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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 22 del 3-6-2021

N. 110 SENTENZA 28 aprile - 27 maggio 202

N. 110 SENTENZA 28 aprile - 27 maggio 2021 Giudizio su conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Parlamento - Immunita' parlamentari - Procedimento penale a carico del senatore Gabriele Albertini, parlamentare europeo all'epoca dei fatti, per le dichiarazioni espresse nei confronti del dott. Alfredo Robledo - Deliberazione di insindacabilita' del Senato della Repubblica - Ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dalla Corte d'appello di Brescia - Violazione del campo costituzionalmente riservato al potere giudiziario - Dichiarazione di non spettanza del potere esercitato - Conseguente annullamento della deliberazione di insindacabilita'. - Deliberazione del Senato della Repubblica del 10 gennaio 2017. - Costituzione, art. 68, primo comma. (T-210110) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.22 del 3-6-2021

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato
sorto a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica del
10 gennaio 2017 (doc. IV-quater, n. 4) promosso dalla Corte d'appello
di Brescia, con ordinanza-ricorso, depositata in cancelleria il 19
dicembre 2019, iscritta al n. 8 del registro conflitti tra poteri
dello Stato 2019 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 30, prima serie speciale, dell'anno 2020, fase di
merito.
Visto l'atto di costituzione del Senato della Repubblica;
udito nell'udienza pubblica del 27 aprile 2021 il Giudice
relatore Nicolo' Zanon;
udito l'avvocato Francesco Saverio Bertolini per il Senato della
Repubblica
deliberato nella camera di consiglio del 28 aprile 2021.

Ritenuto in fatto

1.- Con ordinanza-ricorso (d'ora in avanti: ricorso) depositata
il 19 dicembre 2019, la Corte d'appello di Brescia ha sollevato
conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato nei confronti del
Senato della Repubblica, in riferimento alla deliberazione del 10
gennaio 2017, con cui e' stato approvato il doc. IV-quater, n. 4,
recante «Applicabilita' dell'articolo 68, primo comma, della
Costituzione, nell'ambito di un procedimento penale nei confronti del
senatore Gabriele Albertini (procedimento penale n. 7061/13RG)».
Con tale atto, il Senato della Repubblica ha affermato che le
dichiarazioni rese dal senatore Gabriele Albertini, per le quali
pende giudizio di fronte alla Corte d'appello ricorrente,
costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento
nell'esercizio delle sue funzioni e ricadono, pertanto, nella
garanzia di insindacabilita' di cui all'art. 68, primo comma, della
Costituzione.
Il ricorso della Corte d'appello e' stato proposto nell'ambito
del giudizio di impugnazione promosso dalla parte civile, dott.
Alfredo Robledo, avverso la sentenza del Tribunale ordinario di
Brescia del 3 febbraio 2017, che ha assolto il senatore Gabriele
Albertini dai due reati di calunnia aggravata (artt. 368 e 61, numero
10, del codice penale) a lui contestati e di cui la Corte d'appello
di Brescia riporta per esteso i capi di imputazione.
Secondo il primo di essi, la condotta attribuita a Gabriele
Albertini, e posta in essere in Milano il 22 ottobre 2012,
consisterebbe nell'aver falsamente accusato il magistrato Alfredo
Robledo di aver compiuto una serie di reati - tra i quali quelli di
soppressione, distruzione e occultamento di atti pubblici e di abuso
di ufficio - nel corso delle indagini preliminari e del conseguente
processo celebrato davanti al giudice monocratico della quarta
sezione penale del tribunale di Milano a carico di C. A. ed altri.
Nel corso di tale giudizio, Gabriele Albertini sarebbe stato
ascoltato in qualita' di testimone, acquisendo cosi' piena
consapevolezza dei fatti, delle circostanze oggetto del dibattimento,
nonche' delle relative risultanze probatorie.
Quanto al secondo reato contestato, dal capo d'imputazione
riprodotto per esteso nell'ordinanza della Corte di appello di
Brescia emerge che, con esposto indirizzato il 22 ottobre 2012 al
Ministro della giustizia quale titolare dell'azione disciplinare,
Gabriele Albertini, pur consapevole dell'innocenza del dott. Alfredo
Robledo, avrebbe accusato quest'ultimo della commissione di una serie
di reati - «tra cui abusi d'ufficio, omissioni, violenze private,
intralcio alla giustizia ed altro» - durante lo svolgimento di
indagini nell'ambito di altri procedimenti a carico di soggetti
diversi dall'esponente.
