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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 47 del 28-11-2018

N. 210 SENTENZA 25 settembre - 22 novembre 201

N. 210 SENTENZA 25 settembre - 22 novembre 2018 Giudizio di legittimita' costituzionale in via principale. Enti locali - Norme della Regione autonoma Trentino-Alto Adige - Istituzione del Comune di Sen Jan di Fassa-Sen Jan, mediante la fusione dei Comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di Fassa-Vich - Adozione del bilinguismo nella toponomastica. - Legge della Regione autonoma Trentino-Alto Adige 31 ottobre 2017, n. 8 (Istituzione del nuovo Comune di Sen Jan di Fassa - Sen Jan mediante la fusione dei comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di Fassa-Vich), artt. 1, commi 1, 2 e 4; 2, comma 1; 3, comma 1; 6, comma 1; 9, commi 2 e 3; 10, comma 1; 12; 13 e 14. (T-180210) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.47 del 28-11-2018

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 1 della
legge della Regione autonoma Trentino-Alto Adige 31 ottobre 2017, n.
8 (Istituzione del nuovo Comune di Sen Jan di Fassa - Sen Jan
mediante la fusione dei comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di
Fassa-Vich), promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con
ricorso notificato il 27 dicembre 2017-3 gennaio 2018, depositato in
cancelleria il 3 gennaio 2018, iscritto al n. 3 del registro ricorsi
2018 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6,
prima serie speciale, dell'anno 2018.
Visto l'atto di costituzione della Regione autonoma Trentino-Alto
Adige/Südtirol;
udito nella udienza pubblica del 25 settembre 2018 il Giudice
relatore Franco Modugno;
uditi l'avvocato dello Stato Leonello Mariani per il Presidente
del Consiglio dei ministri e l'avvocato Barbara Randazzo per la
Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol.

Ritenuto in fatto

1.- Con ricorso notificato il 27 dicembre 2017-3 gennaio 2018
(reg. ric. n. 3 del 2018), il Presidente del Consiglio dei ministri,
rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha
promosso, ai sensi dell'art. 127 della Costituzione, questioni di
legittimita' costituzionale, in riferimento agli artt. 5 e 6 Cost. e
all'art. 99 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo
unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per
il Trentino-Alto Adige), dell'art. 1 della legge della Regione
autonoma Trentino-Alto Adige 31 ottobre 2017, n. 8 (Istituzione del
nuovo Comune di Sen Jan di Fassa - Sen Jan mediante la fusione dei
comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di Fassa-Vich).
1.1.- Deduce il ricorrente che, con la normativa impugnata, la
Regione autonoma ha istituito il Comune di Sen Jan di Fassa-Sen Jan
mediante la fusione dei Comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di
Fassa-Vich, in virtu' della potesta' legislativa prevista dall'art. 7
dello statuto reg. Trentino-Alto Adige, omettendo, tuttavia, di
rispettare il disposto dell'art. 99 dello stesso statuto, il quale
impone l'uso della lingua italiana e non solo - come nella specie -
della lingua ladina. Violati sarebbero pure gli artt. 5 e 6 Cost., in
quanto la garanzia delle minoranze linguistiche e l'unita' e
indivisibilita' della Repubblica ostano all'utilizzo di denominazioni
toponomastiche espresse solo mediante l'uso dell'idioma locale.
E' ben vero - soggiunge il ricorrente - che l'art. 102 dello
statuto speciale tutela le popolazioni ladine della Regione autonoma,
ma il rispetto della toponomastica di tali popolazioni non puo'
risolversi nell'eliminazione della toponomastica italiana. La tutela
si realizzerebbe, dunque, a traverso la compresenza della
denominazione ladina e italiana del toponimo, e non si potrebbe
risolvere in un rapporto di alternativita' linguistica, che
realizzerebbe un'illegittima discriminazione a danno della
«maggioranza (linguistica) italiana». Cio' sarebbe tanto vero che,
per la Provincia autonoma di Bolzano, l'art. 101 del medesimo statuto
prevede l'uso congiunto, nella toponomastica, della lingua italiana e
tedesca. Si aggiunge, a tal proposito, che, in coerenza con le
previsioni statutarie, l'art. 5 del decreto legislativo 16 dicembre
1993, n. 592 (Norme di attuazione dello statuto speciale della
regione Trentino-Alto Adige concernenti disposizioni di tutela delle
popolazioni ladina, mochena e cimbra della provincia di Trento),
individua i vari Comuni ladini, espressi tutti nella forma bilingue.
Si conclude rilevando che, se nella Provincia autonoma di Bolzano
vige la regola del bilinguismo perfetto ed e' obbligatoria la
toponomastica italiana, a piu' forte ragione nella Provincia autonoma
di Trento - in assenza di bilinguismo perfetto - la tutela delle
minoranze linguistiche non puo' avvenire facendo a meno dell'utilizzo
della lingua ufficiale nazionale.
1.2.- L'analisi delle disposizioni statali emanate in attuazione
dell'art. 6 Cost. confermerebbe la dedotta illegittimita'
costituzionale della disciplina impugnata. Nella legge 15 dicembre
1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche
storiche), applicabile, sino all'adozione di specifiche norme di
attuazione, anche alle Regioni ad autonomia speciale, si afferma,
infatti, che la lingua ufficiale della Repubblica e' l'italiano (art.
1) e si prevede che, in aggiunta ai toponimi ufficiali, puo' essere
disposta l'adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi
locali (art. 10). Dunque, il toponimo locale non potrebbe eliminare
quello ufficiale.
A sua volta, la legge della Provincia autonoma di Trento 27
agosto 1987, n. 16 (Disciplina della toponomastica), pur non
occupandosi - perche' materia di competenza regionale, ai sensi
dell'art. 7 dello statuto - della toponomastica dei Comuni,
stabilisce che alle denominazioni ufficiali di frazioni, strade,
piazze ed edifici pubblici possono essere affiancati i toponimi
tradizionalmente usati in sede locale (art. 10).
