test banner

1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 44 del 7-11-2018

N. 193 ORDINANZA 10 ottobre - 5 novembre 201

N. 193 ORDINANZA 10 ottobre - 5 novembre 2018 Giudizio sull'ammissibilita' di ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Processo penale - Azione penale - Conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal pubblico ministero, in persona del Procuratore della Repubblica e del Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Torino, nei confronti della Commissione bicamerale d'inchiesta sulle attivita' illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. - Deliberazione del 3 maggio 2017 della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attivita' illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, relativa al mantenimento del regime di segretezza apposto sul verbale contenente l'audizione, dinanzi alla Commissione, dell'ingegnere D. F. del 2 agosto 2016; non accoglimento dell'istanza di desecretazione inoltrata alla medesima Commissione dalla Procura di Torino in data 23 giugno 2017. - (T-180193) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.44 del 7-11-2018

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato
sorto a seguito della deliberazione del 3 maggio 2017 della
Commissione parlamentare di inchiesta sulle attivita' illecite
connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse
correlati, relativa al mantenimento del regime di segretezza apposto
sul verbale contenente l'audizione, dinanzi alla Commissione,
dell'ingegnere Daniele Fortini del 2 agosto 2016, e al non
accoglimento dell'istanza di desecretazione inoltrata alla medesima
Commissione dalla Procura di Torino in data 23 giugno 2017, promosso
dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore aggiunto presso il
Tribunale ordinario di Torino, con ricorso depositato in cancelleria
il 19 gennaio 2018 ed iscritto al n. 2 del registro conflitti tra
poteri 2018, fase di ammissibilita'.
Udito nella camera di consiglio del 10 ottobre 2018 il Giudice
relatore Franco Modugno.
Ritenuto che, con ricorso depositato il 19 gennaio 2018, la
Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Torino, in
persona del Procuratore della Repubblica e del Procuratore aggiunto,
quale titolare del procedimento n. 2017/3922, ha promosso conflitto
di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della
Commissione bicamerale di inchiesta sulle attivita' illecite connesse
al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati,
istituita con legge 7 gennaio 2014, n. 1 (Istituzione di una
Commissione parlamentare di inchiesta sulle attivita' illecite
connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse
correlati), nonche' nei confronti della Camera dei deputati, in
persona del suo Presidente pro tempore, e del Senato della
Repubblica, in persona del suo Presidente pro tempore, chiedendo
dichiararsi che non spettava alla medesima Commissione bicamerale
confermare il segreto sul verbale contenente l'audizione
dell'ingegnere Daniele Fortini del 2 agosto 2016, nonche' rigettare
la richiesta di desecretazione avanzata dalla Procura di Torino, e,
per l'effetto, chiedendo altresi' di annullare la deliberazione del 3
maggio 2017, che ha mantenuto la secretazione del resoconto
stenografico della seduta del 2 agosto 2016, e consentire quindi la
prosecuzione dell'attivita' dell'autorita' giudiziaria;
che la Procura ricorrente premette di procedere in relazione alla
querela, proposta dall'onorevole Stefano Vignaroli, per il reato di
diffamazione aggravata in riferimento ad un articolo pubblicato sul
quotidiano "La Stampa" dal titolo «Anche Vignaroli finisce nel mirino
per le presunte pressioni su Tronca. Commissione Ecomafie e pm
potrebbero ascoltare il deputato»;
che, nel proprio atto di denuncia-querela, l'onorevole Vignaroli
lamentava che la giornalista autrice dell'articolo avesse posto
arbitrariamente in relazione l'inchiesta cosiddetta "Monnezzopoli" e
quella cosiddetta "Mafia Capitale", addebitando al Movimento Cinque
Stelle «ombre di intrighi», da un lato alludendo alla sua relazione
con la senatrice Paola Taverna e ai loro presunti rapporti con l'ex
assessore all'ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro; e,
dall'altro, riferendo che, secondo quanto dichiarato dall'ingegnere
Daniele Fortini nel corso della sua audizione davanti alla
Commissione bicamerale di inchiesta sulle attivita' illecite connesse
al ciclo dei rifiuti, lo stesso querelante avrebbe esercitato
pressioni sul commissario straordinario di Roma Capitale, prefetto
Tronca, per l'allontanamento dell'ex direttore generale dell'AMA,
dott. Alessandro Filippi;
che il querelante addebitava, inoltre, alla stessa giornalista,
