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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 22 del 3-6-2021

N. 72 ORDINANZA (Atto di promovimento) 12 febbraio 202

N. 72 ORDINANZA (Atto di promovimento) 12 febbraio 2021 Ordinanza del 12 febbraio 2021 del Tribunale di Lecco nel procedimento penale a carico di B.L.. Reati e pene - Esclusione della punibilita' per particolare tenuita' del fatto - Previsione che l'offesa non puo' essere ritenuta di particolare tenuita' nei casi di cui all'art. 337 del codice penale quando il reato e' commesso nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell'esercizio delle proprie funzioni. - Codice penale, art. 131-bis, secondo comma, ultimo periodo. (21C00111) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.22 del 3-6-2021

IL TRIBUNALE DI LECCO

Il Tribunale di Lecco, in composizione monocratica, in persona
del dott. Enrico Manzi;
Visti gli atti del procedimento penale in atto nei confronti di
B.L., nato in (...) il (...) C.U.I. (...), domiciliato ai sensi
dell'art. 161, comma 4 del codice di procedura penale (inidoneita'
del domicilio) presso lo studio legale del difensore d'ufficio Libero
Assente;
Difeso d'ufficio dall'avv. Daniela Usuelli del Foro di Lecco;
Imputato del reato p. e p. dall'art. 337 del codice penale
perche', in stato di ubriachezza, a bordo del treno (...) Milano
Porta Garibaldi-Lecco, usava minaccia per opporsi ai pubblici
ufficiali sovrintendente capo D. M. G. e assistente capo D. S. P., in
servizio presso la (...) mentre compivano un atto d'ufficio
consistito nel procedere alla sua identificazione in quanto segnalato
dal capotreno quale soggetto privo del titolo di viaggio che aveva
azionato il freno d'emergenza a treno fermo, proferendo al loro
indirizzo le seguenti parole «state attenti che mi costa un euro
sapere dove abitate... se non mi fate scendere adesso vi spacco la
faccia adesso vi prendo a calci»;
In (...) il (...).
1. Svolgimento del processo.
Il pubblico ministero ha promosso l'azione penale contro B.L.
disponendo il rinvio a giudizio con citazione diretta per il reato di
cui all'art. 337 del codice penale, commesso in (...) in data (...).
Il fatto risulta descritto compiutamente nel capo di imputazione.
La difesa, facendo presente che era sua intenzione chiedere il
proscioglimento dell'imputato ex art. 469, comma 1-bis del codice di
procedura penale, ravvisando nel caso in giudizio una ipotesi di
particolare tenuita', ha contestualmente sollevato eccezione di
legittimita' costituzionale dell'art. 131-bis del codice penale nella
parte in cui vieta di riconoscere tale causa di non punibilita' per
il reato per cui si procede.
2. I fatti per cui si procede - la rilevanza della questione
sollevata dalla difesa.
Il caso in giudizio e' descritto compiutamente nel capo di
imputazione: l'imputato, sottoposto a identificazione da parte degli
agenti della Polfer perche' stava viaggiando privo di biglietto e
aveva azionato il freno di emergenza, apostrofava gli operanti con le
minacce indicate nel capo di imputazione.
Alle minacce non seguivano violenze fisiche.
L'imputato era in stato di ubriachezza ed e' stato
successivamente identificato mediante accompagnamento coattivo
all'ufficio della Polfer di (...), ove veniva sottoposto ad
accertamento dattiloscopico con il sistema AFIS.
Agli atti e' stato acquisito il certificato penale da cui risulta
che e' incensurato.
In merito alla qualificazione giuridica dei fatti si osserva che
la stessa appare corretta e non si ravvisano cause di
giustificazione.
Gli agenti della Polfer erano in divisa e deve quindi escludersi
ogni dubbio in ordine alla consapevolezza di minacciare dei pubblici
ufficiali in servizio.
L'imputato era presumibilmente ubriaco, ma questa circostanza,
come e' noto, non esclude la responsabilita' penale ex art. 92 del
codice penale.