Ancor piu' di recente, l'art. 19, comma 6, della legge della
Provincia autonoma di Trento 19 giugno 2008, n. 6 (Norme di tutela e
promozione delle minoranze linguistiche locali), stabilisce che
«[f]atte salve le denominazioni dei comuni, le indicazioni e le
segnalazioni relative a localita' e toponimi di minoranza sono di
regola espresse nella sola denominazione ladina, mochena o cimbra».
Ne deriverebbe, dunque, che, a differenza delle denominazioni di
localita' e toponimi di minoranza, quelle dei Comuni devono essere
espresse anche in lingua italiana, tant'e' che la stessa legge,
nell'individuare i Comuni territorialmente interessati, ne indica le
denominazioni in forma bilingue.
1.3.- La circostanza che la lingua italiana non possa essere
sostituita - ma solo affiancata - da altre lingue locali sarebbe
desumibile, poi, pure dalla sentenza n. 42 del 2017 di questa Corte,
la quale, ancorche' riferita a diversa fattispecie, ha ribadito, in
relazione al principio di tutela delle minoranze linguistiche, come
l'uso di altre lingue non possa essere inteso come alternativo alla
lingua italiana, o tale da porre quest'ultima «in posizione
marginale».
1.4.- In conclusione, il ricorrente osserva che - indicando nella
sola lingua ladina la denominazione del nuovo Comune di Sen Jan di
Fassa-Sen Jan, quando era peraltro storicamente presente in quei
luoghi anche quella italiana di San Giovanni - la Regione autonoma
Trentino-Alto Adige/Südtirol avrebbe esercitato «in modo
costituzionalmente non corretto la competenza legislativa alla stessa
spettante in materia di denominazione dei comuni di nuova
istituzione», con cio' violando i parametri costituzionali evocati.
2.- Con atto depositato l'8 febbraio 2018, la Regione autonoma
Trentino-Alto Adige/Südtirol si e' costituita chiedendo dichiararsi
inammissibili o, comunque sia, infondate le questioni di legittimita'
costituzionale proposte dal Presidente del Consiglio dei ministri.
2.1.- La Regione resistente svolge un'articolata premessa in
fatto, nella quale sottolinea in particolare la circostanza che, il
12 e il 17 agosto 2016, i Comuni di Pozza di Fassa-Poza e di Vigo di
Fassa-Vich avevano trasmesso alla Provincia autonoma di Trento le
delibere consiliari dell'11 agosto 2016, con le quali avevano deciso
di attribuire al nuovo Comune la denominazione di «Comun de Sen Jan»
nella versione ladina e di «Comune di Sen Jan di Fassa» nella
versione italiana, mantenendo, in entrambe le versioni, il nome "Sen
Jan" «in ragione del profondo significato storico-identitario
dell'intera comunita' legato alla "Pief de Sen Jan", il luogo in cui
si riuniva fin dalle origini l'assemblea di tutti i vicini della
Comunita' di Fassa».
2.2.- La Regione autonoma pone in evidenza, poi, che il
Commissario del Governo per la Provincia autonoma di Trento, benche'
fosse a conoscenza dei fatti sin dal 23 settembre 2016 - data nella
quale la Giunta regionale lo aveva informato della procedura di
fusione dei Comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di Fassa-Vich, della
denominazione dell'istituendo Comune e dell'oggetto del relativo
quesito referendario, ove tale denominazione era stata ripetuta - non
abbia «manifestato tempestivamente alcun dubbio di costituzionalita'
sul punto in occasione del rilascio dell'intesa [per l'individuazione
della data in cui tenere la consultazione referendaria], ne' abbia
impugnato la deliberazione della Giunta regionale del 10 ottobre
2016».
In conseguenza di cio', la Regione resistente deduce la
tardivita' del ricorso, in quanto proposto a legge approvata,
malgrado il relativo procedimento contemplasse espressamente
l'intervento del Commissario del Governo in vista della consultazione
referendaria, la cui delibera di indizione da parte della Giunta
regionale recava anche la denominazione dell'istituendo Comune.
Si richiama, al riguardo, la sentenza n. 2 del 2018 della Corte
costituzionale, nella quale si e' affermato che i vizi degli atti del
procedimento referendario, fatti valere tempestivamente davanti al
giudice amministrativo, si trasferiscono sulla legge regionale e
possono essere oggetto di sindacato nel giudizio di legittimita'
costituzionale di quest'ultima. Se ne dovrebbe dedurre che, in
mancanza di tempestiva impugnazione, i vizi non possano essere fatti
valere per la prima volta in sede di giudizio costituzionale, quali
vizi propri della legge. Nella richiamata pronuncia, infatti, si e'
ribadito che gli atti del procedimento referendario sono sottoposti
al sindacato del giudice amministrativo in modo da evitare che le
controversie concernenti la legittimita' della procedura referendaria
vengano in rilievo quando ormai la variazione circoscrizionale e'
gia' stata disposta con la legge.
Ove cosi' non fosse - sottolinea, concludendo sul punto, la
Regione - le conseguenze sarebbero gravi, in quanto la modifica della
denominazione del Comune, gia' operativa dal 1° gennaio 2018,
dovrebbe comportare un rinnovo, sia pure parziale, della procedura
referendaria, non avendo il Consiglio regionale il potere di
modificare a posteriori una denominazione sulla quale si sono gia'
espressi i Consigli comunali proponenti, la popolazione interessata
nonche' la Giunta provinciale, sia in sede di parere che in sede di
formulazione dei quesiti referendari.
2.3.- La Regione autonoma deduce, poi, l'inconferenza e l'errata
interpretazione dei parametri invocati.
2.3.1.- A proposito, infatti, del richiamo all'art. 99 dello
statuto speciale, la difesa regionale rileva che, in materia di
toponomastica, il medesimo statuto prevede l'obbligo del bilinguismo
soltanto nel territorio della Provincia autonoma di Bolzano (art. 8,
primo comma, numero 2), riservando alla competenza legislativa
regionale l'istituzione e denominazione di nuovi Comuni nonche' la
modifica delle loro circoscrizioni (art. 7, primo comma).
