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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 40 del 2-10-2019

N. 216 SENTENZA 20 giugno - 27 settembre 201

N. 216 SENTENZA 20 giugno - 27 settembre 2019 Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Esecuzione penale - Sospensione dell'esecuzione delle pene detentive - Divieto nei confronti dei condannati per il delitto di furto in abitazione - Denunciata disparita' di trattamento, irragionevolezza e violazione del principio della finalita' rieducativa della pena - Non fondatezza delle questioni - Segnalazione al legislatore di possibili incongruenze della disciplina. - Codice di procedura penale, art. 656, comma 9, lettera a). - Costituzione, artt. 3, primo comma, e 27, terzo comma. (T-190216) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.40 del 2-10-2019

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 656, comma
9, lettera a), del codice di procedura penale, promosso dal Tribunale
ordinario di Agrigento, sezione prima penale, in funzione di giudice
dell'esecuzione, nel procedimento penale a carico di S. P., con
ordinanza del 16 luglio 2018, iscritta al n. 183 del registro
ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
n. 1, prima serie speciale, dell'anno 2019.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei
ministri;
udito nella camera di consiglio del 18 giugno 2019 il Giudice
relatore Francesco Vigano'.

Ritenuto in fatto

1.- Con ordinanza del 16 luglio 2018, iscritta al r. o. n. 183
del 2018, il Tribunale ordinario di Agrigento, sezione prima penale,
in funzione di giudice dell'esecuzione, ha sollevato, in riferimento
agli articoli 3, primo comma, e 27, terzo comma, della Costituzione,
questioni di legittimita' costituzionale dell'art. 656, comma 9,
lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui
stabilisce che la sospensione dell'esecuzione di cui al comma 5 della
medesima disposizione non puo' essere disposta nei confronti dei
condannati per il delitto di furto in abitazione di cui all'art.
624-bis, comma primo, del codice penale.
1.1.- Espone il rimettente di essere stato investito
dell'incidente di esecuzione, ai sensi dell'art. 670 cod. proc. pen.,
promosso da un condannato per il delitto di furto in abitazione di
cui all'art. 624-bis, comma primo, cod. pen., il quale chiedeva la
sospensione dell'ordine di esecuzione della pena di otto mesi di
reclusione e di 300 euro di multa emesso dal pubblico ministero, onde
poter presentare istanza di ammissione ad una misura alternativa alla
detenzione ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod. proc. pen.
Tale istanza non potrebbe, peraltro, essere allo stato accolta,
ad essa ostando la previsione di cui alla disposizione censurata, che
per l'appunto vieta di sospendere l'esecuzione della pena detentiva
nei confronti, inter alios, dei condannati per il delitto di furto in
abitazione.
1.2.- Il giudice a quo dubita, tuttavia, della compatibilita'
della disposizione in parola con gli artt. 3, comma primo, e 27,
comma terzo, Cost.
1.2.1.- La disposizione censurata violerebbe, anzitutto, l'art.
3, comma primo, Cost., in ragione del suo contrasto con i principi di
ragionevolezza, uguaglianza e proporzionalita'.
Se del tutto ragionevole sarebbe il divieto di sospensione
dell'ordine di esecuzione nei confronti dei condannati per i delitti
di cui all'art. 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme
sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure
privative e limitative della liberta'), i quali non sono ammessi a
misure alternative se non al ricorrere delle stringenti condizioni
poste dal medesimo art. 4-bis, la previsione di un tale divieto per i
condannati per furto in abitazione - inserita nella disposizione
dall'art. 2, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92
(Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito con
modificazioni nella legge 24 luglio 2008, n. 125 - risulterebbe
invece irrazionale. Essa determinerebbe infatti, da un lato, un
ingiustificato deteriore trattamento per il furto in abitazione
rispetto alle omologhe figure del furto con strappo e del furto
pluriaggravato, non interessate dal divieto; e, dall'altro, un
