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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 18 del 5-5-2021

N. 89 SENTENZA 25 marzo - 5 maggio 202

N. 89 SENTENZA 25 marzo - 5 maggio 2021 Giudizio di legittimita' costituzionale in via incidentale. Procedimento civile - Controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti di avvocato - Ordinanza a contenuto decisorio basata su errore di fatto - Possibile revocazione - Esclusione - Denunciata irragionevole disparita' di trattamento e violazione del diritto di agire e difendersi in giudizio - Non fondatezza delle questioni, nei sensi di cui in motivazione. - Codice di procedura civile, art. 395, numero 4), in combinato disposto con l'art. 14 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150. - Costituzione, artt. 3 e 24. (T-210089) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.18 del 5-5-2021

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimita' costituzionale dell'art. 395, numero
4), del codice di procedura civile, in combinato disposto con l'art.
14 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni
complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e
semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi
dell'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), promosso dal
Tribunale ordinario di Cosenza, nel procedimento vertente tra A. T. e
F. S., con ordinanza del 6 febbraio 2020, iscritta al n. 94 del
registro ordinanze 2020 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell'anno 2020.
Udito nella camera di consiglio del 24 marzo 2021 il Giudice
relatore Maria Rosaria San Giorgio;
deliberato nella camera di consiglio del 25 marzo 2021.

Ritenuto in fatto

1.- Con ordinanza del 6 febbraio 2020, iscritta al n. 94 del
registro ordinanze 2020, il Tribunale ordinario di Cosenza - nel
corso di un giudizio di revocazione per errore di fatto instaurato da
A. T. avverso l'ordinanza di rigetto della domanda diretta ad
ottenere la liquidazione degli onorari per l'attivita' professionale
svolta nell'ambito di tre procedure giudiziarie intraprese davanti
allo stesso Tribunale quale difensore di fiducia di F. S. -, ha
sollevato questioni di legittimita' costituzionale del combinato
disposto degli artt. 395, numero 4), del codice di procedura civile e
14 del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni
complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e
semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi
dell'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), per violazione
degli artt. 3 e 24 della Costituzione.
1.1.- Il giudice rimettente evidenzia, in punto di rilevanza, che
il ricorso presentato dall'avvocato istante nei confronti del suo
cliente e' stato respinto sul presupposto che non fosse stata
prodotta la documentazione funzionale a verificare i fatti allegati,
e cio' benche' il nuovo procuratore del ricorrente, costituendosi in
giudizio per via telematica, avesse in realta' depositato i documenti
utili per la liquidazione degli onorari, inerenti agli atti redatti
per conto della parte assistita nei giudizi incardinati. Cosicche' il
ricorrente, rilevando che la decisione assunta con ordinanza era
stata determinata da errore di fatto, in quanto fondata
sull'affermazione, non vera, della mancata produzione dei documenti
comprovanti l'attivita' difensiva espletata, ha chiesto la
revocazione del provvedimento impugnato e la conseguente condanna
della parte al compenso dovuto.
Argomenta in premessa il giudice a quo che il resistente ha
eccepito l'inammissibilita' della domanda di revocazione, avendo
ritenuto che l'ordinanza impugnata fosse appellabile ai sensi
dell'art. 702-quater cod. proc. civ., ed ha, ancora, dedotto
l'irrituale introduzione del giudizio di revocazione con ricorso,
anziche' con citazione; nel merito, ha sostenuto che il ricorrente si
sarebbe limitato a sottoscrivere gli atti in relazione ai quali aveva
chiesto la liquidazione dei compensi giudiziali.
Sempre in punto di rilevanza, l'ordinanza di rimessione precisa
che la domanda di revocazione e' stata correttamente introdotta con
atto avente la forma del ricorso, in ragione del principio secondo il
quale il rito speciale deve trovare applicazione anche al
procedimento di revocazione, osservandosi, davanti al giudice adito,
le norme stabilite per il procedimento davanti allo stesso, ai sensi
dell'art. 400 cod. proc. civ., con la conseguenza che la domanda di
revocazione e' stata considerata tempestiva, perche' proposta nel
termine di cui agli artt. 325 e 326 cod. proc. civ., avuto riguardo
alla data di deposito del ricorso.
Il Tribunale di Cosenza osserva altresi' che, all'esito della
consultazione del fascicolo telematico relativo al procedimento
definito con l'ordinanza impugnata, e' emerso che effettivamente il
nuovo procuratore costituito aveva depositato, per via telematica,
non solo la memoria di costituzione, ma anche la documentazione
relativa all'attivita' espletata. Cio' comproverebbe l'integrazione
dell'errore di fatto contenuto nell'ordinanza impugnata, che
presenterebbe tutti i requisiti dell'errore revocatorio, essendo
stata supposta l'inesistenza di un fatto - rappresentato dalla
produzione della necessaria documentazione - la cui verita' sarebbe
risultata positivamente stabilita appunto dalla presenza di tali
documenti nel fascicolo telematico. Si sarebbe trattato, pertanto, di
un errore di percezione avente rilevanza decisiva, con i caratteri
dell'assoluta evidenza e della rilevabilita', sulla scorta del mero
raffronto tra l'ordinanza impugnata e i documenti del giudizio
prodotti per via telematica.
Ritiene, quindi, il rimettente che dall'accoglimento delle
questioni di legittimita' costituzionale sollevate «deriverebbe il
superamento della preclusione alla proponibilita' della domanda,
conseguendone, nell'ipotesi inversa, la declaratoria di
inammissibilita'».
1.2.- Quanto alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo
rileva che l'ordinanza collegiale che decide sulla domanda di
liquidazione degli onorari del difensore, emessa ai sensi dell'art.