Riferisce la ricorrente che, nonostante il Senato della
Repubblica, nella seduta del 10 gennaio 2017, avesse assunto la
delibera oggetto dell'odierno conflitto, il Tribunale di Brescia, con
sentenza del 3 febbraio 2017, ha proseguito il processo e
riconosciuto, per il primo addebito, l'insussistenza del fatto, e,
per la seconda contestazione, che il fatto non costituisce reato.
Tale sentenza e' stata appellata, in qualita' di parte civile,
dal dott. Alfredo Robledo, che ha chiesto di sollevare conflitto di
attribuzione avanti alla Corte costituzionale, poiche', al momento
delle descritte dichiarazioni, Gabriele Albertini non rivestiva
ancora la carica di senatore della Repubblica e comunque perche' si
tratterebbe di condotte estranee all'esercizio della funzione
parlamentare.
Secondo la Corte d'appello di Brescia, «effettivamente Albertini
Gabriele all'epoca dei fatti, ovvero alla data del 22 ottobre 2012,
non rivestiva ancora la carica di senatore, avendo assunto tale
carica dal marzo 2013». Difetterebbe anche «il nesso funzionale delle
opinioni manifestate dall'Albertini» con l'attivita' parlamentare,
atteso che «tali dichiarazioni riguardano processi penali in
relazione ai quali non vi e' alcuna connessione con l'attivita'
legislativa».
Tale nesso funzionale, osserva ancora la Corte ricorrente,
consisterebbe «non gia' in una semplice forma di collegamento di
argomenti o di contesto con l'attivita' parlamentare, ma piu'
precisamente nella identificabilita' delle dichiarazioni quali
espressione e forma divulgativa di tale attivita'», sicche' occorre
che nell'opinione manifestata all'esterno sia riscontrabile una
corrispondenza sostanziale di contenuti con l'atto parlamentare
(vengono citate le pronunce di questa Corte n. 82, n. 56 e n. 10 del
2000).
La Corte d'appello di Brescia evidenzia ancora che il Senato
della Repubblica, nella seduta del 4 dicembre 2014, aveva «ritenuto
la propria incompetenza a deliberare su alcuni dei fatti in esame,
sia pur nell'ambito di un processo civile» e che, successivamente, il
Parlamento europeo aveva escluso che nei predetti fatti potesse
«configurarsi la insindacabilita' delle opinioni espresse dal
parlamentare europeo Albertini».
Ritenendo, in conclusione, che ai fini della valutazione dei
motivi di appello proposti dalla parte civile sia necessario
«investire la Corte Costituzionale del conflitto di attribuzione», la
Corte d'appello di Brescia ha disposto la sospensione del giudizio
penale per la sollevazione del conflitto di attribuzione tra poteri
dello Stato.
2.- Il conflitto e' stato dichiarato ammissibile con ordinanza n.
82 del 2020. Questa Corte, in base all'art. 24, comma 3, delle Norme
integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, ha
assegnato alla ricorrente Corte d'appello di Brescia il termine di
sessanta giorni, con decorso dalla comunicazione dell'ordinanza, per
notificare al Senato della Repubblica, in persona del suo Presidente,
il ricorso e l'ordinanza dichiarativa dell'ammissibilita', ed e'
stato assegnato l'ulteriore termine di trenta giorni dalla
notificazione per il deposito dei medesimi atti nella cancelleria.
L'ordinanza n. 82 del 2020 e' stata comunicata dalla cancelleria
di questa Corte alla ricorrente il 5 maggio 2020.
Il ricorrente ha provveduto alla notifica in data 8-16 giugno
2020, e ha poi restituito il ricorso e l'ordinanza, debitamente
notificati, alla cancelleria in data 8 luglio 2020. Il 10 luglio 2020
e' pervenuto anche l'originale della prova dell'avvenuta notifica al
Senato.
3.- Il Senato della Repubblica, in persona del suo Presidente, ha
depositato in data 4 agosto 2020 atto di costituzione in giudizio,
eccependo l'inammissibilita' del conflitto e, nel merito, la non
fondatezza dei motivi di ricorso.
Secondo il Senato, il conflitto sarebbe «radicalmente
inammissibile» perche' mancherebbe «l'interesse ad agire, necessario
"a conferire al conflitto gli indispensabili caratteri della
concretezza e dell'attualita'"». La Corte costituzionale sarebbe
infatti chiamata a giudicare solo conflitti attuali e concreti, in
applicazione del generale principio per cui non e' consentito
chiedere al giudice che sia accertata una attribuzione se non quando
quell'attribuzione e' lesa o minacciata (viene citata la sentenza n.
1 del 2013).