In relazione agli altri requisiti da valutare ai fini della
applicabilita' dell'art. 131-bis del codice penale si osserva quanto
segue:
1. Per quanto riguarda le modalita' della condotta, si tratta
di un comportamento certamente illecito, ma che non denota
particolari professionalita' criminali: l'imputato era ubriaco e
aveva quindi una percezione alterata di quanto stava accadendo; egli
ha agito d'impulso e comunque non ha dato alcun seguito alle minacce,
limitandosi, cioe', a una pura reazione verbale, senza ricorrere a
gesti violenti;
2. Il danno e/o il pericolo in concreto arrecati sono stati
praticamente nulli: l'imputato e' stato quasi subito identificato
tramite le impronte digitali e pertanto l'azione amministrativa degli
agenti, del resto perfettamente legittima, e' comunque giunta allo
scopo per cui era stata esercitata;
3. Il comportamento dell'imputato non ha ritardato la
circolazione dei treni in quanto non e' stato contestato il reato di
cui all'art. 340 del codice penale;
4. Non sussiste alcuno dei casi generali di «non tenuita'» di
cui all'art. 131-bis, comma II del codice penale:
non ha agito per motivi abietti o futili, o con crudelta',
anche in danno di animali;
non ha adoperato sevizie;
non ha profittato delle condizioni di minorata difesa delle
vittime;
non ha cagionato, quali conseguenze non volute, la morte o
le lesioni delle pp.oo;
5. L'imputato e' incensurato; il suo comportamento non puo'
pertanto essere definito come «abituale»;
6. Non sussiste alcuno dei casi di «abitualita'» specificati
e definiti dall'art. 131-bis, comma III del codice penale: in
particolare l'azione commessa ai danni degli agenti non e' stata
plurima, ne' reiterata, ne' abituale.
Alla luce di tutti questi elementi si ritiene che la richiesta
della difesa, ai fini del proscioglimento dell'imputato ex art. 469
del codice di procedura penale, sia rilevante in quanto, sulla base
delle considerazioni fin qui esposte, vi sarebbero fondati motivi per
ritenere il reato commesso dall'imputato non punibile per
«particolare tenuita'».
Cio' detto, non e' possibile provvedere in tal senso stante il
divieto tassativo contenuto nell'art. 131-bis del codice penale che
inibisce il riconoscimento della causa di non punibilita' per il
reato di cui all'art. 337 del codice penale.
Va anche aggiunto che la ultimissima versione dell'art. 131-bis
del codice penale (come modificato dal decreto-legge n. 130/2020) non
e' comunque applicabile nel caso in giudizio, in quanto gli agenti di
Polfer erano da qualificare come agenti di pubblica sicurezza
nell'esercizio delle loro funzioni.
La questione sollevata dalla difesa, pertanto, e' rilevante.
Per le ragioni che ora si esporranno si ritiene che sia anche non
manifestamente infondata.
3. La non manifesta infondatezza della questione sollevata.
L'art. 131-bis del codice penale, come e' noto, e' stato
introdotto nell'ordinamento penale per effetto dell'art. 1 del
decreto legislativo n. 28/2015.
Con tale norma e' stata inserita nel nostro sistema penale una
speciale causa di non punibilita' che si applica per i responsabili
di reati «minori», quelli per i quali e' prevista la pena detentiva
non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria,
sola o congiunta alla predetta pena, qualora l'offesa sia di
«particolare tenuita'» in relazione a:
a. modalita' della condotta;
b. esiguita' del danno o del pericolo,
entrambe valutate secondo i parametri di cui all'art. 133 del codice
penale e sempre che la condotta del responsabile non sia «abituale»,
secondo i criteri fissati dal terzo comma della norma.
Nella sua prima versione la norma non era applicabile nelle
situazioni specificate al secondo comma:
quando l'autore ha agito per motivi abietti o futili, o con
crudelta', anche in danno di animali;
quando ha adoperato sevizie;
quando ha profittato delle condizioni di minorata difesa
della vittima, anche in riferimento all'eta' della stessa;
quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate,
quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una
persona.