14 del d.lgs. n. 150 del 2011, al termine di un procedimento sommario
di cognizione, e' dichiarata espressamente non appellabile ed e'
idonea a definire il giudizio in un unico grado, producendo gli
effetti del giudicato. Aggiunge che non e' consentito, secondo il
consolidato orientamento nomofilattico, proporre ricorso per
cassazione allo scopo di denunciare l'errore revocatorio, sicche' la
limitazione dell'ambito di operativita' della disciplina dedicata
alla revocazione alle sole sentenze pronunciate in grado di appello o
in unico grado impedirebbe alla parte che lamenti l'errore di fatto,
per aver ritenuto non prodotta la documentazione in effetti
puntualmente depositata, di avvalersi dell'unico mezzo di
impugnazione esperibile.
Ad avviso del rimettente, proprio la natura eccezionale del mezzo
impugnatorio della revocazione, evocabile nelle sole ipotesi
tassativamente regolate, concernenti in via esclusiva le sentenze,
renderebbe impossibile l'estensione della relativa disciplina ad
altre tipologie di provvedimenti definitori. E cio' nonostante
l'evoluzione normativa abbia progressivamente ridotto la centralita'
della sentenza nel novero dei provvedimenti che definiscono il
giudizio, non solo avvicinandone la motivazione a quella
dell'ordinanza, come emerge dal confronto tra gli artt. 134 cod.
proc. civ. e 118 disp. att. cod. proc. civ., ma anche disponendo la
trasformazione di alcuni provvedimenti definitori da sentenza in
ordinanza, come accade nell'ipotesi di declaratoria di incompetenza,
nonche' attraverso l'introduzione della figura dell'ordinanza che
definisce il procedimento sommario di cognizione, che - secondo
alcuni progetti legislativi pendenti di riforma del codice di
procedura civile - potrebbe divenire addirittura il principale rito
delle controversie civili.
Di qui, secondo il rimettente, la ingiustificata disparita' di
trattamento, quanto all'impugnabilita' dell'errore revocatorio, tra i
destinatari di provvedimenti definitori suscettibili di produrre
efficacia di giudicato, e tanto in dipendenza della forma del
provvedimento adottato: il provvedimento definitorio che abbia la
forma di sentenza sarebbe impugnabile per revocazione, mentre il
medesimo mezzo sarebbe precluso per il provvedimento ugualmente
definitorio, che abbia pero' la forma di ordinanza.
In secondo luogo - espone il giudice a quo - sarebbe compromesso
il diritto di agire in giudizio della parte che intenda far valere
l'errore di fatto nella percezione dell'esistenza di un documento
versato in atti, con la irragionevole negazione di ogni possibilita'
di accesso alla tutela giurisdizionale in relazione alla forma del
provvedimento adottato.
Il Tribunale rimettente richiama, poi, allo scopo di corroborare
la valutazione sulla non manifesta infondatezza delle questioni,
alcune pronunce di questa Corte, che hanno dichiarato
l'illegittimita' costituzionale dell'art. 395, numero 4), cod. proc.
civ., nella parte in cui impediva di avvalersi della revocazione per
errore di fatto con riferimento ad altre tipologie di provvedimenti
definitori (sentenze n. 36 del 1991, n. 558 del 1989 e n. 17 del
1986). Nondimeno rimarca che si tratta di decisioni argomentate da
esigenze del tutto peculiari, riguardanti fattispecie eterogenee non
assimilabili al caso di specie, se non per la natura definitoria del
provvedimento, da cui non potrebbe comunque desumersi un principio
immanente di equiparazione delle ordinanze alle sentenze che possa
autorizzare un'interpretazione costituzionalmente orientata del
combinato disposto censurato. Ne' d'altronde sarebbe consentito al
giudice comune giungere, «attraverso un'ardita operazione
ermeneutica», al superamento della tassativa previsione normativa che
riserva il rimedio impugnatorio della revocazione ai provvedimenti
definitori assunti in forma di sentenza, alla stregua della natura
eccezionale del rimedio della revocazione.
2.- Nel giudizio innanzi a questa Corte non si sono costituite le
parti del giudizio a quo e non ha spiegato intervento il Presidente
del Consiglio dei ministri.

Considerato in diritto

1.- Il Tribunale ordinario di Cosenza ha sollevato, in
riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di
legittimita' costituzionale del combinato disposto degli artt. 395,
numero 4), del codice di procedura civile e 14 del decreto
legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni complementari al
codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione
dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell'articolo 54
della legge 18 giugno 2009, n. 69), «nella parte in cui non consente
di assoggettare al rimedio impugnatorio di cui all'art. 395 numero 4
cpc l'ordinanza, emessa ai sensi dell'art. 14 d.lvo 1° settembre 2011
n 150, viziata da errore di fatto consistito nel ritenere non
prodotto in giudizio un documento decisivo».
Il giudice rimettente - muovendo dall'assunto secondo cui
l'ordinanza collegiale conclusiva del procedimento di liquidazione
dei compensi del difensore, sebbene abbia contenuto decisorio e sia
inappellabile, non sarebbe suscettibile di revocazione per errore di
fatto, in ragione della forma del provvedimento che definisce tale
procedimento - dubita della legittimita' costituzionale delle
previsioni censurate anzitutto in riferimento all'art. 3 Cost., per
l'irragionevole esclusione del rimedio impugnatorio che si
determinerebbe a fronte della possibilita' di esperire lo stesso
rimedio per le sentenze inappellabili pronunciate in unico grado o in
grado di appello, cosi' dandosi luogo ad «un'irragionevole disparita'
di trattamento nell'accesso alla tutela giurisdizionale tra soggetti
che versano nelle medesime condizioni giuridiche».
Inoltre, il plesso normativo censurato recherebbe vulnus all'art.