Errata sarebbe anche l'interpretazione dell'art. 19, comma 6,
della legge prov. Trento n. 6 del 2008, in quanto l'espressione
«fatte salve le denominazioni dei comuni» intenderebbe solo
sottolineare che in tale ambito la Provincia autonoma non ha
competenza legislativa.
2.3.2.- Impropria si rivelerebbe, poi, l'evocazione degli artt. 5
e 6 Cost., in quanto sarebbe paradossale che le disposizioni tese a
salvaguardare le minoranze linguistiche vengano invocate a tutela di
una pretesa «purezza» della lingua italiana, senza considerare che,
nella specie, si tratterebbe di scelte gia' avallate dalla comunita'
linguistica italiana, tutelata nella fase preparatoria del
procedimento (si richiama la legge della Regione autonoma
Trentino-Alto Adige 21 ottobre 1963, n. 29, recante «Ordinamento dei
Comuni» e il decreto del Presidente della Regione 1° febbraio 2005,
n. 3/L, recante «Approvazione del testo unico delle leggi regionali
sull'ordinamento dei comuni della Regione Autonoma Trentino-Alto
Adige»).
Non pertinente si rivelerebbe, inoltre, il richiamo alla citata
sentenza n. 42 del 2017, stante l'evidente diversita' della
fattispecie oggetto del giudizio. D'altra parte, l'interpretazione
propugnata dal ricorrente dovrebbe indurre a ritenere illegittime
tutte le vigenti denominazioni espresse in lingua diversa
dall'italiano e senza l'indicazione del corrispondente toponimo
italiano, come accade per varie localita' della Valle d'Aosta e del
Piemonte. Si rievoca, al riguardo, il noto processo di
«"italianizzazione" forzata» dei toponimi in epoca fascista, che
porto' alla creazione di denominazioni italiane del tutto estranee
alle tradizioni locali, poi ripristinate, gia' prima dell'entrata in
vigore della Costituzione, per mezzo di diverse disposizioni
normative.
2.3.3.- Risulterebbe anche non correttamente interpretato l'art.
10 della legge n. 482 del 1999, dal momento che il toponimo ufficiale
non dovrebbe essere necessariamente espresso in lingua italiana.
Comunque sia - sottolinea la difesa regionale - le norme contenute
nella legge n. 482 del 1999 potrebbero trovare applicazione anche
alla Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol solo ove
assicurino una tutela piu' elevata rispetto alle leggi regionali, in
virtu' della clausola di maggior favore (art. 18 della legge n. 482
del 1999 e art. 5-bis del d.lgs. n. 592 del 1993).
2.4.- Risulterebbe errata, ad ogni modo, anche la considerazione
secondo la quale, nella specie, sarebbe stata omessa la denominazione
in lingua italiana.
Si osserva, infatti, che «la tradizione culturale della comunita'
italiana locale trova riscontro nella denominazione "di Fassa", che
fa riferimento alla identificazione della Valle di Fassa, secondo
l'originaria proposta dei Comuni». La denominazione ufficiale del
nuovo Comune - elemento che identificherebbe il soggetto giuridico,
ma che potrebbe essere espresso linguisticamente secondo l'uso della
comunita' locale - sarebbe quindi formulata nelle due versioni
linguistiche "Sen Jan di Fassa - Sen Jan", in linea con il rispetto
della toponomastica delle popolazioni ladine richiesto dall'art. 102
dello statuto speciale, ancorche' non rechi la traduzione letterale
in lingua italiana di "San Giovanni". D'altra parte, l'art. 5 del
d.lgs. n. 592 del 1993, nell'individuare le comunita' ladine con
doppia denominazione, per due casi (Moena-Moena e Soraga-Soraga) reca
la medesima denominazione sia nella versione italiana che in quella
ladina.
3.- In data 3 settembre 2018, la Regione autonoma Trentino-Alto
Adige/Südtirol ha depositato una memoria con la quale insiste
affinche' sia dichiarata l'inammissibilita' o, comunque sia,
l'infondatezza delle proposte questioni di legittimita'
costituzionale.
3.1.- La difesa della resistente, nel ribadire l'inammissibilita'
del ricorso per tardivita', ha prodotto un documento che attesterebbe
come nulla potesse eccepire il Commissario del Governo in relazione
alla denominazione del nuovo Comune.
La Regione autonoma ha depositato, infatti, una nota del 10
gennaio 2018 a firma del Sottosegretario per gli affari regionali - i
cui destinatari sono il Presidente della stessa Regione e il
Commissario straordinario del Comune di Sen Jan di Fassa-Sen Jan -
nella quale si afferma che, ove la Regione avesse approvato una nuova
legge modificando la denominazione del nuovo Comune in «Sen Jan di
Fassa», sarebbe stata valutata l'ipotesi di proporre al Consiglio dei
ministri la rinuncia al ricorso. La difesa regionale osserva che la
denominazione in tal modo proposta «fornisce piena e ampia
soddisfazione» alle proprie tesi difensive, al punto da far dubitare
che vi sia ancora materia del contendere. Inoltre, dopo aver
ripercorso le censure che il Presidente del Consiglio dei ministri ha
speso nel ricorso, reputate incoerenti con quanto affermato nella
richiamata nota, si osserva che l'impugnazione della legge regionale
dovrebbe considerarsi quale «tentativo surrettizio di trasferire sul
piano costituzionale una questione che appare piuttosto solo il
frutto di una contrapposizione partitica».
3.2.- La Regione autonoma insiste, poi, sull'inconferenza del
riferimento alla sentenza n. 42 del 2017, dalla quale, sebbene in
essa si ribadisca il primato della lingua italiana, non potrebbe
discendere un «obbligo di italianizzazione delle denominazioni di
tutti i comuni».