Evidenzia la difesa del Senato che la delibera di
insindacabilita' oggetto del presente conflitto sarebbe stata
adottata con riferimento ad opinioni che costituivano oggetto di un
procedimento penale che in quel momento pendeva, in primo grado, di
fronte al Tribunale di Brescia. Nonostante tale delibera, il
Tribunale avrebbe comunque proseguito l'esercizio della funzione
giurisdizionale assolvendo il senatore Albertini, cosi' svolgendo le
proprie attribuzioni «a dispetto della delibera di insindacabilita'».
A fronte di cio', il Senato non ha fin qui reagito.
Conseguentemente, la Corte di appello di Brescia non potrebbe
«assumere la stessa delibera quale fonte di impedimento
dell'attribuzione giurisdizionale il cui esercizio essa e' chiamata
puramente a proseguire, in secondo grado, nel medesimo giudizio».
Mancherebbe infatti un interesse concreto e attuale valevole a
sostenere il conflitto.
Secondo la difesa del Senato, la disciplina contenuta nell'art. 3
della legge 20 giugno 2003, n. 140 (Disposizioni per l'attuazione
dell'articolo 68 della Costituzione nonche' in materia di processi
penali nei confronti delle alte cariche dello Stato), in relazione ai
rapporti tra la Camera di appartenenza del parlamentare e il giudice
che procede nei confronti del parlamentare stesso, muoverebbe «dal
presupposto che il rapporto conflittuale viene a determinarsi fra la
camera di appartenenza e l'autorita' giudiziaria investita del
procedimento promosso nei confronti del parlamentare». Poiche',
secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale, ciascun singolo
organo giurisdizionale sarebbe legittimato ad essere parte dei
conflitti di attribuzione (vengono citate la sentenza n. 231 del 1975
e le ordinanze n. 228 e n. 229 del 1975), «ogni singolo giudice
[potrebbe] ricorrere solo in difesa delle proprie attribuzioni, non
gia' per conto di giudici diversi» (viene evocata l'ordinanza n. 77
del 1981).
L'approvazione della delibera di insindacabilita' delle opinioni
del senatore Albertini avrebbe dunque fatto insorgere in capo al
Tribunale di Brescia l'obbligo di attenersi a quanto previsto
dall'art. 3, comma 3, della legge n. 140 del 2003, obbligo che
tuttavia non sarebbe stato rispettato: il Tribunale bresciano avrebbe
infatti consapevolmente «"trascurato" [tale] delibera [...], venendo
meno ai suoi obblighi di posizione nei confronti del Senato in
un'area di riconosciuta interferenza con le funzioni proprie del
potere legislativo».
Il Senato segnala che, invece, secondo lo stesso Tribunale, «la
pronuncia liberatoria per ragioni di merito [...] puo' e deve
prevalere sulla causa personale di non punibilita' quale e', secondo
la piu' recente giurisprudenza di legittimita', la riconosciuta
insindacabilita' ex art. 68 Cost.». Cio' perche', sempre secondo il
Tribunale, «non adottare una pronuncia di assoluzione nel merito -
qualora il giudice disponga di una base conoscitiva adeguata ed abbia
procedut[o] ad ascoltare le parti - e sollevare in tali casi
conflitto di attribuzione, significherebbe esercizio vuoto, utile a
imporre aggravi inutili all'imputato e a consentire una abnorme
durata del processo, con chiara violazione dei principi del giusto
processo e della ragionevole durata dello stesso». Di conseguenza,
per il Tribunale di Brescia, «l'accertamento della non colpevolezza
dell'imputato [...] deve e puo' prevalere sulla constatazione della
delibera di insindacabilita'» (Tribunale di Brescia, seconda sezione
penale, sentenza 3 febbraio 2017, n. 567).
Pur essendo la scelta del Tribunale bresciano lesiva delle
attribuzioni parlamentari, costituendo cosi' «ragione di conflitto da
parte della Camera di appartenenza del parlamentare» (viene citata la
sentenza di questa Corte n. 329 del 1999), il Senato avrebbe «sinora
ritenuto di non reagire». Cio' avrebbe determinato, «nel rapporto
costituitosi fra i due poteri in relazione al giudizio penale
instaurato nei confronti del Senatore Albertini, un assetto avente
carattere oggettivamente compositivo [...] allo stato tacitamente
realizzato dalle parti». Siffatto assetto non potrebbe essere inciso
neppure dalla circostanza che il Senato stesso, in ragione
dell'assenza di termini decadenziali - assenza dalla quale si
evincerebbe il «livello precipuamente politico-costituzionale» dei
conflitti e l'intento di favorire «la ricerca e la conclusione di
intese extragiudiziarie» (viene evocata la sentenza di questa Corte
n. 116 del 2003) - possa ancora sollevare conflitto di attribuzioni.