parimenti ingiustificato trattamento deteriore del furto in
abitazione rispetto ai piu' gravi delitti di rapina ed estorsione,
parimenti non abbracciati - nelle forme non aggravate - dal divieto
in esame.
La previsione censurata si esporrebbe dunque, a parere del
giudice a quo, ai medesimi rilievi che hanno condotto questa Corte,
nella sentenza n. 125 del 2016, a dichiarare l'illegittimita'
costituzionale del divieto di sospensione dell'ordine di carcerazione
in relazione ai condannati per furto con strappo, previsto al secondo
comma dello stesso art. 624-bis cod. pen., in relazione in
particolare all'agevole ipotizzabilita' di «casi in cui, nel
progredire dell'azione delittuosa, il furto con strappo si trasforma
in una rapina, per la necessita' di vincere la resistenza della
vittima, o anche in una rapina impropria, per la necessita' di
contrastare la reazione della vittima dopo la sottrazione della
cosa». Con conseguente irragionevolezza - rilevata dalla sentenza in
parola - di una disciplina che, come quella allora censurata,
prevedeva il divieto di sospendere l'ordine di esecuzione rispetto al
solo delitto di furto con strappo, ma non - in particolare - rispetto
a quello piu' grave di rapina, pur oggetto di una possibile, e anzi
agevolmente ipotizzabile, progressione criminosa.
La disposizione censurata si fonderebbe, inoltre, su di una
«aprioristica presunzione di pericolosita', oltrepassando il limite
della non manifesta irragionevolezza delle scelte legislative»,
colpendo anche chi abbia commesso un reato di modesta gravita' e
abbia riportato condanna a una pena detentiva breve, come il
condannato nel giudizio a quo.
1.2.2.- La disposizione in parola violerebbe, altresi', il
principio rieducativo di cui all'art. 27, comma terzo, Cost.
L'applicazione rigida e automatica della detenzione, senza
possibilita' di valutazione - anteriore all'ingresso nell'istituto di
pena del condannato - da parte del tribunale di sorveglianza,
risulterebbe infatti in contrasto con il finalismo rieducativo della
pena, che postulerebbe sempre una «valutazione individualizzata del
prevenuto» in relazione alla concedibilita' o meno dei benefici
previsti dall'ordinamento penitenziario.
1.2.3.- Infine - e «pur senza affiancare ai parametri "interni"
della prospettata questione di legittimita' costituzionale [...]
quello "interposto" costituito dalla Convenzione Europea dei Diritti
dell'Uomo» -, il giudice a quo osserva come la prospettata questione
di legittimita' costituzionale tragga forza anche dalla
giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, rispetto
agli obblighi da essa fissati nei confronti dell'ordinamento italiano
in relazione al superamento della situazione di sovraffollamento
degli istituti penitenziari: esigenza alla quale sarebbe tra l'altro
funzionale il meccanismo della sospensione dell'esecuzione
dell'ordine di esecuzione della pena stabilito dall'art. 656, comma
5, cod. proc. pen., irragionevolmente precluso ai condannati per il
delitto di furto in abitazione.
1.3.- Quanto alla rilevanza della questione nel giudizio a quo,
il rimettente osserva come l'istanza del condannato sia destinata
senz'altro a essere respinta sulla base della disposizione censurata,
insuscettibile di interpretazione conforme a Costituzione; mentre il
suo accoglimento si imporrebbe nell'ipotesi in cui essa fosse
dichiarata illegittima in parte qua.
2.- E' intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei
ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello
Stato, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili e
infondate.
Ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, infatti, la
scelta legislativa non potrebbe ritenersi manifestamente
irragionevole, trovando essa fondamento nella pericolosita' presunta
dell'autore del fatto; e cio' non diversamente da quanto accade nei
confronti dei condannati per rapina aggravata, ai sensi dell'art.
628, terzo comma, n. 3-bis, cod. pen., «nel comune presupposto che il
delitto sia commesso in abitazione», rispetto ai quali pure opera il
divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione.
3.- La parte del giudizio principale non si e' costituita in
giudizio.