Pertinente, al contrario, sarebbe richiamare le sentenze n. 170
del 2010 e n. 88 del 2011 della Corte costituzionale. Con la prima,
infatti, la Corte avrebbe riconosciuto che le Regioni possono
valorizzare il dato storico delle antiche denominazioni dei Comuni
anche in base alle parlate in uso nelle relative comunita', misure
che non sarebbero riconducibili esclusivamente alla tutela delle
minoranze linguistiche di cui all'art. 6 Cost. Con la seconda, si
sarebbe escluso che la speciale legislazione di tutela delle
minoranze linguistiche storiche di cui alla legge n. 482 del 1999
esaurisce ogni forma di riconoscimento e sostegno del pluralismo
linguistico, perche' a esse si affiancano lingue regionali e idiomi
locali, che troverebbero tutela non solo nell'art. 6 Cost., ma anche
nel principio pluralistico e nel principio d'eguaglianza di cui agli
artt. 2 e 3 Cost.
D'altra parte, aggiunge la difesa regionale, e' lo stesso
legislatore che, nella legge costituzionale 4 dicembre 2017, n. 1
(Modifiche allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol
in materia di tutela della minoranza linguistica ladina), utilizza
una denominazione - quella di "Comun General de Fascia" di cui al
novellato art. 102 dello statuto - esclusivamente in ladino.
3.3.- La difesa regionale, in conclusione della memoria, rileva
come la proposta di denominazione di cui alla richiamata nota
governativa del 10 gennaio 2018 colga nel segno, non traducendo il
nominativo ladino «Sen Jan» in «San Giovanni»: la denominazione «Sen
Jan di Fassa», infatti, sarebbe costituita dal nome storico della
localita' in cui ha sede il nuovo comune, da secoli centro di
riferimento delle comunita' ladine della Val di Fassa, e
dall'indicazione in italiano dell'ambito geografico (la Val di Fassa,
appunto). D'altro canto, nel Dizionario toponomastico trentino -
disciplinato dalla legge provinciale n. 16 del 1987 - esisterebbe il
toponimo «Sen Jan» e non anche quello di «San Giovanni».
Infine, la resistente osserva che l'eventuale sussistenza
dell'obbligo di bilinguismo non potrebbe implicare «la mera
italianizzazione del nominativo, ma piuttosto la rispondenza della
denominazione alle tradizioni storiche della comunita' interessata»
poiche' - si richiamano le parole del Presidente Terracini in
Assemblea costituente, in sede di discussione dello statuto speciale
della Regione autonoma Valle d'Aosta - «i nomi delle localita' o i
nomi propri non [fanno] parte dell'altra lingua, ma sono cio' che
sono».
4.- In data 4 settembre 2018, il Presidente del Consiglio dei
ministri ha depositato memoria con la quale, nell'insistere per
l'accoglimento delle questioni di legittimita' costituzionale
proposte, replica alle difese svolte dalla Regione resistente
nell'atto di costituzione.
4.1.- L'Avvocatura generale dello Stato reputa palesemente
destituita di fondamento l'eccezione di inammissibilita', per
tardivita', dell'impugnazione.
L'intervento del Commissario del Governo nell'ambito del
procedimento referendario, infatti, sarebbe stato circoscritto e
limitato - ai sensi dell'art. 2, primo comma, della legge della
Regione autonoma Trentino-Alto Adige 7 novembre 1950, n. 16
(Sull'esercizio del referendum applicato alla costituzione di nuovi
Comuni, a mutamenti delle circoscrizioni comunali, della
denominazione o del capoluogo dei Comuni) - alla sola espressione
dell'intesa sulla data di convocazione del referendum consultivo
concernente la fusione dei Comuni: da tale circostanza non potrebbe
farsi derivare alcuna «acquiescenza preclusiva della successiva
impugnazione, ex art. 127 Cost., della legge regionale istitutiva del
nuovo Comune».
Per altro verso, il potere del Governo di dedurre vizi di
legittimita' costituzionale della legge non potrebbe considerarsi
condizionato dalla necessita' di impugnare previamente, davanti alla
giurisdizione amministrativa, gli atti amministrativi del
procedimento referendario. Il Governo, infatti, non avrebbe interesse
ne' legittimazione ad impugnare tali atti, i quali «di per se' non
ledono in via diretta, immediata ed attuale, ne' le competenze
statali ne', piu' in generale, situazioni giuridiche soggettive
attive (poteri o diritti) facenti capo allo Stato».
La difesa del ricorrente ricorda, inoltre, che nella sentenza n.
2 del 2018 la Corte costituzionale ha affermato che le leggi
regionali ex art. 133 Cost. «non sono paragonabili alle leggi che si
limitano ad approvare un atto amministrativo, perche' non ratificano
l'esito del referendum consultivo, ma esprimono una scelta politica
del Consiglio regionale»: conseguentemente, il controllo su tali
leggi non puo' che spettare esclusivamente al giudice costituzionale
ed e' solo una volta che dette leggi siano state approvate e
promulgate che, eventualmente, puo' dedursi «quella "eccedenza"
rispetto alle prerogative e alle competenze regionali che radica il
potere statale di ricorso ex art. 127 Cost.». In quella medesima
pronuncia, la Corte costituzionale avrebbe altresi' affermato che i
vizi degli atti del procedimento referendario si convertono in vizi
del procedimento di formazione della legge, dal che ne deriverebbe la
possibilita' per il Governo, nel termine decadenziale di cui all'art.
127 Cost., di sottoporli al sindacato del giudice costituzionale,
senza che la previa impugnazione degli atti amministrativi «si ponga
quale condizione di proponibilita' del successivo giudizio di
legittimita' costituzionale in via principale».
4.2.- Il ricorrente, poi, reputa priva di pregio la contestazione
della resistente circa la pertinenza dei parametri costituzionali
evocati.
4.2.1.- Sarebbe stato frainteso, innanzitutto, il senso del
richiamo all'art. 99 dello statuto speciale, il quale stabilisce
chiaramente che quella italiana «e' la lingua ufficiale dello Stato».