24 Cost., in quanto, impedendo, in relazione alla forma del
provvedimento definitorio adottato (ordinanza), la possibilita' di
avvalersi del mezzo di impugnazione della revocazione, realizzerebbe
una ingiustificata compromissione del diritto di agire in giudizio
della parte che intenda far valere l'errore di fatto nella percezione
dell'esistenza di un documento versato in atti, cosi' precludendole,
in modo irragionevole, ogni possibilita' di accesso alla tutela
giurisdizionale.
2.- Sul piano della rilevanza, dal tenore complessivo
dell'ordinanza di rimessione si evince che l'errore di fatto
risultante dai documenti prodotti, rappresentato dall'essersi
ritenuta non provata l'attivita' difensiva espletata e posta a
fondamento della richiesta dei compensi di avvocato, non ha
costituito un punto controverso sul quale il provvedimento impugnato
abbia avuto modo di pronunciarsi. Risulta, infatti, che tale
provvedimento ha deciso sulla domanda di liquidazione dei compensi,
ritenendo non depositata la documentazione attestante le incombenze
difensive svolte nelle tre procedure giudiziali indicate, a fronte
del deposito sopravvenuto in via telematica curato dal nuovo
difensore del ricorrente, il che sottende che tale aspetto - ossia il
tema della attinenza al giudizio della documentazione prodotta - non
ha rappresentato un punto che l'ordinanza impugnata abbia avuto modo
di affrontare e il Collegio di discutere previamente con le parti.
Semplicemente si sarebbe trattato di una svista, perfezionatasi solo
in sede decisoria, che avrebbe determinato il rigetto della domanda.
2.1.- Anche le argomentazioni addotte dal giudice a quo sulla
ritualita' della proposizione del mezzo impugnatorio della
revocazione, con atto avente la forma del ricorso, anziche' della
citazione, e sulla conseguente tempestivita' del suo esperimento,
risultano plausibili. Infatti, il Tribunale di Cosenza ha dato conto
della circostanza che, ai sensi dell'art. 400 cod. proc. civ.,
innanzi al giudice adito con la domanda di revocazione si osservano
le norme stabilite per il procedimento instaurato davanti alla stessa
autorita' giudiziaria, in quanto non derogate da quelle del capo
dedicato alla revocazione. E nella fattispecie, in base al
convincente avviso del rimettente, essendo stata l'ordinanza
impugnata emessa a conclusione di un procedimento sommario di
cognizione semplificato, introdotto con ricorso, anche l'impugnazione
per revocazione avrebbe potuto essere introdotta da un atto avente la
stessa forma, cosi' come la giurisprudenza di legittimita' ha
specificato per la revocazione avverso i provvedimenti conclusivi di
procedimenti trattati con il rito del lavoro (Corte di cassazione,
sezione lavoro, sentenza 23 giugno 2016, n. 13063; sezione terza
civile, sentenza 9 giugno 2010, n. 13834; sezione terza civile,
sentenza 14 aprile 1992, n. 4537; sezione lavoro, sentenza 24
febbraio 1982, n. 1167).
2.2.- Sempre con riguardo alla rilevanza delle questioni, sono
supportate da adeguato riscontro giurisprudenziale le conclusioni
espresse dal rimettente in ordine all'inammissibilita' del ricorso
per cassazione avverso l'ordinanza conclusiva del procedimento di
liquidazione, al fine di far valere l'errore di percezione su fatto
non controverso, e segnatamente l'errore del giudice di merito in
relazione alla mancata o inesatta percezione di documenti acquisiti
agli atti del processo e menzionati dalle parti (Corte di cassazione,
sezione tributaria, sentenza 26 gennaio 2021, n. 1562; sezione
lavoro, sentenza 3 novembre 2020, n. 24395; sezione tributaria,
sentenza 2 ottobre 2019, n. 24528; sezione seconda civile, sentenza
11 giugno 2018, n. 15043; sezione lavoro, sentenza 28 settembre 2016,
n. 19174; sezione lavoro, sentenza 9 febbraio 2016,
n. 2529; sezione tributaria, sentenza 9 ottobre 2015, n. 20240;
sezione terza civile, sentenza 19 febbraio 2009, n. 4056).
Conclusione che suffraga ulteriormente la ponderazione circa la
rilevanza delle questioni, non potendo il vizio denunciato essere
fatto valere se non attraverso lo strumento della revocazione.
2.3.- Anche in ordine all'impossibilita' di pervenire ad
un'interpretazione adeguatrice, volta a valorizzare il significato
sostanziale del termine "sentenza", inteso come provvedimento
decisorio, anche qualora esso abbia la veste formale di ordinanza, il
Tribunale ha motivato plausibilmente, evidenziando che, poiche' la
norma censurata riserva il rimedio impugnatorio della revocazione ai
provvedimenti definitori assunti in forma di sentenza, non potrebbe
effettuarsi una lettura estensiva della stessa in ragione della
natura eccezionale del rimedio della revocazione. E cio' sarebbe
corroborato dalle pronunce di accoglimento di questa Corte, sempre in
merito all'art. 395 cod. proc. civ., con riferimento ad altre
tipologie di ordinanze che definiscono il giudizio rispetto a quella
evocata nella fattispecie. Sicche' il tema della condivisibilita' o
meno di tale opzione ermeneutica attiene al merito. Questa Corte ha
ripetutamente affermato, al riguardo, che e' sufficiente che il
giudice rimettente abbia plausibilmente escluso la possibilita' di
una interpretazione adeguatrice, anche sol perche' «improbabile o
difficile», perche' la questione debba essere scrutinata nel merito
(ex plurimis, sentenze n. 237 e n. 168 del 2020 e n. 42 del 2017).