In definitiva, nel presente caso, si sarebbe realizzata - a
fronte della sentenza assolutoria di primo grado e della mancata
reazione da parte del Senato - una «[i]ntesa extragiudiziaria [...]
in via di fatto» tra i poteri coinvolti.
Alla luce di quanto sopra, la Corte d'appello bresciana non
potrebbe pertanto reputare lesiva delle proprie attribuzioni la
delibera di insindacabilita' approvata dal Senato: la valutazione
degli effetti della citata delibera andrebbe infatti svolta «sulla
base degli atti non solo compiuti, ma anche omessi dagli stessi
poteri nello svolgimento di tale rapporto insorto fra di essi in
dipendenza del giudizio instaurato nei confronti dell'appartenente
alla Camera». Poiche' l'atto di appello sarebbe «privo di qualsiasi
portata "esterna" rispetto allo specifico alveo processuale in cui si
iscrive» (viene citata la sentenza di questa Corte n. 163 del 2001),
la fase d'appello costituirebbe infatti «soltanto una prosecuzione»
del giudizio di primo grado.
La Corte d'appello di Brescia non potrebbe dunque agire a difesa
di attribuzioni giudiziarie di altri organi (viene ancora citata
l'ordinanza n. 77 del 1981), circostanza che si verificherebbe invece
nel presente caso, poiche' la soluzione nel merito del conflitto
sollevato dalla stessa Corte di appello finirebbe per incidere
inammissibilmente sulla sentenza di primo grado. A dire della difesa
del Senato, «[l]a decisione del Tribunale [...] sarebbe destinata ad
essere, per cosi' dire, "convalidata" in caso di accoglimento del
conflitto della Corte d'Appello, cosi' come, per converso, ad essere
indirettamente "invalidata", nell'ipotesi del rigetto del conflitto
medesimo». In entrambi i casi, comunque, si avrebbe «un non evitabile
giudizio sulla sentenza del Tribunale, in assenza pero' dell'organo
che, rappresentante dell'intero potere giurisdizionale, ne risulta
essere l'autore».
In definitiva, la delibera del Senato non lederebbe le
attribuzioni della Corte d'appello, sia perche' l'insindacabilita' e'
stata deliberata mentre era pendente il giudizio di primo grado, sia
perche' lo stesso giudice di primo grado ha comunque esercitato la
funzione giurisdizionale, senza che il Senato abbia fatto valere il
«carattere indebito della relativa condotta».
4.- Nel merito, il ricorso non sarebbe comunque fondato.
Ricorda in primo luogo la difesa del Senato che il senatore
Albertini avrebbe sovente denunciato - prima da sindaco di Milano,
poi da parlamentare europeo, infine da senatore - episodi in cui
avrebbe rinvenuto «il difetto del giusto equilibrio fra esigenze
dell'indagine giudiziaria e garanzie dei soggetti coinvolti».
Il Senato - «[a]ccedendo ad una concezione della garanzia che
rifugge dalla parcellizzazione dell'attivita' del singolo
parlamentare» - avrebbe allora riconosciuto «nei reiterati interventi
parlamentari del Senatore Albertini un tema complessivo di sindacato
ispettivo», coperto dalla tutela di cui all'art. 68, primo comma,
Cost., assicurando cosi' la garanzia dell'insindacabilita' «a tutti
gli atti della serie complessiva» in cui si e' estrinsecata
l'attivita' parlamentare del senatore. Diversamente, un approccio
volto a valutare isolatamente i singoli atti espressivi dell'impegno
politico del senatore Albertini avrebbe completamente vanificato la
prerogativa dell'insindacabilita' garantita dall'art. 68, primo comma
Cost.
5.- Con ulteriore memoria depositata il 1° aprile 2021, il Senato
ha nuovamente argomentato sull'inammissibilita' del conflitto,
sottolineando, in particolare, come, attraverso la decisione del
Tribunale, il potere oggetto del conflitto risulterebbe gia'
esercitato.
Ricorda la difesa del Senato che, secondo la giurisprudenza
costituzionale, l'adozione di una delibera di insindacabilita' da
parte della Camera di appartenenza avrebbe come conseguenza «non gia'
la preclusione di una sentenza di condanna, ma molto piu' in radice
la preclusione del procedimento rivolto ad accertare la
responsabilita'» (vengono citate le sentenze n. 371 del 2006 e n. 265
del 1997). Pertanto, il Tribunale di Brescia avrebbe leso la
prerogativa del Senato, che pero', «nonostante il tempo trascorso,
non ha fatto valere la lesione subita».