Considerato in diritto

1.- Con l'ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale ordinario
di Agrigento, sezione prima penale, in funzione di giudice
dell'esecuzione, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, primo
comma, e 27, terzo comma, della Costituzione, questioni di
legittimita' costituzionale dell'art. 656, comma 9, lettera a), del
codice di procedura penale, nella parte in cui stabilisce che la
sospensione dell'esecuzione di cui al comma 5 della medesima
disposizione non puo' essere disposta nei confronti dei condannati
per il delitto di furto in abitazione di cui all'art. 624-bis, comma
primo, del codice penale.
2.- Non puo' essere accolta l'eccezione di inammissibilita' delle
questioni, sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato in
relazione alla non irragionevolezza della scelta legislativa, in
quanto - all'evidenza - attinente al merito delle questioni medesime,
e non alla loro ammissibilita'.
3.- Nel merito, le questioni non sono pero' fondate.
3.1.- Il rimettente argomenta la contrarieta' all'art. 3, comma
primo, Cost. della disposizione censurata essenzialmente sotto due
profili: da un lato, l'asserita irragionevole disparita' di
trattamento tra i condannati per furto in abitazione e i condannati
per una serie di altri delitti, tra cui in particolare la rapina; e,
dall'altro, l'irragionevolezza di una «presunzione aprioristica di
pericolosita'» anche nei confronti di persone ritenute responsabili
di fatti di reato di modesta gravita' e condannate, pertanto, a pene
detentive brevi.
3.1.1.- Sotto il primo profilo, il giudice a quo ritiene di
trarre argomenti decisivi dalla sentenza n. 125 del 2016, con cui
questa Corte ha dichiarato l'illegittimita' costituzionale del
divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione originariamente
previsto dall'art. 656, comma 9, cod. proc. pen. nei confronti dei
condannati per furto con strappo. In tale occasione, la Corte ha
ritenuto, in effetti, manifestamente irragionevole una disciplina che
prevedeva un trattamento processuale deteriore per un delitto - il
furto con strappo - certamente meno grave di quello - la rapina
semplice, nella sua forma "propria" (art. 628, primo comma, cod.
pen.) o "impropria" (art. 628, secondo comma, cod. pen.) - nel quale
e' agevole ipotizzare che il primo delitto possa trasmodare, in
relazione alla possibile, e statisticamente frequente, reazione della
vittima.
Come giustamente rileva l'Avvocatura generale dello Stato, una
situazione simile non ricorre, pero', rispetto al furto in
abitazione, destinato a trasmodare non gia' nel delitto di rapina
semplice, bensi' in quello di rapina aggravata ai sensi dell'art.
628, terzo comma, n. 3-bis, cod. pen., per essere stato commesso il
fatto nei medesimi luoghi indicati dall'art. 624-bis, primo comma,
cod. pen.; ipotesi aggravata compresa nell'elenco dei delitti di cui
all'art. 4-bis, comma 1-ter, della legge 26 luglio 1975, n. 354
(Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure
privative e limitative della liberta'), per i quali pure opera il
divieto di sospensione dell'ordine di esecuzione previsto per il
(mero) furto in abitazione.
Ne' puo' essere tacciato in termini di manifesta irragionevolezza
il differente trattamento previsto per i condannati per furto in
abitazione rispetto a chi si sia stato condannato per furto con
strappo (dopo la menzionata sentenza n. 125 del 2016) ovvero per
altre ipotesi di furto aggravato o pluriaggravato. Il divieto di
sospensione dell'ordine dell'esecuzione trova infatti la propria
ratio nella discrezionale, e non irragionevole, presunzione del
legislatore relativa alla particolare gravita' del fatto di chi, per
commettere il furto, entri in un'abitazione altrui, ovvero in altro
luogo di privata dimora o nelle sue pertinenze, e della speciale
pericolosita' soggettiva manifestata dall'autore di un simile reato.
3.1.2.- Neppure puo', nella specie, essere ravvisato un
irragionevole e «aprioristico» automatismo legislativo: il