2.4.- Il giudice rimettente ha dato altresi' conto della
pertinenza della documentazione depositata e non considerata, la
quale, riguardando gli atti difensivi redatti dal ricorrente, sarebbe
potenzialmente in grado di consentire l'accoglimento della richiesta
revocazione.
3.- Nel merito, le questioni sollevate non sono fondate, nei
sensi di seguito precisati.
3.1.- Nel disegno del codice di procedura civile la revocazione
si configura come rimedio concepito per contrastare una serie, pur
circoscritta, di vizi che, per la loro estrema gravita', sono assunti
come indici rivelatori della probabile ingiustizia della decisione,
giustificando la rimozione della sentenza e la restituzione delle
parti nello stato anteriore alla sua pronuncia.
Con specifico riferimento all'ipotesi prevista dall'art. 395,
numero 4), cod. proc. civ., la ratio dell'impugnazione revocatoria
per errore di fatto va identificata nell'esigenza di riaprire il
processo in ragione di una falsa percezione della realta'
processuale, obiettivamente e immediatamente rilevabile, che ha
indotto il giudice ad affermare o soltanto a supporre, purche'
attraverso un'enunciazione espressa nella motivazione, l'esistenza di
un fatto decisivo incontestabilmente escluso dagli atti ovvero
l'inesistenza di un fatto, parimenti decisivo, che, sempre ex actis,
risulti, invece, positivamente accertato.
La nozione di errore di fatto va, dunque, circoscritta - come
affermato da questa Corte, in coerenza con la ricostruzione innanzi
richiamata - all'«errore [...] meramente percettivo (svista, puro
equivoco) e che in nessun modo coinvolga l'attivita' valutativa»
dell'organo giudicante (sentenza n. 36 del 1991).
3.2.- La ratio dell'impugnazione revocatoria per errore
percettivo riposa sull'assunto che l'accertamento tendenzialmente
attendibile e razionalmente controllabile della verita' dei fatti
identifichi una delle condizioni indefettibili della giustizia del
provvedimento giurisdizionale.
E poiche' l'attendibilita' dell'enunciazione giudiziale dei fatti
dedotti a fondamento della domanda di tutela giurisdizionale
costituisce estrinsecazione del principio costituzionale del giusto
processo, la revocazione assurge a strumento di tutela primario tutte
le volte che dalla statuizione deviata dall'errore di fatto, cosi'
come definito dalla norma censurata, derivino per la parte
conseguenze pregiudizievoli sul piano dell'effettivo soddisfacimento
di specifici bisogni di tutela.
Un'esigenza siffatta sorge di fronte ad ogni provvedimento
giurisdizionale che, a prescindere dalla forma in cui si estrinsechi,
abbia ad oggetto una regolamentazione, con attitudine al giudicato,
di interessi protetti dall'ordinamento giuridico, il cui iter
decisionale sviato dall'errore di percezione non sia rivedibile
attraverso un rimedio a critica libera come l'appello, che
costituisce il mezzo ordinario e illimitato di reazione
all'ingiustizia della decisione e, in quanto tale, e' capace di
assorbire anche l'errore revocatorio.
4.- Nel novero dei provvedimenti giurisdizionali dotati dei
suddetti requisiti contenutistici ed effettuali rientra senz'altro
l'ordinanza conclusiva del procedimento ex art. 14 del d.lgs. n. 150
del 2011, soggetta alle disposizioni del processo sommario di
cognizione introdotto dall'art. 51 della legge 18 giugno 2009, n. 69
(Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la
competitivita' nonche' in materia di processo civile), mediante
l'inserimento del Capo III-bis del Titolo primo del Libro quarto del
codice di procedura civile, contenente gli artt. 702-bis, 702-ter e
702-quater.
Si tratta di un modello procedimentale che, a dispetto
dell'impropria denominazione in termini di rito "sommario" - che
stride con la pienezza della cognizione che lo contraddistingue
(sentenza n. 10 del 2013) - e dell'incongrua collocazione tra i
procedimenti speciali, e' sovrapponibile, sotto il profilo funzionale
ed effettuale, al giudizio ordinario di cognizione.
Invero, come di recente sottolineato da questa Corte, dalla
identificazione come sommario del procedimento disciplinato dagli
artt. 702-bis e seguenti cod. proc. civ., non deve trarsi una
indicazione, come pure potrebbe apparire, circa la sommarieta' della
cognizione, che resta piena, dovendo riferirsi tale denominazione,
piuttosto, alla destrutturazione formale del procedimento. Si tratta,
dunque, di un rito speciale a cognizione piena, che si conclude con
un provvedimento che, sebbene rivesta la forma dell'ordinanza, e'
idoneo al giudicato sostanziale (sentenza n. 253 del 2020).
Nelle controversie in materia di liquidazione degli onorari di
avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile,
originariamente disciplinate dall'art. 28 della legge 13 giugno 1942,
n. 794 (Onorari di avvocato e di procuratore per prestazioni
giudiziali in materia civile), il rito sommario di cognizione e'
previsto come modello necessario, non essendo ammessa la possibilita'
di conversione nel rito ordinario contemplata dall'art. 702-ter,
terzo comma, cod. proc. civ., a prescindere dal tasso di complessita'
reso evidente dalle particolarita' della fattispecie concreta.
Ne deriva che, in conformita' al diritto vivente, e' esclusa la
possibilita' di esperire l'azione in questione nelle forme del rito
ordinario di cognizione o in quelle del procedimento sommario
ordinario disciplinato dal codice di procedura civile anche quando
vengano sollevate contestazioni relative all'esistenza del rapporto
o, in genere, all'an debeatur. Soltanto qualora il convenuto ampli
l'oggetto del giudizio con la proposizione di una domanda
(riconvenzionale, di compensazione o di accertamento pregiudiziale)
non esorbitante dalla competenza del giudice adito ai sensi dell'art.