Non sarebbe qui applicabile la giurisprudenza costituzionale che
ritiene ammissibili i ricorsi sollevati dai giudici di secondo grado
(sentenze n. 371 del 2006 e n. 235 del 2005), perche' in quei casi i
conflitti sarebbero stati promossi all'esito di decisioni di
improcedibilita' da parte dei giudici di primo grado. Nel presente
caso, invece, non essendosi il Tribunale di Brescia uniformato alla
delibera parlamentare, «[l]'omessa adesione consumata in primo grado
non consent[irebbe], per il tempo trascorso senza che la Camera
reagisca, la promozione del conflitto in sede di gravame».
Infatti, «dall'indebito uso del potere giurisdizionale consumato
dal Tribunale di Brescia [sarebbe] derivata la materia di uno
specifico conflitto, distinto ed ulteriore rispetto a quello che il
Tribunale avrebbe dovuto sollevare, secondo Costituzione, per opporsi
alla limitazione della funzione derivante dalla delibera di
insindacabilita'» (viene citata nuovamente la sentenza n. 265 del
1997).
Pertanto, sarebbe il Senato la «parte lesa dal procedimento
giudiziario» proseguito a dispetto della delibera sulla
insindacabilita'. Conseguentemente, il giudice di appello non avrebbe
piu' titolo per far valere le lesioni delle proprie attribuzioni e
dovrebbe essere rispettata la posizione del Senato di «non far valere
in sede giudiziale la menomazione subita».
A dire della difesa del Senato, la Corte d'appello di Brescia non
potrebbe piu' promuovere conflitto «in relazione ad una delibera di
insindacabilita' non rispettata nel relativo processo, essendo
paradossale che il potere giudiziario, che non ha appunto rispettato
tale delibera, insorga pure contro il Senato che non reagisce contro
la menomazione delle proprie attribuzioni».
Poiche' il rapporto tra i poteri risulterebbe «ormai attestato su
di un assetto diverso da quello generato dalla delibera di
insindacabilita'», l'interesse del giudice di secondo grado
sorgerebbe soltanto qualora venisse sollevato conflitto da parte del
potere legislativo «in relazione all'omessa ottemperanza alla
dichiarazione di insindacabilita'» (viene di nuovo citata la sentenza
n. 329 del 1999).

Considerato in diritto

1.- La Corte d'appello di Brescia ha sollevato conflitto di
attribuzioni tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della
Repubblica, in riferimento alla deliberazione del 10 gennaio 2017,
con la quale l'Assemblea del Senato - approvando la proposta, assunta
a maggioranza, della Giunta delle elezioni e delle immunita'
parlamentari (doc. IV-quater, n. 4) - ha affermato
l'insindacabilita', ai sensi dell'art. 68, primo comma, della
Costituzione, delle opinioni espresse dal senatore Gabriele
Albertini.
Per aver manifestato tali opinioni, il senatore Albertini,
assolto in primo grado dal Tribunale ordinario di Brescia, e' parte
del giudizio innanzi alla Corte di appello della medesima citta',
promosso, ai sensi dell'art. 576 del codice di procedura penale,
dalla parte civile al fine di chiedere al giudice di appello di
affermare la responsabilita' dell'imputato, sia pure incidentalmente
e ai soli fini dell'accoglimento della domanda di risarcimento del
danno. In primo grado, il Tribunale di Brescia aveva prosciolto il
senatore dall'accusa di aver commesso due distinti reati di calunnia
aggravata ai sensi degli artt. 368 e 61, numero 10, del codice
penale.
In particolare, in base al primo capo d'imputazione, il senatore
Albertini avrebbe falsamente accusato il magistrato Alfredo Robledo
di una serie di reati - tra cui i delitti di soppressione,
distruzione e occultamento di atti pubblici e di abuso di ufficio -
nel corso delle indagini preliminari e del conseguente processo
celebrato davanti al giudice monocratico della quarta sezione penale
del Tribunale ordinario di Milano, a carico di C. A. ed altri. Tali
accuse sarebbero state mosse con una memoria depositata nell'ambito
del suddetto processo, nella consapevolezza da parte del senatore
Albertini dell'innocenza del dott. Robledo.