il reato di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio di cui
all'art. 326 del codice penale, in concorso con soggetto non
identificato, a norma dell'art. 110 cod. pen., sul rilievo che «tale
vicenda l'articolista deve aver appreso, violando il segreto preteso
dal medesimo Fortini ed apposto alle sue dichiarazioni dal presidente
della Bicamerale», richiedendo, dunque, alla Procura ricorrente di
«accertare come mai nell'articolo compare tale questione, oggetto
appunto della detta segretazione, e guarda caso secondo la falsa
ricostruzione dei fatti offerta dal Fortini»;
che a tal proposito la ricorrente sottolinea come le doglianze
espresse dal querelante siano diverse ed investano: a) il tenore
reputato diffamatorio dell'articolo di stampa; b) la diffusione del
contenuto di dichiarazioni che, secondo quanto dichiarato
dall'onorevole Vignaroli, il quale rivestiva la carica di vice
presidente della Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti,
erano state rese dall'ingegnere Fortini in sede di audizione presso
la Commissione medesima, ma con richiesta di segretazione; c) la non
veridicita' di tali dichiarazioni;
che la denuncia-querela era dunque rivolta sia nei confronti
della giornalista che aveva firmato l'articolo, sia nei confronti del
direttore responsabile del quotidiano "La Stampa", sia, infine, nei
confronti di quanti si fossero resi responsabili del reato di
rivelazione di segreto di ufficio, punito - in base all'art. 5 della
legge n. 1 del 2014, istitutiva della Commissione parlamentare
anzidetta - dall'art. 326 cod. pen;
che, in data 28 febbraio 2017, la Procura ricorrente chiedeva al
Presidente della Commissione bicamerale di inchiesta copia della
audizione dell'ingegnere Fortini del 2 agosto 2016, con richiesta di
precisare «se, quando e in quali termini tale atto sia stato
secretato» e «se lo stesso risulti ancora secretato» e «quando lo
stesso sara' desecretato»;
che l'allora Presidente della Commissione, onorevole Alessandro
Bratti, trasmetteva, con nota del 21 marzo 2017, «in ossequio al
principio di leale collaborazione istituzionale», l'intero resoconto
stenografico dell'audizione dell'ingegnere Fortini, di cui una parte
era effettivamente secretata, sottolineando che quest'ultima veniva
trasmessa «sotto vincolo di mantenimento del regime di segretezza
apposto dalla Commissione»;
che successivamente, il 3 maggio 2017, il medesimo Presidente
comunicava alla Procura ricorrente la decisione della Commissione di
mantenere la secretazione, ponendo in evidenza che era stato
richiesto allo stesso ingegnere Fortini di «esprimere la propria
valutazione sulla persistenza delle esigenze di segretezza del
resoconto in questione» e che il medesimo aveva chiesto di mantenere
la segretezza dell'atto;
che la medesima Procura chiedeva formalmente il 23 giugno 2017 la
desecretazione del verbale, rappresentando che quest'ultimo era stato
ormai acquisito agli atti del procedimento e, dunque, qualunque fosse
stato l'esito delle indagini preliminari, avrebbe dovuto essere
formalmente depositato alle parti, in tal modo determinando un
possibile contrasto con il provvedimento di secretazione;
che il 13 luglio 2017 il Presidente della Commissione di
inchiesta ribadiva che la deliberazione relativa al mantenimento del
segreto era stata gia' assunta il 3 maggio, ma che, attesa la
richiesta formale della Procura della Repubblica, l'Ufficio di
presidenza avrebbe valutato «le eventuali iniziative da assumere»;
che alla data di presentazione del ricorso, tuttavia, non era
stata comunicata alcuna iniziativa volta alla desecretazione del
verbale;
che, alla stregua di tale evoluzione della vicenda, a parere
della ricorrente la Commissione bicamerale non si sarebbe attenuta,
nella secretazione delle dichiarazioni, ai principi al riguardo
affermati da questa Corte, la quale ha piu' volte sottolineato come
il segreto degli atti delle Commissioni parlamentari di inchiesta
deve essere qualificato alla stregua di segreto di tipo funzionale,
nel senso che esso e' destinato a soddisfare le esigenze funzionali
dell'organo parlamentare;
che, nel frangente, tale limite non sarebbe stato osservato in
quanto: 1) la Commissione si sarebbe limitata a motivare il diniego
di desecretazione «con esclusivo riferimento alla valutazione
dell'Ing. Fortini "sulla persistenza delle esigenze di segretezza del
resoconto in questione"»; 2) avrebbe omesso ogni valutazione e
motivazione circa la necessita' del mantenimento del segreto in
funzione del perseguimento dei compiti istituzionali della
Commissione medesima; 3) non avrebbe considerato il fatto che il
contenuto delle dichiarazioni dell'ingegnere Fortini erano state