L'Avvocatura generale dello Stato osserva che «le norme
statutarie di riferimento» sono rappresentate dall'art. 2, il quale
riconosce parita' di diritti a tutti i cittadini, indipendentemente
dal gruppo linguistico di appartenenza, e dall'art. 102, il quale
riconosce alle popolazioni ladine, mochene e cimbre il rispetto della
loro toponomastica e delle loro tradizioni. Il quadro normativo di
riferimento sarebbe poi completato dal d.lgs. n. 592 del 1993
nonche', come gia' posto in evidenza nel ricorso, dagli artt. 7, 8 e
10 della legge prov. Trento n. 16 del 1987 e dall'art. 19 della legge
prov. Trento n. 6 del 2008.
Alla stregua di tali disposizioni, in ambito di toponomastica la
tutela della minoranza linguistica ladina si realizzerebbe «su un
piano di concorrenza, e non di alternativita'». L'obbligo della
bilinguita', infatti, vigerebbe, ai sensi dell'art. 8, n. 2, oltre
che degli art. 100 e 101, dello statuto speciale, nel solo territorio
della Provincia autonoma di Bolzano, ove i toponimi devono essere
indicati in italiano e in tedesco. Nella Provincia autonoma di
Trento, invece, la bilinguita', attesa l'ufficialita' della sola
lingua italiana ai sensi dell'art. 99 dello statuto speciale, sarebbe
solo facoltativa, in linea con quanto previsto, del resto, dall'art.
10 della legge n. 482 del 1999, il quale consente, nei Comuni ove
sono presenti minoranze linguistiche storiche, di aggiungere al
toponimo ufficiale, necessariamente in italiano, il toponimo locale.
Infine, non sarebbe erroneo ne' fuorviante neppure il richiamo,
effettuato nel ricorso, all'art. 19, comma 6, della legge prov.
Trento n. 6 del 2018, il quale, facendo salve le denominazioni dei
Comuni, per un verso conferma, pleonasticamente, la potesta'
legislativa della Regione in tale ambito, stabilita dall'art. 7 del
proprio statuto e, per un altro e soprattutto, esclude che le
denominazioni dei Comuni, a differenza di quelle delle localita' e
dei toponimi di minoranza, possano essere espressi nella sola lingua
locale.
4.2.2.- Del pari priva di fondamento sarebbe, altresi',
l'obiezione circa la conferenza, quali parametri costituzionali,
degli artt. 5 e 6 Cost. Tali norme costituzionali infatti -
garantendo l'unita' e l'indivisibilita' della Repubblica, che si
realizzano anche attraverso l'unita' linguistica, e la tutela delle
minoranze linguistiche - osterebbero «a previsioni discriminatorie
della maggioranza linguistica italiana». In questa prospettiva di
difesa dell'ufficialita' della lingua italiana quale lingua
nazionale, il riferimento alla sentenza n. 42 del 2017, lungi
dall'essere incomprensibile, troverebbe ragion d'essere nelle
affermazioni di principio ivi compiute dalla Corte costituzionale.
4.3.- L'Avvocatura generale dello Stato rileva, inoltre, che
proverebbe troppo l'argomento della difesa regionale, secondo cui
l'accoglimento delle tesi del Governo dovrebbe condurre a ritenere
costituzionalmente illegittime le denominazioni ufficiali, in lingua
diversa dall'italiana, di Comuni nelle Regioni Valle d'Aosta e
Piemonte. Cio' perche' la denominazione monolingue francese sarebbe
stata resa possibile, in via eccezionale, da legge dello Stato,
mentre non esisterebbe alcuna norma statale che consenta l'utilizzo
esclusivo del solo toponimo ladino. Ne' potrebbe dirsi che l'art. 10
della legge prov. Trento n. 16 del 1987, nel far ferma la
denominazione ufficiale, non necessariamente si riferisce a un
toponimo in lingua italiana: essendo solo questa la lingua ufficiale,
soltanto in italiano potrebbe essere espresso il toponimo ufficiale.
Non sarebbe comprensibile, poi, il richiamo fatto dalla difesa
regionale alla cosiddetta clausola di maggior favore, di cui all'art.
18 della legge n. 482 del 1999, in forza del quale le norme di tale
legge si applicherebbero alla Regione autonoma Trentino-Alto
Adige/Südtirol solo se garantiscono una maggior tutela rispetto a
quella prevista dalle leggi regionali: in considerazione dell'esposto
quadro normativo in tema di toponomastica comunale, non vi sarebbe,
nell'ordinamento regionale, alcuna disposizione normativa di maggior
tutela.
4.4.- Il Presidente del Consiglio dei ministri, infine, contesta
l'esattezza anche di quella che reputa l'«estrema» difesa della
resistente, ovverosia che, anche a riconoscere la necessita' della
doppia denominazione, l'obbligo della denominazione in lingua
italiana sarebbe rispettato dalla prima parte del toponimo (Sen Jan
di Fassa).
Tale denominazione, infatti, e' composita e bilingue, poiche' le
parole "Sen Jan" sono di lingua ladina e la locuzione "di Fassa"
sarebbe priva di «un'effettiva valenza identificativa del comune di
nuova istituzione». In senso contrario, non varrebbe obiettare che
l'art. 5 del d.lgs. n. 592 del 1993 individua due Comuni che
presentano la medesima denominazione sia in italiano che in ladino:
si tratterebbe di una mera coincidenza, che non escluderebbe la
necessita' dell'espressione in entrambe le lingue, «con prevalenza,
in ogni caso, della denominazione italiana», soprattutto allorche',
come nella specie accade con quella di "San Giovanni", essa gia'
esista e sia di diffuso utilizzo.

Considerato in diritto

1.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l'art.