14 del d.lgs. n. 150 del 2011, la trattazione di quest'ultima deve
avvenire, ove non si presti ad un'istruttoria sommaria, con il rito
ordinario (o eventualmente speciale) a cognizione piena, previa
separazione delle domande. Ove, invece, la domanda introdotta dal
convenuto non rientri nella competenza del giudice adito, devono
trovare applicazione gli artt. 34, 35 e 36 cod. proc. civ., che
eventualmente possono comportare lo spostamento della competenza
sulla domanda, ai sensi dell'art. 14 (Corte di cassazione, sezioni
unite civili, sentenza 23 febbraio 2018, n. 4485).
5.- Per quanto rilevato in ordine alla natura del procedimento
sommario di cognizione ed alla sua necessita' nella ipotesi
contemplata dall'art. 14 del d.lgs. n. 150 del 2011, l'ordinanza con
la quale si conclude quest'ultimo procedimento, nonostante la veste
formale diversa dalla sentenza, e' un provvedimento decisorio su
diritti, con attitudine al giudicato sostanziale (ancora sentenza n.
253 del 2020). Un'interpretazione che, considerando solo la
formulazione testuale dell'art. 395 cod. proc. civ. - la quale limita
alle sentenze i provvedimenti impugnabili per revocazione - ne
escludesse l'assoggettabilita' a tale rimedio, sarebbe
irragionevolmente lesiva del diritto alla tutela giurisdizionale ex
artt. 3 e 24 Cost.
5.1.- In tale prospettiva, questa Corte, con la sentenza n. 558
del 1989, ha gia' dichiarato l'illegittimita' costituzionale
dell'art. 395, numero 4), cod. proc. civ., per contrasto con gli
artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non prevede la revocazione per
errore di fatto avverso i provvedimenti di convalida di sfratto o
licenza per finita locazione emessi in assenza o per mancata
opposizione dell'intimato, sul presupposto che, attesa l'efficacia di
cosa giudicata sostanziale di tali ordinanze, e' irrazionale e lesivo
dei diritti delle parti escludere la possibilita' di emendarle
dall'errore determinato dalla mancata o inesatta percezione dei
documenti versati in causa. Sempre in forza di detta pronuncia, in
conseguenza della precedente dichiarazione di illegittimita'
costituzionale relativa al caso, del tutto assimilabile, di convalida
di sfratto emessa in assenza o per mancata opposizione dell'intimato,
e' stato dichiarato costituzionalmente illegittimo - ai sensi
dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla
costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) - l'art.
395, numero 4), cod. proc. civ., laddove non prevede la revocazione
per errore di fatto per i provvedimenti di convalida di sfratto per
morosita' resi sui medesimi presupposti.
In seguito, l'art. 395, numero 4), cod. proc. civ. e' stato
dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non
prevede la revocazione delle sentenze della Corte di cassazione per
la svista nel controllo degli atti del processo a quo (sentenza n. 17
del 1986) e di quelli propri del giudizio di legittimita' (sentenza
n. 36 del 1991). In tali pronunce questa Corte ha evidenziato che il
diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento, garantito
dall'art. 24, secondo comma, Cost., sarebbe gravemente vulnerato se
l'errore di fatto, cosi' come descritto nell'art. 395, numero 4),
cod. proc. civ. non fosse suscettibile di emenda sol per essere stato
perpetrato dal giudice cui spetta il potere-dovere di nomofilachia.
In ultimo, alla stregua della ratio decidendi della sentenza n.
558 del 1989, questa Corte ha riconosciuto che la formulazione
letterale dell'art. 395 cod. proc. civ. e' lesiva del diritto di
agire e difendersi in giudizio sancito dall'art. 24 Cost., anche
laddove non prevede la revocazione dei provvedimenti di convalida di
sfratto per morosita' emessi in assenza o per mancata comparizione
dell'intimato che siano effetto del dolo di una delle parti in danno
dell'altra, consistito nella falsa attestazione della persistenza
della morosita'. Al riguardo, ha evidenziato che, dato il contenuto
decisorio del provvedimento di convalida, la sua efficacia esecutiva
e l'attitudine a produrre effetto di cosa giudicata, non puo'
ritenersi consentito - alla luce della intervenuta modifica, sotto
l'aspetto processuale, oltre che sostanziale, del rapporto locatizio,
rispetto a quello esistente all'epoca in cui fu dettato lo speciale
procedimento per convalida e nonostante l'esigenza di celerita' che
e' alla base dei procedimenti speciali - che nel caso, come quello in
esame, in cui la mancata comparizione dell'intimato potrebbe essere
determinata proprio dal venir meno della morosita' che la parte
attrice ha poi falsamente attestato come persistente, resti escluso
il rimedio straordinario, ed estremamente circoscritto nei suoi
contenuti, della revocazione (sentenza n. 51 del 1995).
6.- Nel confermare le direttrici ermeneutiche tracciate dai
richiamati precedenti, la Corte reputa non piu' attuale la
conclusione per la quale la formulazione dell'art. 395, numero 4),
cod. proc. civ., che limita alle sentenze i provvedimenti impugnabili
per revocazione, non consenta un'interpretazione adeguatrice atta ad
estenderne la portata alle decisioni rese in forma di ordinanza
(sentenza n. 192 del 1995).
