque, in questo caso la
possibilita' di una interpretazione adeguatrice che possa ovviare al
trattamento disparitario prodotto dal rigido limite temporale
previsto dalla norma.
Cio' posto, con riferimento ai singoli motivi di censura della
norma, valgono per i condannati a pena detentiva temporanea per il
delitto di cui all'art. 630 del codice penale tutte le medesime
doglianze di incostituzionalita' accolte dalla Corte costituzionale,
con sentenza n. 149/2018 relativa - come detto - ai soli ergastolani
per il medesimo delitto, e sopra riportate, che qui si richiamano per
intero.
Oltre alle suddette violazioni riconosciute dalla Corte, nel caso
di specie, si ravvisa a maggior ragione un profilo di
irragionevolezza rispetto al principio di uguaglianza ex art. 3
Cost., laddove, a seguito della menzionata pronuncia di
incostituzionalita' parziale della norma, vige una disciplina
differenziata a seconda che il reo sia ergastolano o condannato a
pena detentiva temporanea. Invero, stante l'identita' di ratio tra le
due situazioni (medesimi reati) ed altresi' l'appartenenza al
medesimo schema legale, questo Magistrato ravvisa che se tale regime
derogatorio e' stato dichiarato incostituzionale per gli ergastolani,
a fortiori dovrebbe essere ritenuto tale anche per i condannati a
pena detentiva temporanea; sarebbe infatti paradossale sottoporre ad
un regime penitenziario piu' stringente e peggiorativo condannati a
pena detentiva temporanea - e, dunque, evidentemente responsabili di
reati meno gravi - rispetto a quello applicabile ai condannati
all'ergastolo per i medesimi fatti, certamente piu' gravi.
Infine, sembra sussistere un'ulteriore violazione del principio
di uguaglianza ai sensi dell'art. 3 Cost., laddove la Corte, con la
menzionata sentenza, ha riconosciuto che l'avverbio «effettivamente»
comporterebbe un trattamento differenziato tra la generalita' dei
condannati all'ergastolo e gli ergastolani ex articoli 289-bis e 630
del codice penale, rilevando, infatti, che «mentre, dunque, per la
generalita' dei condannati le soglie temporali di accesso ai singoli
benefici possono essere anticipate per effetto delle detrazioni
conseguenti alla liberazione anticipata, in proporzione al numero di
semestri nei quali la loro partecipazione all'opera di rieducazione
sia stata valutata in termini positivi, la soglia dei due terzi di
pena o di ventisei anni nel caso di ergastolo, per le speciali
categorie di condannati cui si riferisce l'art. 58-quater, non e'
suscettibile di alcuna riduzione per effetto della liberazione
anticipata, pure eventualmente maturata dal condannato per effetto
della sua partecipazione all'opera rieducativa durante l'intero corso
della sua permanenza in carcere». Secondo la Corte, questa disciplina
comporterebbe il forte indebolimento dell'incentivo a partecipare
all'opera di rieducazione: «[...] e' assai probabile che il
condannato all'ergastolo [...] possa non avvertire, quanto meno in
tutta la prima fase di esecuzione della pena, alcun pratico incentivo
ad impegnarsi nel programma rieducativo, in assenza di una qualsiasi
tangibile ricompensa in termini di anticipazione dei benefici che non
sia proiettata in un futuro ultraventennale, percepito come
lontanissimo nell'esperienza comune di ogni individuo (sentenza n.
276 del 1990)».
Anche in questo caso, questo Magistrato ritiene che se tali
argomentazioni sono valide con riferimento agli ergastolani, possano
ritenersi, a maggior ragione, tali anche per i condannati a pena
detentiva temporanea per il medesimo delitto di cui all'art. 630,
comma 2 del codice penale.
Per le ragioni sopra esposte, ad avviso di questo Magistrato,
sussistono ragioni di contrasto della norma contenuta nell'art.
58-quater comma 4 OP con gli articoli 3 e 27, comma 3 Cost. e
pertanto, preso atto della rilevanza in fatto, deve sollevarsi
questione di' illegittimita' costituzionale, che si ritiene non
manifestamente infondata.



 

 


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