1 della legge della Regione autonoma Trentino-Alto Adige 31 ottobre
2017, n. 8 (Istituzione del nuovo Comune di Sen Jan di Fassa - Sen
Jan mediante la fusione dei comuni di Pozza di Fassa-Poza e Vigo di
Fassa-Vich). Il ricorrente lamenta che la denominazione del Comune di
nuova istituzione sia espressa soltanto in lingua ladina, anziche'
congiuntamente in lingua italiana e in lingua ladina: cio' renderebbe
la disposizione impugnata in contrasto con l'art. 99 del d.P.R. 31
agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi
costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto
Adige), in base al quale la lingua ufficiale dello Stato e' quella
italiana, nonche' con gli artt. 5 e 6 della Costituzione, i quali
osterebbero «a previsioni discriminatorie della maggioranza
linguistica italiana» e, quindi, all'utilizzo di denominazioni
toponomastiche espresse unicamente nell'idioma locale.
2.- La Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol ha eccepito
la tardivita' del ricorso, in ragione del fatto che il Commissario
del Governo della Provincia autonoma di Trento, benche' fosse a
conoscenza della scelta della denominazione del nuovo Comune, non
abbia al riguardo «manifestato tempestivamente alcun dubbio di
costituzionalita'».
L'eccezione non e' fondata.
Come ha correttamente posto in evidenza l'Avvocatura generale
dello Stato nella memoria difensiva, il Commissario del Governo -
secondo quanto previsto dall'art. 2, comma 1, della legge della
Regione autonoma Trentino-Alto Adige 7 novembre 1950, n. 16
(Sull'esercizio del referendum applicato alla costituzione di nuovi
Comuni, a mutamenti delle circoscrizioni comunali, della
denominazione o del capoluogo dei Comuni), ancora vigente a quel
momento - e' stato chiamato a esprimersi soltanto sulla data di
convocazione del referendum per l'istituzione del nuovo Comune, la
quale data, in base alla richiamata norma regionale, deve essere
stabilita d'intesa con la Giunta regionale. L'aver raggiunto tale
intesa, normativamente richiesta, non puo' considerarsi quale tacito
assenso alla denominazione del nuovo Comune: e cio', a prescindere da
ogni considerazione sulla effettiva possibilita', per il Commissario
del Governo, di muovere rilievi alla predetta denominazione o di
impugnare i relativi atti amministrativi.
Ne', a sostegno dell'eccezione, puo' ritenersi utilmente evocata
la sentenza n. 2 del 2018 di questa Corte, la quale, secondo la
lettura proposta dalla difesa regionale, avrebbe affermato che i vizi
del procedimento referendario, in quanto sindacabili dinanzi al
giudice amministrativo, non possono essere fatti valere per la prima
volta in sede di giudizio costituzionale.
In tale pronuncia questa Corte - se ha riconosciuto che il
sindacato del giudice amministrativo sugli atti del procedimento
referendario ex art. 133 Cost. «deve risultare pieno e tempestivo»,
al fine di ridurre la possibilita' che le controversie relative alla
legittimita' della procedura referendaria emergano successivamente
all'approvazione della legge - non ha certo escluso, in caso di
mancata impugnazione dei predetti atti, la sindacabilita' dell'atto
legislativo. Tutt'al contrario, ha affermato che gli eventuali vizi
della procedura referendaria si traducono in vizio formale della
legge, osservando come, in tal modo, «senza ledere la giurisdizione
del giudice amministrativo, [venga preservata] la posizione di questa
Corte, alla quale l'art. 134 Cost. affida in via esclusiva il compito
di garantire la legittimita' costituzionale della legislazione anche
regionale» (sentenza n. 2 del 2018).
Deve d'altra parte osservarsi che - a seguire la prospettiva
della Regione resistente - verrebbe a configurarsi una condizione di
procedibilita' per l'impugnazione, da parte dello Stato, delle leggi
regionali adottate ex art. 133 Cost., la cui mancata soddisfazione
finirebbe per determinare la decadenza dall'esercizio di un potere
costituzionalmente sancito dall'art. 127 Cost.: il che non potrebbe
che formare oggetto di espressa previsione, anch'essa di rango
costituzionale. L'impugnazione del Governo non puo' che considerarsi,
dunque, tempestiva, tanto piu' che, nella specie, non viene neppure
in discorso la regolarita' della procedura referendaria.
3.- La resistente ha eccepito, inoltre, l'insussistenza della
materia del contendere. Essa sarebbe venuta meno in ragione della
nota del 10 gennaio 2018 del Sottosegretario per gli affari regionali
- trasmessa al Presidente della Regione autonoma Trentino-Alto
Adige/Südtirol e al Commissario straordinario del neoistituito Comune
- nella quale si affermava che, in caso di approvazione di una legge
regionale che avesse modificato la censurata denominazione del Comune
in quella di «Sen Jan di Fassa», eliminando la ulteriore dizione «Sen
Jan», sarebbe stata proposta al Consiglio dei ministri la rinuncia
all'odierna impugnativa. Denominazione, quella ora richiamata, che
fornirebbe «piena e ampia soddisfazione» alla resistente.
Anche tale eccezione non e' fondata.
L'attivita' del Sottosegretario per gli affari regionali - che e'
svolta su un piano prettamente politico-istituzionale - non puo'
impegnare il Consiglio dei ministri, unico organo legittimato a
disporre del ricorso, ne' tantomeno condizionare lo scrutinio di
legittimita' costituzionale condotto da questa Corte. L'interesse
alla coltivazione del ricorso da parte del Governo, d'altra parte, e'
testimoniato dal deposito, ad opera dell'Avvocatura generale dello
Stato, della memoria in prossimita' dell'udienza pubblica, con la
quale si e' insistito per la dichiarazione di illegittimita'
costituzionale della disposizione impugnata.
4.- Ancora in via preliminare, deve essere dichiarata
l'inammissibilita' della questione di legittimita' costituzionale
proposta in riferimento all'art. 5 Cost.