Il mutato assetto ordinamentale, delineatosi in conseguenza delle
riforme del processo civile dell'ultimo ventennio e dell'evoluzione
del modo in cui la giurisprudenza ricostruisce il rapporto tra forma
e funzione dei provvedimenti giurisdizionali, consente, infatti, di
offrire, attraverso una lettura sistematica dell'art. 395 cod. proc.
civ., una interpretazione costituzionalmente orientata che, adeguando
tale disposizione agli artt. 3 e 24 Cost., garantisca l'accesso al
rimedio revocatorio per emendare dall'errore percettivo determinante
ai fini della decisione ogni provvedimento giurisdizionale che, pur
non assumendo la forma della sentenza, sia definitivo e decida,
all'esito di un procedimento di natura contenziosa ed a cognizione
esauriente, su diritti o status con attitudine al giudicato.
6.1.- Tale interpretazione postula l'individuazione di una
nozione sostanziale di atto giurisdizionale decisorio nella quale
possano essere ricompresi tutti i provvedimenti che, pur non
estrinsecandosi nella forma della sentenza, siano ad essa
equiparabili sotto il profilo contenutistico ed effettuale.
6.1.1.- Al riguardo, occorre, anzitutto, considerare che le
diverse riforme cui negli ultimi anni e' stato interessato il
processo civile hanno eroso il primato che nell'originario impianto
del codice di rito era riservato al giudizio ordinario di cognizione
e, quindi, alla sentenza come provvedimento conclusivo di esso,
denotando una sempre piu' marcata preferenza per un modello
processuale alternativo, ancorche' funzionalmente omogeneo alla
cognizione ordinaria, connotato da elasticita', destrutturazione e
semplificazione, anche e soprattutto con riferimento allo snodo della
decisione e alla forma del provvedimento conclusivo.
Momento fondamentale di tale evoluzione e' costituito dalla legge
n. 69 del 2009, in una prospettiva di economia processuale coerente
con il principio di ragionevole durata del processo, di rilevanza
costituzionale ex art. 111 Cost. La scelta del legislatore si e',
infatti, orientata sullo strumento dell'ordinanza decisoria, piu'
flessibile rispetto alla sentenza e con motivazione piu' agile e
succinta, come puo' desumersi dall'introduzione - quale generale
alternativa per i giudizi assoggettati alla cognizione del tribunale
in composizione monocratica (sentenza n. 253 del 2020, citata) - del
procedimento sommario di cognizione, destinato a concludersi,
appunto, con un'ordinanza avente contenuto decisorio ed idonea al
giudicato, formale e sostanziale.
In attuazione della delega, conferita al Governo con l'art. 54
della legge n. 69 del 2009, a prevedere una nuova regolamentazione
dei riti attraverso cui instaurare le cause civili, seguendo il
criterio direttivo della riduzione e semplificazione dei procedimenti
civili di cognizione, il d.lgs. n. 150 del 2011 ha ricondotto
numerosi riti speciali ad un modello di procedimento sommario di
cognizione caratterizzato dalla obbligatorieta' e non convertibilita'
in rito ordinario. Inoltre, con l'art. 14, comma 1, del decreto-legge
12 settembre 2014, n. 132 (Misure urgenti di
degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione
dell'arretrato in materia di processo civile), convertito, con
modificazioni, in legge 10 novembre 2014, n. 162, e' stato inserito
nel codice di procedura civile l'art. 183-bis, che ha previsto la
facolta' del giudice di disporre, per le cause meno complesse, il
passaggio procedimentale dal rito ordinario al rito sommario, al fine
di assicurare una piena comunicabilita' tra i due modelli di
trattazione delle cause (ancora sentenza n. 253 del 2020).
Successivamente, il ricorso al procedimento sommario di
cognizione e' stato valorizzato dall'art. 1, comma 777, lettere a) e
b), della legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per
la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge
di stabilita' 2016)», che ha modificato gli artt. 1-bis, 1-ter e 2,
comma 1, della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa
riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del
processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura
civile), introducendo - per cio' che interessa in questa sede - i
rimedi preventivi, il cui esperimento rappresenta condizione
necessaria per poter ottenere l'indennizzo in caso di violazione del
termine di ragionevole durata del processo. Tra di essi nell'art.
1-ter sono indicati: a) l'introduzione del giudizio nelle forme del
procedimento sommario di cognizione; b) la formulazione della
richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario a norma
dell'art. 183-bis cod. proc. civ.. Tali rimedi sono stati di recente
scrutinati con esito positivo da questa Corte, in quanto con essi e'
richiesto alla parte del processo in corso non un adempimento formale
per poter poi proporre la domanda indennitaria (sentenza n. 34 del
2019), bensi' un comportamento collaborativo con l'autorita'
giudiziaria, alla quale manifestare la propria disponibilita' al
passaggio al rito semplificato o al modello decisorio concentrato, in
tempo potenzialmente utile ad evitare il superamento del termine di
ragionevole durata del processo stesso (sentenza n. 121 del 2020).
Alle ricordate riforme di carattere generale si sono aggiunti
interventi normativi piu' mirati, che hanno esteso l'ambito
applicativo del procedimento sommario ad alcuni specifici settori del
contenzioso civile, per i quali la trattazione semplificata
costituisce la soluzione ordinaria: a) l'art. 76, comma 1, del
decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il
rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, in legge 9
agosto 2013, n. 98, ha introdotto l'art. 791-bis cod. proc. civ.,
regolando un rito sommario obbligatorio non convertibile per le
opposizioni nei giudizi di divisione a domanda congiunta; b) l'art. 8
della legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza
delle cure e della persona assistita, nonche' in materia di
responsabilita' professionale degli esercenti le professioni
sanitarie), ha previsto un rito sommario obbligatorio, convertibile
in rito ordinario, per le controversie in tema di responsabilita'
medica; c) l'art. 1, comma 1, della legge 12 aprile 2019, n. 31
(Disposizioni in materia di azione di classe), con riferimento alle
azioni di classe, ha disciplinato - con l'introdotto art. 840-ter
cod. proc. civ. - un rito sommario obbligatorio non convertibile, che
si conclude con sentenza.