legislatore, infatti, ha, con valutazione immune da censure sul piano
costituzionale, ritenuto che - indipendentemente dalla gravita' della
condotta posta in essere dal condannato, e dall'entita' della pena
irrogatagli - la pericolosita' individuale evidenziata dalla
violazione dell'altrui domicilio rappresenti ragione sufficiente per
negare in via generale ai condannati per il delitto in esame il
beneficio della sospensione dell'ordine di carcerazione, in attesa
della valutazione caso per caso, da parte del tribunale di
sorveglianza, della possibilita' di concedere al singolo condannato i
benefici compatibili con il suo titolo di reato e la durata della sua
condanna.
3.2.- Quanto poi alla dedotta violazione del principio del
necessario finalismo rieducativo della pena sancito dall'art. 27,
comma terzo, Cost., che postulerebbe sempre - secondo il giudice a
quo - una «valutazione individualizzata del prevenuto» in relazione
alla possibilita' di concedergli i benefici previsti dall'ordinamento
penitenziario, conviene osservare che la disciplina in questa sede
censurata non esclude affatto tale valutazione individualizzata. Essa
resta infatti demandata al tribunale di sorveglianza in sede di esame
dell'istanza di concessione dei benefici, che il condannato puo'
comunque presentare una volta passata in giudicato la sentenza che lo
riguarda.
3.3.- Ne', infine, possono essere tratti argomenti decisivi a
sostegno della prospettazione del giudice a quo dalla giurisprudenza
della Corte europea dei diritti dell'uomo che concerne la situazione
di sovraffollamento delle carceri italiane, giurisprudenza che il
rimettente peraltro evoca meramente ad abundantiam, senza formulare
alcuna specifica censura sul punto ex art. 117, primo comma, Cost.
Se e', infatti, indubbio che il meccanismo di sospensione
automatica dell'ordine di esecuzione di cui all'art. 656, comma 5,
cod. proc. pen. sia anche funzionale a evitare l'inutile ingresso nel
sistema penitenziario - gia' afflitto da grave sovraffollamento - di
condannati che potrebbero essere ammessi a misure alternative sin
dall'inizio dell'esecuzione della pena, non puo' d'altra parte
negarsi un margine di discrezionalita' del legislatore, sempre entro
i limiti segnati dalla non manifesta irragionevolezza, nella
definizione delle categorie di detenuti che di tale meccanismo
possono beneficiare.
4.- Fermo tutto quanto precede, questa Corte ritiene comunque
necessario segnalare al legislatore, per ogni sua opportuna
valutazione, l'incongruenza cui puo' dar luogo il difetto di
coordinamento attualmente esistente tra la disciplina processuale e
quella sostanziale relativa ai presupposti per accedere alle misure
alternative alla detenzione, in relazione alla situazione dei
condannati nei cui confronti non e' prevista la sospensione
dell'ordine di carcerazione ai sensi dell'art. 656, comma 5, cod.
proc. pen., ai quali - tuttavia - la vigente disciplina sostanziale
riconosce la possibilita' di accedere a talune misure alternative sin
dall'inizio dell'esecuzione della pena: come, per l'appunto, i
condannati per i reati elencati dall'art. 656, comma 9, lettera a),
cod. proc. pen., diversi da quelli di cui all'art. 4-bis ordin.
penit. (per i quali l'accesso ai benefici penitenziari e' invece
subordinato a specifiche stringenti condizioni).
Cio', in particolare, in relazione al rischio - specialmente
accentuato nel caso di pene detentive di breve durata, peraltro
indicative di solito di una minore pericolosita' sociale del
condannato - che la decisione del tribunale di sorveglianza
intervenga dopo che il soggetto abbia ormai interamente o quasi
scontato la propria pena. Eventualita', quest'ultima, purtroppo non
infrequente, stante il notorio sovraccarico di lavoro che affligge la
magistratura di sorveglianza, nonche' il tempo necessario per la
predisposizione della relazione del servizio sociale in merito
all'osservazione del condannato in carcere.



 

 


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