Nel 2019, per effetto della conversione in legge del
decreto-legge n. 53/2019, con effetto dal 10 agosto 2019, sono stati
aggiunti i seguenti casi di esclusione della causa di non punibilita'
(art. 16 del decreto-legge):
quando si procede per delitti, puniti con una pena superiore
nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in
occasione o a causa di manifestazioni sportive;
nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il
reato e' commesso nei confronti di un pubblico ufficiale
nell'esercizio delle proprie funzioni (esclusi quindi i reati di
violenza, resistenza o oltraggio nei confronti di un incaricato di
pubblico servizio).
Recentissimamente, con il decreto-legge n. 130/2020, convertito
con modificazioni dalla legge n. 173/2020 (art. 7), la seconda di
tali esclusioni e' stata modificata nel senso di non rendere
applicabile l'art. 131-bis del codice penale:
«nei casi di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis, quando il
reato e' commesso nei confronti di un ufficiale o agente di pubblica
sicurezza o di un ufficiale o agente di polizia giudiziaria
nell'esercizio delle proprie funzioni, e nell'ipotesi di cui all'art.
343».
In merito alla natura di tale specifica causa di non punibilita'
pare opportuno richiamare l'inquadramento che ne e' stato fatto dalla
S.C. con la nota sentenza delle SS.UU. n. 13681/2016.
Secondo la Corte «il legislatore ha limitato il campo
d'applicazione del nuovo istituto in relazione alla gravita' del
reato, desunta dalla pena edittale massima ed alla non abitualita'
del comportamento» perche' la causa di non punibilita' in questione
«persegue finalita' connesse ai principi di proporzione ed extrema
ratio [...]. Lo scopo primario e' quello di espungere dal circuito
penale fatti marginali che non mostrano bisogno di pena e, dunque,
neppure la necessita' di impegnare i complessi meccanismi del
processo».
Tale norma, ovviamente, deve essere applicata dal giudice con
estrema prudenza e attenzione.
Nel Tribunale di Lecco e nei tribunali piu' vicini sul piano
territoriale, anche di grandi dimensioni, si e' adottata una sorta di
«giurisprudenza» comune per individuare come fatto di particolare
tenuita', nei reati contro il patrimonio, quelli in cui il profitto
non supera l'ammontare di 100 euro.
Il legislatore, come si e' gia' detto, fin dalla prima versione
dell'art. 131-bis del codice penale, ha fissato dei limiti di legge
alla discrezionalita' del giudice dettando dei parametri generali in
cui ha vietato la applicazione della causa di non punibilita'.
Tali parametri, in questa originaria versione, erano solo di
carattere generale e non riguardavano, se non indirettamente,
specifiche fattispecie di reato.
Questa impostazione, del resto, si armonizzava con la scelta del
legislatore di applicare la causa di non punibilita' a tutte
indistintamente le figure di reato, senza indicazioni di esclusioni
per singole fattispecie, ravvisando in tutte le ipotesi in cui sia
prevista la tutela penale di un bene giuridico, un campo di
situazioni in cui il «peso» del processo appare inadeguato alla reale
pericolosita' sociale dei comportamenti tenuti.
La riforma ha consentito in questi anni di evitare il «costo
sociale» del processo per la repressione di condotte marginali in cui
il «danno» provocato dall'imputato e inferiore al costo del processo
in termini di impiego di energie, personale, tempo e strutture,
liberando l'attivita' del giudice penale per finalita' piu'
rilevanti.
In questa situazione, nel 2019, il legislatore ha deciso di
aggiungere due ulteriori limiti alla applicazione dell'art. 131-bis
del codice penale inserendo i due casi sopra specificati.
Orbene, mentre l'esclusione della causa di non punibilita' alla
generalita' dei reati compiuti in occasioni di «manifestazioni
sportive» (con tutti i rischi di stabilire in concreto cosa si
intenda con questo termine, vista l'ampiezza e la genericita' della
definizione), purche' puniti con una pena massima superiore ad anni
due e mesi sei di reclusione, ricalca in qualche modo i limiti
originari previsti dalla norma, la esclusione «diretta» per tre
specifiche figure di reato, quelle di cui agli articoli 336, 337 e
341-bis del codice penale, appare assolutamente illogica e
censurabile sul piano costituzionale per violazione dell'art. 3 della
Costituzione.
Sul punto si espongono le seguenti argomentazioni.
Violazione del principio di uguaglianza.