6.1.2.- Per effetto delle modifiche al codice di procedura civile
introdotte dalla legge n. 69 del 2009, anche le questioni di
competenza - come quelle di litispendenza e continenza - sono decise
con ordinanza, come puo' desumersi dall'attuale dettato degli artt.
39, 40, 42, 43, 50 e 279, primo comma, cod. proc. civ.
6.1.3.- Va, infine, evidenziato che, con riferimento al giudizio
di cassazione, e' direttamente l'art. 391-bis, primo comma, cod.
proc. civ. - introdotto dall'art. 1-bis, comma 1, lettera l), numero
1), del decreto-legge 31 agosto 2016, n. 168 (Misure urgenti per la
definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione, per
l'efficienza degli uffici giudiziari, nonche' per la giustizia
amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 25
ottobre 2016, n. 197 - a prevedere che, «[s]e la sentenza o
l'ordinanza pronunciata dalla Corte di cassazione e' affetta da
errore materiale o di calcolo ai sensi dell'articolo 287, ovvero da
errore di fatto ai sensi dell'articolo 395, numero 4), la parte
interessata puo' chiederne la correzione o la revocazione con ricorso
ai sensi degli articoli 365 e seguenti». Cio' in quanto nel giudizio
dinanzi alla Corte di legittimita', a seguito delle modifiche
introdotte dalla stessa legge n. 197 del 2016, la forma della
sentenza e' riservata, in via di eccezione rispetto a quella
dell'ordinanza, alla decisione dei ricorsi che, sollevando questioni
di rilevanza nomofilattica, sono ormai gli unici destinati al
procedimento "solenne" con trattazione in pubblica udienza.
6.2.- Questo progressivo ampliamento del ricorso all'ordinanza
decisoria, che oggi costituisce una delle forme di possibile
definizione delle controversie civili, impone di adeguare la norma
espressa dall'art. 395 cod. proc. civ. - formulata in consonanza con
un sistema imperniato sull'unico tipo normativo della sentenza in
senso formale - al mutato contesto legislativo, estendendone l'ambito
applicativo nella prospettiva della garanzia del diritto di difesa e
dell'effettivita' della tutela giurisdizionale ai sensi dell'art. 24
Cost.
7.- Nella direzione di siffatta interpretazione spinge, altresi',
la elaborazione, da parte della giurisprudenza di legittimita', della
nozione di sentenza "in senso sostanziale" ricorribile per cassazione
ai sensi dell'art. 111, settimo comma, Cost.
Tale categoria concettuale risale alla sentenza delle sezioni
unite civili della Corte di cassazione 30 luglio 1953, n. 2593,
secondo la quale l'impugnazione ex art. 111, settimo comma, Cost. e'
esperibile avverso ogni ordinanza o decreto a contenuto decisorio,
incidente su situazioni giuridiche soggettive, che sia capace di
arrecare alla parte un pregiudizio non altrimenti riparabile
nell'ulteriore corso del procedimento.
Sulla scorta di tale decisione e' stato progressivamente ampliato
il novero dei provvedimenti impugnabili mediante il rimedio del
ricorso straordinario per cassazione, includendovi ogni pronuncia,
diversa dalla sentenza, che, pur statuendo su diritti con l'efficacia
del giudicato, non sia, per un'anomalia del sistema, che e' eliminata
proprio dalla norma costituzionale reputata di immediata efficacia
precettiva, gia' assoggettata direttamente o indirettamente al
ricorso per cassazione, il quale rappresenta l'estremo e tipico
rimedio di legalita' che conclude l'iter di formazione del giudicato.
7.1.- In linea di continuita' con siffatta ricostruzione si e'
posta, poi, l'enunciazione nomofilattica del principio della
prevalenza della sostanza sulla forma (Corte di cassazione, sezioni
unite civili, sentenza 24 febbraio 2005, n. 3816), secondo il quale
hanno natura di sentenze, soggette agli ordinari mezzi di
impugnazione (art. 323 cod. proc. civ.) e suscettibili, in mancanza,
di passare in giudicato, i provvedimenti che, ai sensi dell'art. 279
cod. proc. civ., contengono una statuizione di natura decisoria (con
pronunce, quindi, sulla giurisdizione, sulla competenza, ovvero su
questioni pregiudiziali del processo o preliminari di merito) che
definiscano o meno la controversia sotto il profilo sostanziale e
processuale. Non sono, invece, qualificabili come sentenze i
provvedimenti adottati in ordine all'ulteriore corso del giudizio,
anche se con essi siano state decise questioni di merito o in rito,
essendo tali questioni soggette al successivo riesame in sede
decisoria (in senso conforme, tra le altre, Corte di cassazione,
sezioni unite civili, sentenze 11 dicembre 2007, n. 25837 e 24
ottobre 2005, n. 20470; Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza
7 aprile 2006, n. 8174).
7.2.- I caratteri che connotano la sentenza in senso sostanziale
rilevante ai fini del ricorso straordinario per cassazione sono,
dunque, la decisorieta' e la definitivita'.
La prima indica la idoneita' del provvedimento a dirimere una
lite tra parti contrapposte decidendo su diritti o status. Pertanto,
la sentenza in senso sostanziale nella elaborazione del diritto
vivente si identifica con l'atto con il quale il giudice, al fine di
dirimere una controversia, procede all'accertamento del regolamento
giuridico di un determinato rapporto e, di conseguenza, afferma o
nega l'esistenza di una concreta volonta' di legge che assicuri
all'una o all'altra delle parti il bene oggetto di contesa. La
decisorieta' deve, invece, essere esclusa nel caso in cui non sia
ravvisabile una contrapposizione di interessi da comporre e il
provvedimento conclusivo non sia, pertanto, idoneo ad acquistare
autorita' di cosa giudicata (Corte di cassazione, sezioni unite
civili, sentenze 26 settembre 2019, n. 24068 e 14 aprile 1965, n.