La doglianza e', infatti, apodittica, essendosi limitato il
Presidente del Consiglio dei ministri a rilevare che il principio di
unita' e indivisibilita' della Repubblica «osterebbe all'utilizzo di
denominazioni toponomastiche espresse unicamente in idioma locale». A
sostegno della richiesta declaratoria di illegittimita'
costituzionale non puo' proporsi, come nella specie, una motivazione
meramente assertiva, ma devono essere specificamente e congruamente
indicate le ragioni per le quali la norma impugnata si pone in
contrasto con i parametri evocati (ex plurimis, sentenze n. 152 del
2018, n. 32 del 2017, n. 37 del 2016 e n. 251 del 2015).
5.- Nel merito, la questione proposta in riferimento all'art. 99
dello statuto reg. Trentino-Alto Adige e' fondata.
5.1.- La giurisprudenza di questa Corte ha da tempo riconosciuto
che la lingua italiana e' l'«unica lingua ufficiale» del sistema
costituzionale (sentenza n. 28 del 1982) e che tale qualificazione
«non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio
interpretativo generale delle diverse disposizioni che prevedono
l'uso delle lingue minoritarie, evitando che esse possano essere
intese come alternative alla lingua italiana o comunque tali da porre
in posizione marginale la lingua ufficiale della Repubblica»
(sentenza n. 159 del 2009). Il primato della lingua italiana - si e'
anche detto ancor piu' di recente - «non solo e' costituzionalmente
indefettibile [ma e'] decisivo per la perdurante trasmissione del
patrimonio storico e dell'identita' della Repubblica, oltre che
garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell'italiano come bene
culturale in se'» (sentenza n. 42 del 2017).
Allo stesso tempo, la lingua non puo' non essere un «elemento di
identita' individuale e collettiva di importanza basilare» (sentenze
n. 88 del 2011 e n. 15 del 1996), in quanto e' «mezzo primario di
trasmissione» (sentenza n. 62 del 1992) dei valori culturali che essa
esprime. E' in quest'ottica che la tutela delle minoranze
linguistiche deve essere considerata «uno dei principi fondamentali»
dell'ordinamento costituzionale, espressione di «un rovesciamento di
grande portata politica e culturale, rispetto all'atteggiamento
nazionalistico manifestato dal fascismo» (sentenza n. 15 del 1996) e
diretto «alla consapevole custodia e valorizzazione di patrimoni di
sensibilita' collettiva vivi e vitali nell'esperienza dei parlanti,
per quanto riuniti solo in comunita' diffuse e numericamente
"minori"» (sentenza n. 170 del 2010).
5.2.- L'incrocio dei due valori costituzionali - primazia della
lingua italiana e tutela delle lingue minoritarie - si pone con
particolare accento nell'ambito della toponomastica, dove viene in
rilievo non solo una funzione pratica, volta ad assicurare la formale
individuazione dei nomi di luogo, ma anche una funzione comunicativa
e simbolica, tesa a valorizzare nelle denominazioni le tradizioni
storiche del territorio e della comunita' che in quei luoghi vive,
garantendone la continuita' del patrimonio culturale e linguistico.
E' in questa prospettiva che, a livello internazionale, la Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie, adottata dal Consiglio
d'Europa il 5 novembre 1992, prevede che le Parti si impegnano a
permettere o incoraggiare «l'uso o l'adozione, se del caso
congiuntamente con l'adozione della denominazione nella(e) lingua(e)
ufficiale(i), di forme tradizionali e corrette della toponomastica
nelle lingue regionali o minoritarie» (art. 10, comma 2, lettera g).
Nello stesso senso si muove, poi, la Convenzione-quadro per la
protezione delle minoranze nazionali, adottata dal Consiglio d'Europa
il 1° febbraio 1995, ratificata ed eseguita in Italia con la legge 28
agosto 1997, n. 302 (Ratifica ed esecuzione della convenzione-quadro
per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1º
febbraio 1995), il cui art. 11, comma 3, prevede che «[n]elle regioni
tradizionalmente abitate da un numero rilevante di persone
appartenenti ad una minoranza nazionale, le Parti, nel quadro del
loro sistema legislativo, non esclusi, se del caso, accordi con altri
Stati, si sforzeranno, tenendo conto delle loro condizioni
specifiche, di presentare le denominazioni tradizionali locali, i
nomi delle strade ed altre indicazioni topografiche destinate al
pubblico, anche nella lingua minoritaria, allorche' vi sia una
sufficiente domanda per tali indicazioni».
Il medesimo indirizzo, pur in assenza di un'organica normativa in
materia di toponomastica, e' seguito nel nostro ordinamento. La legge
15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze
linguistiche storiche), infatti, per un verso ribadisce che la lingua
ufficiale della Repubblica e' l'italiano (art. 1, comma 1); per un
altro, espressamente stabilisce - secondo un «equilibrato
procedimento» (sentenza n. 159 del 2009) che valorizza le lingue e le
culture minoritarie, contestualmente preservando il patrimonio
linguistico e culturale dell'italiano - che, nei Comuni in cui si
applica il regime di tutela da essa previsto, «in aggiunta ai
toponimi ufficiali, i consigli comunali possono deliberare l'adozione
di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali» (art. 10).
5.3.- L'art. 99 dello statuto reg. Trentino-Alto Adige
espressamente ribadisce che la lingua italiana «e' la lingua
ufficiale dello Stato», cui nella Regione e' parificata la lingua
tedesca, e che essa «fa testo negli atti aventi carattere legislativo
e nei casi nei quali [dal medesimo] statuto e' prevista la redazione
bilingue».