Il secondo reato di calunnia sarebbe stato commesso attraverso un
esposto a firma del senatore in questione - indirizzato il 22 ottobre
2012 al Ministro della giustizia quale titolare dell'azione
disciplinare - in cui l'esponente, pur consapevole dell'innocenza del
dott. Robledo, avrebbe accusato quest'ultimo della commissione di una
serie di reati («tra cui abusi di ufficio, omissioni, violenze
private, intralcio alla giustizia ed altro») durante lo svolgimento
di indagini nell'ambito di altri procedimenti a carico di soggetti
diversi dall'esponente.
Pur a fronte della delibera di insindacabilita' adottata dal
Senato il 10 gennaio 2017, il Tribunale di Brescia, con sentenza del
3 febbraio 2017, proseguiva il processo e pronunciava sentenza di
merito assolvendo il senatore. Per il primo addebito riconosceva
l'insussistenza del fatto e, per l'ulteriore contestazione, stabiliva
che il fatto non costituisce reato.
A seguito dell'impugnazione della parte civile e della
conseguente instaurazione del secondo grado di giudizio, la
ricorrente Corte d'appello - preso atto della delibera di
insindacabilita' adottata dal Senato, reputata ostativa alla
prosecuzione del processo - ha ritenuto di dover preliminarmente
investire questa Corte del presente conflitto di attribuzione.
Due sono le contestazioni mosse dalla Corte d'appello ricorrente.
In primo luogo, le opinioni oggetto della delibera risalgono al
22 ottobre 2012, ovvero ad un momento in cui Albertini «non rivestiva
ancora la carica di senatore, avendo assunto tale carica dal marzo
2013».
In secondo luogo, difetterebbe «il nesso funzionale delle
opinioni manifestate dall'Albertini» con l'attivita' parlamentare,
atteso che «tali dichiarazioni riguardano processi penali in
relazione ai quali non vi e' alcuna connessione con l'attivita'
legislativa».
2.- Va confermata, ai sensi dell'art. 37 della legge 11 marzo
1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte
costituzionale), l'ammissibilita' del conflitto, gia' dichiarata da
questa Corte, in sede di prima e sommaria delibazione, con
l'ordinanza n. 82 del 2020.
La forma dell'ordinanza rivestita dall'atto introduttivo e'
idonea a instaurare il giudizio ove sussistano, come nel caso di
specie, gli estremi sostanziali di un valido ricorso (ex multis,
sentenza n. 133 del 2018, nonche' ordinanze n. 155 del 2017, n. 139
del 2016 e n. 271 del 2014).
Devono poi confermarsi le statuizioni dell'ordinanza n. 82 del
2020 in ordine all'ammissibilita' del conflitto, sia con riferimento
al profilo soggettivo, sia a quello oggettivo.
Nessun dubbio sussiste in effetti sulla legittimazione della
Corte d'appello di Brescia a promuovere conflitto di attribuzione tra
poteri dello Stato, trattandosi di organo giurisdizionale, in
posizione di indipendenza costituzionalmente garantita, competente a
dichiarare definitivamente la volonta' del potere cui appartiene
nell'esercizio delle funzioni attribuitegli (con specifico
riferimento agli organi giurisdizionali di secondo grado, sentenze n.
334 del 2011 e n. 331 del 2006, nonche' ordinanze n. 271 e n. 161 del
2014).
Analogamente, e' pacifica la legittimazione passiva del Senato,
quale organo competente a dichiarare in modo definitivo la propria
volonta' in ordine all'applicazione dell'art. 68, primo comma, Cost.
(ex multis, sentenze n. 133 e n. 59 del 2018 e n. 144 del 2015).
3.- Il Senato, costituendosi in giudizio, ha eccepito
l'inammissibilita' del ricorso, sostenendo che in capo alla Corte
d'appello di Brescia mancherebbe «l'interesse ad agire, necessario "a
conferire al conflitto gli indispensabili caratteri della concretezza
e dell'attualita'"».
La carenza di attualita' deriverebbe, in tesi, dal fatto che il
Tribunale di primo grado, pur essendo a conoscenza dell'intervenuta
delibera di insindacabilita' assunta dal Senato, ha adottato una
sentenza sul merito dell'accusa mossa nei confronti del senatore
Albertini. Indipendentemente dall'esito del processo, conclusosi con
l'assoluzione dell'imputato, il Tribunale di Brescia avrebbe cosi'
leso le attribuzioni costituzionali del Senato stesso. Ciononostante,
quest'ultimo ha deciso di «non reagire», e tale circostanza avrebbe
determinato, secondo la difesa del Senato, una sorta di «[i]ntesa
extragiudiziaria [...] in via di fatto» tra i poteri coinvolti.