684; sezione sesta, sottosezione prima civile, ordinanza 12 ottobre
2020, n. 21963; sezione prima, ordinanze 10 settembre 2020, n. 18801
e 7 settembre 2020, n. 18611; sezione terza civile, sentenze 26
settembre 2019, n. 23976 e 25 marzo 2016, n. 5951).
La definitivita' viene, invece, intesa come insuscettibilita' di
ulteriore riesame attraverso un mezzo di impugnazione e, quindi, come
attitudine al giudicato del provvedimento decisorio, la cui
incontrovertibilita' scaturisce dall'irrevocabilita' ed
immodificabilita' della decisione (ex multis, Corte di cassazione,
sezione sesta, sottosezione seconda civile, ordinanza 1° agosto 2018,
n. 20396; sezione terza civile, sentenze 15 maggio 2012, n. 7525 e 29
dicembre 2011, n. 29742).
8.- Gli approdi dell'itinerario giurisprudenziale sin qui
sintetizzato, considerati unitamente alla tendenza del legislatore a
promuovere il ricorso, in alternativa al modello tradizionale della
sentenza, alla ordinanza a contenuto decisorio idonea a conseguire la
stabilita' del giudicato, comportano un ridimensionamento del rigido
rapporto di congruenza tra forma, contenuto e funzione del
provvedimento giurisdizionale sul quale, nel primigenio disegno del
codice di procedura civile, riposava la distinzione tra sentenza,
ordinanza e decreto tracciata dall'art. 131 cod. proc. civ.
La fungibilita' del "contenitore formale" rispetto al contenuto
decisorio della pronuncia giurisdizionale impone di riconsiderare il
primato assegnato dal codice di rito alla sentenza.
Deve, dunque, concludersi che il rimedio ex art. 395 cod. proc.
civ. e' esperibile anche contro tutti i provvedimenti aventi
carattere decisorio con attitudine al giudicato, nei termini
chiariti, per i quali non e' previsto un mezzo di impugnazione.
9.- Tale ricostruzione, fatta propria da parte della dottrina, e'
stata operata altresi' da alcune pronunce di legittimita'. Le
decisioni piu' recenti, invero, seppure sporadiche, superano i
risalenti precedenti (Corte di cassazione, sezione terza civile,
sentenza 20 maggio 1987, n. 4617; sezione terza civile, sentenza 9
febbraio 1982, n. 769; sezione terza civile, sentenza 25 maggio 1965,
n. 1010) che avevano propiziato l'intervento di questa Corte, e
aderiscono all'impostazione secondo cui l'ordinanza che definisce il
giudizio, qualora assuma il carattere sostanziale di sentenza, puo'
essere impugnata per revocazione ai sensi dell'art. 395, numero 4),
cod. proc. civ. nei termini e alle condizioni ivi previsti.
Con una prima pronuncia, la Corte di legittimita' ha ritenuto
ammissibile la domanda di revocazione per errore di fatto proposta
avverso il decreto che ha respinto il reclamo nei confronti del
provvedimento di inammissibilita' della domanda di risarcimento dei
danni per responsabilita' civile dei magistrati, pronunciato ai sensi
dell'art. 5 della legge 13 aprile 1988, n. 117, recante «Risarcimento
dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e
responsabilita' civile dei magistrati» (Corte di cassazione, sezione
prima civile, sentenza 17 settembre 1999, n. 10078).
Negli stessi termini altra pronuncia della Corte regolatrice ha
ritenuto ammissibile il rimedio della revocazione per errore di fatto
esperito avverso un'ordinanza di inammissibilita' per tardivita'
dell'opposizione recuperatoria a cartella esattoriale, emessa ai
sensi dell'abrogato art. 23, primo comma, della legge 24 novembre
1981, n. 689, recante «Modifiche al sistema penale» (Corte di
cassazione, sezione seconda civile, ordinanza 14 febbraio 2011, n.
3628).
Nei medesimi sensi si e' espressa altra pronuncia della Corte di
legittimita' con riguardo alla domanda di revocazione per errore di
fatto spiegata contro l'ordinanza di inammissibilita' dell'appello
resa ai sensi dell'art. 348-bis cod. proc. civ., negando che con tale
mezzo siano impugnabili esclusivamente le sentenze (Corte di
cassazione, sezione terza civile, ordinanza 13 giugno 2017, n.
14622).
9.1.- Le richiamate pronunce di legittimita' non sono, tuttavia,
idonee a rappresentare un consolidato indirizzo giurisprudenziale, di
cui si possa imputare l'omessa considerazione al giudice rimettente,
difettando dei requisiti che caratterizzano il diritto vivente. E
cio' non solo per il descritto rapporto diacronico tra le
contrapposte enunciazioni, ma anche perche' solo la prima pronuncia
evocata affronta in modo espresso ed organico il tema relativo
all'esegesi dell'art. 395 cod. proc. civ., mentre le altre decisioni
citate pervengono al medesimo approdo ermeneutico in via implicita,
senza soffermarsi sul tenore precettivo della norma censurata nella
fattispecie, e comunque con riferimento a specifici modelli di
provvedimento decisorio assunto in forma diversa dalla sentenza.
10.- Alla stregua delle esposte considerazioni, la norma espressa
dalle disposizioni denunciate deve essere interpretata in modo
costituzionalmente adeguato e coerente agli evocati parametri
costituzionali, nel senso, appunto, che la revocazione per errore di
fatto puo' essere esperita contro ogni atto giurisdizionale
riconducibile nel paradigma del provvedimento decisorio innanzi
delineato.



 

 


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