ormai disvelate all'opinione pubblica ed acquisite alle indagini,
avendo cosi' la secretazione come unico ed esclusivo effetto quello
di paralizzare il procedimento penale;
che, nella specie, deduce ancora la ricorrente, il verbale
secretato costituirebbe - almeno secondo la prospettazione desumibile
dalla denuncia-querela dell'onorevole Vignaroli - sia prova
documentale del reato di diffamazione, in quanto contenente le
dichiarazioni dell'ingegnere Fortini, sia corpo di reato in relazione
al delitto di rivelazione ed utilizzazione di un segreto d'ufficio;
che, di conseguenza, il mantenimento del vincolo del segreto sul
verbale in questione ne paralizzerebbe l'utilizzazione processuale,
con conseguente pregiudizio per le indagini e per le conseguenti
scelte sull'esercizio o non esercizio della azione penale, la quale
costituisce un'attribuzione costituzionalmente riservata al pubblico
ministero;
che, quanto alla legittimazione passiva, il ricorrente sottolinea
come, alla data di proposizione del ricorso, fossero state gia'
sciolte le Camere, con decreti del Presidente della Repubblica del 28
dicembre 2017; sicche', la Commissione parlamentare bicamerale, i cui
atti hanno dato luogo al conflitto, aveva cessato le proprie
funzioni, essendo queste limitate, in base alla legge istitutiva
della stessa Commissione, alla durata della XVII Legislatura;
che, di conseguenza, il ricorso viene rivolto anche nei confronti
della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, giacche'
nella ipotesi in cui la Commissione parlamentare abbia, per qualsiasi
causa, cessato di funzionare, «la legittimazione processuale ad agire
o a resistere [sia] riassunta dalla Camera medesima» (sentenza n. 241
del 2007).
Considerato che, in questa fase del giudizio, la Corte
costituzionale e' chiamata a deliberare, a norma dell'art. 37, terzo
e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla
costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), in
camera di consiglio e senza contraddittorio, se il ricorso sia
ammissibile in quanto esista «la materia di un conflitto la cui
risoluzione spetti alla sua competenza», sussistendone i requisiti
soggettivo e oggettivo, fermo restando il potere, nella successiva
fase di merito, di pronunciarsi su ogni aspetto del conflitto,
compreso quello relativo alla ammissibilita';
che, sotto il profilo soggettivo, in conformita' alla costante
giurisprudenza di questa Corte (v. ordinanze n. 273 del 2017, n. 217
del 2016 e n. 17 del 2013), deve essere riconosciuta la natura di
potere dello Stato al pubblico ministero e, in particolare, al
Procuratore della Repubblica, in quanto titolare delle attivita' di
indagine (art. 109 della Costituzione) finalizzate all'esercizio
obbligatorio dell'azione penale (art. 112 Cost.);
che, parimente, deve essere riconosciuta la legittimazione a
resistere della Commissione parlamentare di inchiesta, giacche', «a
norma dell'art. 82 Cost., la potesta' riconosciuta alle Camere di
disporre inchieste su materie di pubblico interesse non e'
esercitabile altrimenti che attraverso la interposizione di
Commissioni a cio' destinate, delle quali puo' ben dirsi percio' che,
nell'espletamento e per la durata del loro mandato, sostituiscono ope
constitutionis lo stesso Parlamento, dichiarandone percio' e
definitivamente la volonta' ai sensi del primo comma dell'art. 37»
della legge n. 87 del 1953 (v. ordinanze n. 73 del 2006, n. 228 del
1975; nello stesso senso, sentenza n. 231 del 1975);
che, per quanto attiene al profilo oggettivo, il ricorso e'
indirizzato alla tutela della sfera di attribuzioni determinata da
norme costituzionali, in quanto la lesione lamentata concerne
l'attribuzione, costituzionalmente garantita al pubblico ministero,
inerente all'esercizio obbligatorio dell'azione penale (art. 112
Cost.) ed alla connessa titolarita' circa lo svolgimento delle
attivita' di indagine (art. 109 Cost.), funzionale alle scelte
sull'esercizio dell'azione penale;
che, dunque, esiste la materia di un conflitto la cui risoluzione
spetta alla competenza di questa Corte;
che, peraltro - poiche' la Commissione parlamentare bicamerale di
inchiesta, alla quale vengono attribuiti gli atti oggetto del ricorso
e dei quali si chiede l'annullamento, e' cessata ex lege dalle
proprie funzioni con la fine della XVII Legislatura - la
legittimazione a resistere deve ritenersi trasferita in capo al
Senato della Repubblica e alla Camera dei deputati, in persona dei
rispettivi Presidenti pro tempore.



 

 


Abbonati per consultare tutto l'archivio storico delle gazzette

Gazzetta No Problem

Visualizza Abbonamenti

Newsletter Rimani aggiornato

Inserisci la tua e-mail*

 *Accetta Termini & condizioni