La nuova formulazione dell'art. 131-bis del codice penale crea
una disparita' di trattamento fra gli imputati dei reati di cui agli
articoli 336, 337 e 341-bis del codice penale (limitatamente al caso
in cui il soggetto offeso sia un pubblico ufficiale) e gli imputati
di tutte le altre figure di reato, nei limiti dell'art. 131-bis del
codice penale, primo comma e con le ulteriori limitazioni di cui ai
commi II e III della norma, escludendo l'applicazione della norma,
per quelle specifiche fattispecie di reato, a prescindere da ogni
ulteriore considerazione.
Mentre per tutti i reati, anche quelli non «bagatellari» come
l'abuso d'ufficio, la applicazione della norma non e' vietata di
principio, ma e' affidata ad un vaglio di valutazioni indicate nei
commi II e III, in questi specifici reati - e solo per questi - si
inibisce al giudice ogni valutazione e si impone tout court il
divieto di riconoscimento della causa di non punibilita'.
Non si dimentica, ovviamente, che nella giurisprudenza della
Corte costituzionale si e' attentamente stabilito che rientra nella
sfera di discrezionalita' del legislatore stabilire quali
comportamenti sottoporre a sanzione penale e quali escludere da tale
trattamento, ma la stessa Corte ha precisato che l'esercizio del
potere legislativo, seppur autonomo e indipendente rispetto agli
altri poteri dello Stato, e' comunque suscettibile di censure di
legittimita' costituzionale nei casi di manifesta irragionevolezza
(sentenza n. 207 del 2017).
La stessa Corte, con sentenza n. 156/2020, ha ribadito questo
concetto estendendo la esimente ai reati per cui non e' stabilito un
minimo edittale, ribadendo pertanto la possibilita' di sindacare le
scelte del legislatore secondo il criterio della «intrinseca
irragionevolezza» (punto 3.6.1 della motivazione).
E' dunque possibile sospettare di incostituzionalita' una scelta
legislativa qualora la stessa appaia intrinsecamente irragionevole, e
cioe', del tutto irrazionale, disarmonica e soprattutto foriera di
trattamenti differenziati per situazioni e comportamenti
sostanzialmente simili.
Con l'introduzione dell'ultima parte del comma II dell'art.
131-bis del codice penale - limitatamente al riferimento agli
articoli 336, 337 e 341-bis del codice penale, e' stato inibito al
giudice di valutare la sussistenza della causa di non punibilita' per
«particolare tenuita'» nei procedimenti finalizzati all'accertamento
di questi reati.
Questo divieto, letto in un orizzonte che comprende tutto il
sistema penale, crea una ingiustificata e irragionevole disparita'
rispetto a situazioni analoghe in cui, al contrario, e' possibile
ravvisare la causa di non punibilita'.
In concreto, si tratta dei seguenti reati:
1. Art. 342 del codice penale che punisce con la sola pena
pecuniaria l'oltraggio ad un corpo politico, amministrativo o
giudiziario, al cospetto dello stesso: la disparita' di trattamento
con l'oltraggio a pubblico ufficiale e' evidente ed e' assolutamente
ingiustificabile, soprattutto considerando che fra i «corpi» o le
loro rappresentanze vi sono uffici che esercitano funzioni pubbliche
di rilevante importanza o prestigio, come puo' essere un consiglio
comunale, il consiglio giudiziario e perfino il consiglio regionale
in cui i membri hanno il potere di emettere atti con valore di legge
regionale;
2. Art. 328 del codice penale che punisce il rifiuto o
l'omissione di atti d'ufficio: in questo caso la disparita' di
trattamento e' ancora piu' evidente in quanto si consente al pubblico
ufficiale che commette il reato di invocare la causa di non
punibilita', laddove tale facolta' e' inibita al privato che offenda
o usi violenza o minaccia contro lo stesso pubblico ufficiale;
3. Art. 323 del codice penale che punisce l'abuso d'ufficio:
anche in questo caso appare francamente assurdo che i comportamenti
posti in essere dal pubblico ufficiale possano andare esenti da pena
per particolare tenuita', al contrario di quanto stabilito per i
comportamenti tenuti dai privati contro i pubblici ufficiali;
4. Art. 353 del codice penale che punisce la turbativa
d'asta, almeno nelle ipotesi non aggravate;
5. Lesioni aggravate commesse contro il pubblico ufficiale,
al di fuori delle ipotesi di reato connesso con i reati di cui agli
articoli 336 e 337 del codice penale. In questo caso l'illogicita'
della norma riguarda comportamenti ai danni del pubblico ufficiale:
non e' consentito riconoscere la non punibilita' per minacce o
violenze senza ricorso a vie di fatto, ma e' invece possibile per
lesioni inferte allo stesso soggetto passivo.