Lo statuto speciale reca altresi' disposizioni in tema di
toponomastica le quali, dettando una disciplina che e' profondamente
influenzata dalle vicende storiche che hanno interessato la Regione
nel corso della prima meta' del secolo scorso, non apportano,
tuttavia, alcuna deroga all'ufficialita' della lingua italiana - la
quale, dunque, deve essere necessariamente adoperata anche in tale
ambito - ma si limitano a imporre, nei vari casi, l'utilizzo di
denominazioni anche in lingua tedesca, ladina, mochena o cimbra:
l'art. 7, primo comma, dello statuto, riprendendo quasi testualmente
l'art. 133 Cost., stabilisce che «Con leggi della regione, sentite le
popolazioni interessate, possono essere istituiti nuovi comuni e
modificate le loro circoscrizioni e denominazioni»; l'art. 8, n. 2,
attribuisce alle Province autonome di Trento e di Bolzano la potesta'
legislativa nella toponomastica cosiddetta minore, «fermo restando
l'obbligo della bilinguita' nel territorio della provincia di
Bolzano»; l'art. 101 prevede che «Nella Provincia di Bolzano le
amministrazioni pubbliche devono usare, nei riguardi dei cittadini di
lingua tedesca, anche la toponomastica tedesca, se la legge
provinciale ne abbia accertata l'esistenza ed approvata la dizione»;
l'art. 102, infine, stabilisce che le popolazioni ladine, mochene e
cimbre hanno «diritto [...] al rispetto della toponomastica e delle
tradizioni delle popolazioni stesse».
Per quel che concerne specificamente la lingua ladina, il suo
impiego nella toponomastica, ma unitamente a quella italiana, e'
ribadito da disposizioni di attuazione dello statuto speciale: l'art.
73 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1951, n. 574
(Norme di attuazione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto
Adige), prevede espressamente che «nelle valli ladine [...] puo'
essere usato nella toponomastica locale, oltre che la lingua italiana
e la lingua tedesca, anche il ladino»; a conferma, l'art. 5 del
decreto legislativo 16 dicembre 1993, n. 592 (Norme di attuazione
dello Statuto speciale della Regione autonoma Trentino Alto-Adige
concernenti disposizioni di tutela della popolazione ladina, mochena
e cimbra della provincia di Trento) individua, con il toponimo
bilingue, sette localita' ladine, tra le quali i Comuni di Pozza di
Fassa-Poza e Vigo di Fassa-Vich, la cui fusione ha originato il nuovo
Comune di cui alla legge regionale impugnata.
Dal richiamato quadro normativo emerge, pertanto, che nella
Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol - oggi individuata con
toponimo bilingue dall'art. 116 Cost., quale sostituito dall'art. 2
della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo
V della parte seconda della Costituzione) - devono essere utilizzati,
per un verso, toponimi anche in lingua tedesca nella Provincia
autonoma di Bolzano e, per un altro, al fine di rispettarne le
tradizioni, toponimi anche in lingua - secondo i casi - ladina,
cimbra o mochena, nei territori ove sono presenti le rispettive
popolazioni. Prescrivendo la compresenza della lingua italiana e, a
volta a volta, delle lingue minoritarie, viene apprestata una tutela
alle minoranze linguistiche e al loro patrimonio culturale in tema di
toponomastica, senza tuttavia far venire meno, neppure in tale
ambito, la primazia della lingua ufficiale della Repubblica,
espressamente riconosciuta dall'art. 99 dello statuto speciale.
5.4.- Il legislatore regionale, con la disposizione censurata, ha
bensi' adoperato, per il Comune di nuova istituzione, un toponimo
bilingue - cosi' mostrando di essere consapevole di dover utilizzare,
nell'individuazione del nomen del nuovo ente locale, tanto la lingua
italiana quanto quella ladina - ma ha fatto ricorso, nella prima
parte di tale toponimo (Sen Jan di Fassa), a una denominazione
mistilingue che non puo' dirsi espressa in lingua italiana sol
perche', come invece sostenuto dalla difesa della resistente, fa
riferimento alla Valle di Fassa. La normativa statutaria, nel
prescrivere il bilinguismo anche nella toponomastica, impone, al
contrario, che il toponimo sia espresso, per una parte, interamente
nella lingua italiana e, per un'altra, anche nella lingua
minoritaria.
Ne' puo' ritenersi che l'utilizzo, nella denominazione del nuovo
Comune, delle parole italiane «San Giovanni» avrebbe determinato,
come adombrato dalla difesa regionale, una forzosa italianizzazione
di un toponimo storicamente e tradizionalmente radicato sul
territorio. Va osservato, in primis, che il toponimo «Sen Jan di
Fassa-Sen Jan» - espressione d'una «scelta politica» (sentenza n. 2
del 2018) che, sentite le popolazioni interessate, il Consiglio
regionale ha compiuto con la legge impugnata - adopera il nome di un
santo, ovviamente non sconosciuto alla lingua italiana, di modo che
l'uso della locuzione «San Giovanni» non sarebbe stato il frutto di
una traduzione coatta di un toponimo in verita' intraducibile. Deve
rilevarsi, inoltre, che «San Giovanni» e' toponimo che, come
pianamente emerge dai lavori preparatori della legge regionale
censurata, era gia' diffusamente presente nei territori ove sorge il
nuovo Comune, tanto che era utilizzato per denominare una frazione
del preesistente Comune di Vigo di Fassa-Vich.
5.5.- Deve, dunque, essere dichiarata l'illegittimita'
costituzionale dell'art. 1, commi 1, 2 e 4, della legge reg.
Trentino-Alto Adige n. 8 del 2017, nella parte in cui utilizza la
denominazione «Sen Jan di Fassa-Sen Jan» anziche' quella di «San
Giovanni di Fassa-Sen Jan».
6.- La questione sollevata in riferimento all'art. 6 Cost. resta
assorbita.
7.- La dichiarazione d'illegittimita' costituzionale deve essere
estesa in via consequenziale, ai sensi dell'art. 27 della legge 11
marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della
Corte costituzionale), alle ulteriori disposizioni della legge reg.
Trentino-Alto Adige n. 8 del 2017 (artt. 2, comma 1; 3, comma 1; 6,
comma 1; 9, commi 2 e 3; 10, comma 1; 12; 13 e 14) che, al pari di
quella censurata, utilizzano la denominazione «Sen Jan di Fassa-Sen
Jan» anziche' quella di «San Giovanni di Fassa-Sen Jan». Va da se'
che dovra' essere coerentemente corretto anche il titolo della legge.




 

 


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