In questa situazione, la Corte d'appello di Brescia non avrebbe
titolo per far valere la lesione delle proprie attribuzioni, sia
perche' l'insindacabilita' e' stata deliberata mentre era pendente il
giudizio di primo grado, sia perche' il giudice di primo grado,
volutamente ignorando gli effetti della declaratoria di
insindacabilita', avrebbe comunque esercitato le proprie funzioni.
In definitiva, secondo la difesa del Senato, la Corte d'appello
di Brescia non potrebbe promuovere un conflitto «in relazione ad una
delibera di insindacabilita' non rispettata nel relativo processo,
essendo paradossale che il potere giudiziario, che non ha appunto
rispettato tale delibera, insorga pure contro il Senato che non
reagisce contro la menomazione delle proprie attribuzioni». Di
conseguenza, poiche' il rapporto tra i poteri risulterebbe «ormai
attestato su di un assetto diverso da quello generato dalla delibera
di insindacabilita'», l'interesse del giudice di secondo grado
sorgerebbe soltanto qualora venisse sollevato conflitto da parte del
potere legislativo «in relazione all'omessa ottemperanza alla
dichiarazione di insindacabilita'».
L'eccezione, pur accuratamente argomentata, non e' fondata.
Va infatti ricordato che, secondo quanto stabilito da questa
Corte sin dalla sentenza n. 1150 del 1988, la prerogativa dell'art.
68, primo comma, Cost. «attribuisce alla Camera di appartenenza il
potere di valutare la condotta addebitata a un proprio membro, con
l'effetto, qualora sia qualificata come esercizio delle funzioni
parlamentari, di inibire in ordine ad essa una difforme pronuncia
giudiziale di responsabilita', sempre che [...] il potere sia stato
correttamente esercitato».
Qualora il giudice ritenga che «la delibera della Camera di
appartenenza, affermante l'irresponsabilita' del proprio membro
convenuto in giudizio, sia il risultato di un esercizio illegittimo
(o, come altri si esprime, di "cattivo uso") del potere di
valutazione, puo' provocare il controllo della Corte costituzionale
sollevando davanti a questa conflitto di attribuzione».
Nel presente caso, e' vero che il giudice di primo grado ne' ha
dichiarato improcedibile il giudizio, ne' ha sollevato conflitto,
scegliendo invece consapevolmente di non dare rilievo alla
deliberazione di insindacabilita' adottata dal Senato. Ed e'
altrettanto vero che il Senato stesso non ha finora ritenuto di
investire la Corte costituzionale del compito di verificare se tale
condotta abbia determinato una menomazione dei suoi poteri
costituzionali.
Tali circostanze non rendono pero' il presente conflitto privo di
concretezza e attualita'.
Va premesso che la composizione spontanea della controversia, a
differenza di quanto sostiene il Senato, non si e' nel presente caso
verificata: e' infatti proprio il deposito del ricorso della Corte di
appello di Brescia ad attestare in punto di fatto che una tale
composizione spontanea non si e' verificata (analoga valutazione, pur
in vicenda diversa, nella sentenza n. 116 del 2003).
Deve inoltre ricordarsi che questa Corte ha gia' avuto occasione
di affermare che il giudice d'appello, in forza dell'effetto
devolutivo dell'impugnazione, «ha rilevanti poteri di cognizione e di
decisione e, quindi, ha il potere di porsi ogni questione non
preclusa che ritenga rilevante ai fini del decidere». Di conseguenza,
«anche il giudice d'appello e' competente ad esprimere in via
definitiva la volonta' del potere cui appartiene [...] ed e'
legittimato a proporre un conflitto non sollevato dal giudice di
primo grado» (sentenza n. 235 del 2005; nello stesso senso, sentenze
n. 371 e n. 331 del 2006). Cio', in virtu' del carattere diffuso del
potere giudiziario quale tradizionalmente riconosciuto dalla
giurisprudenza di questa Corte (ordinanza n. 229 del 1975), e secondo
una valutazione ben diversa da quella operata dalla difesa del
Senato.
Del resto, nei precedenti appena richiamati, si e' escluso che
possa sussistere un effetto preclusivo a sollevare conflitto di
attribuzione nei confronti del giudice di appello, sia quando il
giudice di primo grado abbia adottato una decisione di
improcedibilita' (sentenza n. 235 del 2005), sia quando abbia
pronunciato una sentenza di condanna (sentenza n. 331 del 2006). Ad
analoga conclusione questa Corte era «a fortiori» pervenuta anche con
riferimento al conflitto sollevato dal giudice civile, pur a fronte
di una sentenza che in sede penale aveva stabilito non doversi
procedere, per gli stessi fatti, in ragione di una delibera di
insindacabilita' (sentenza n. 371 del 2006).