Altra disparita', inoltre, a bene vedere, riguarda le stesse
norme citate dall'art. 131-bis, II comma del codice penale.
Appare illogico «proteggere» il pubblico ufficiale da violenze,
minacce e ingiurie e non accordare la stessa tutela all'incaricato di
pubblico servizio, quale puo' essere, soprattutto in questi tempi di
pandemia, un medico del Pronto soccorso i cui compiti sono spesso
vitali ed insostituibili per la tutela e la cura delle persone
ammalate.
La questione oggi in esame riguarda, in realta', il rapporto fra
privati e pubblici ufficiali e attiene alla concezione stessa dello
stato di diritto in una societa' democratica.
La norma che si sospetta di illegittimita', in effetti, pone il
pubblico ufficiale su un piano di superiorita' rispetto al privato,
attribuendo al primo una tutela rafforzata tipica degli Stati
autoritari.
Non a caso - lo si ricorda solo per inquadrare storicamente la
vicenda - uno dei primi atti compiuti dallo Stato democratico e
liberale dopo l'infausta stagione del regime fascista era stato
quello di reintrodurre l'istituto della «reazione legittima agli atti
arbitrari», gia' presente nel codice penale Zanardelli del 1889
(articoli 192 e 199), cancellata dal codice del 1930 e finalmente
reinserita nell'ordinamento per effetto dell'art. 4 del decreto
legislativo Lgt. 14 settembre 1944, n. 288 (oggi art. 393-bis del
codice penale).
A prescindere da queste considerazioni storiche, comunque, appare
francamente assurdo e privo di logica intrinseca tutelare una
categoria di cittadini in qualche modo «infallibili» solo perche'
investiti di un pubblico ufficio, come se lo Stato dovesse anteporre
alla signoria della legge e al principio di uguaglianza, un malinteso
e antistorico principio di autorita', figlio delle filosofie
autoritarie e antidemocratiche che hanno cosi' tragicamente ferito la
nostra comunita' nazionale.
La stessa Corte costituzionale, del resto, nella storica sentenza
n. 341 del 1994, nel dichiarare la illegittimita' dell'art. 341 del
codice penale nella parte in cui stabiliva un minimo della pena di
sei mesi di reclusione (dodici volte superiore al minimo allora in
vigore per la «comune» ingiuria) aveva stigmatizzato la «concezione
autoritaria e sacrale dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini
tipica di quell'epoca storica e discendente dalla matrice ideologica
allora dominante, concezione che e' estranea alla coscienza
democratica instaurata dalla Costituzione repubblicana, per la quale
il rapporto tra amministrazione e societa' non e' un rapporto di
imperio, ma un rapporto strumentale alla cura degli interessi di
quest'ultima».
Non vi sono quindi ragioni per conservare nella legislazione
penale una norma che discrimini - in modo razionale e ragionevole -
gli imputati per i delitti di cui agli articoli 336, 337 e 341-bis
del codice penale, impedendo agli stessi di invocare la causa di non
punibilita' di cui all'art. 131-bis del codice penale.
Le altre clausole restrittive previste nel comma 2 dell'art.
131-bis del codice penale introducono disposizioni che qualificano
come non tenue un certo elemento del fatto storico: la condotta, la
gravita' dell'evento (o del pericolo) o la colpevolezza dell'agente;
le deroghe introdotte per specifiche norme, invece, violano il
principio di uguaglianza perche' incidono in modo irragionevole nel
quadro complessivo del sistema penale.
Poiche' il presente giudizio riguarda un caso di resistenza a
pubblico ufficiale ex art. 337 del codice penale, si limita la
questione da sottoporre alla Corte costituzionale a tale norma.



 

 


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