Questo indirizzo merita di essere ribadito.
Ritenere preclusa al giudice di appello la possibilita' di
sollevare conflitto tra poteri, esclusivamente in conseguenza della
diversa opzione privilegiata dal giudice di primo grado,
significherebbe, come s'e' visto, impedirgli di esercitare
attribuzioni che gli appartengono, secondo la richiamata
giurisprudenza costituzionale, laddove investito del giudizio
d'impugnazione ad opera di una delle parti processuali.
Deve inoltre essere sottolineato quali conseguenze avrebbe, sia
nel caso odierno, che in termini sistematici, l'accoglimento della
tesi difensiva del Senato.
Affermare, per le ragioni invocate dalla difesa del Senato,
l'inammissibilita' del conflitto non potrebbe certamente precludere,
nella specie, alla Corte d'appello di Brescia di procedere oltre nel
giudizio instaurato dalla parte civile, proprio perche', in tesi,
difetterebbe l'attualita' dell'interesse a ricorrere nonche' la
stessa materia di un conflitto.
Tuttavia, in termini generali, riconoscere per quelle ragioni
l'inammissibilita' del conflitto significherebbe altresi' riconoscere
che l'imputato non potrebbe piu' beneficiare degli effetti della
delibera d'insindacabilita': ma non in conseguenza del controllo
operato dalla Corte costituzionale sull'esercizio del potere
valutativo del Senato, bensi' a causa della scelta del giudice di
primo grado di ignorare proprio il risultato dell'apprezzamento
parlamentare. Un esito paradossale, la neutralizzazione del quale
sarebbe, a quel punto, rimessa ad una nuova valutazione della Camera
d'appartenenza, volta a sollevare un diverso conflitto contro
l'esercizio del potere giurisdizionale ad opera del giudice di
secondo grado: evenienza, tuttavia, nient'affatto scontata. Con il
risultato finale, in termini sistematici, di una possibile
diminuzione della garanzia della funzione parlamentare assicurata
dall'art. 68 Cost.
4.- Nel merito, il ricorso e' fondato.
La difesa del Senato sottolinea la necessita' di ricorrere ad
un'interpretazione dell'art. 68, primo comma, Cost. che rifugga
«dalla parcellizzazione dell'attivita' del singolo parlamentare». In
questa prospettiva, da' atto che il senatore Albertini, gia' da
sindaco di Milano e da parlamentare europeo, aveva piu' volte
pubblicamente censurato episodi in cui aveva rinvenuto «il difetto
del giusto equilibrio fra esigenze dell'indagine giudiziaria e
garanzie dei soggetti coinvolti». Aggiunge che egli, una volta
«[e]letto senatore, ha proseguito, con numerosi atti [...], nella
relativa attivita' ispettiva e nella medesima linea di rappresentanza
politica». Nei reiterati interventi del senatore Albertini si
rinverrebbe cosi' «un tema complessivo di sindacato ispettivo» che
richiederebbe «di assicurare la garanzia dell'insindacabilita' a
tutti gli atti della serie complessiva in cui si e' estrinsecata la
pertinente attivita' di denuncia e di impulso, di comunicazione e di
informazione sui temi che il Senatore Albertini ha prescelto quale
oggetto tipico di esplicazione del proprio mandato».
A conforto di questa tesi, il Senato allega le interrogazioni del
senatore Albertini al Ministro della Giustizia n. 4-01571 del 29
gennaio 2014; n. 4-02297 del 10 giugno 2014 e n. 4-02501 del 16
luglio 2014, con le relative risposte del Ministro.
A prescindere dal contenuto degli evocati atti parlamentari, e'
tuttavia decisivo constatare che le dichiarazioni oggetto del
procedimento penale sono state pronunciate da Gabriele Albertini
nell'ottobre del 2012, quando egli ancora non ricopriva la carica di
senatore. In quel momento, infatti, Albertini era componente del
Parlamento europeo, mentre sarebbe stato eletto senatore soltanto nel
marzo del 2013.
Di conseguenza, le opinioni in questione non sono state espresse
nell'esercizio delle funzioni parlamentari e la deliberazione
impugnata e' da annullare.
Questo orientamento e' gia' stato seguito in un caso precedente,
in cui questa Corte - chiamata a decidere su un conflitto di
attribuzione tra poteri relativo ad una deliberazione di
insindacabilita' adottata con riferimento ad opinioni espresse da un
senatore in un periodo pero' antecedente all'elezione al Senato -
dopo aver dichiarato ammissibile il conflitto (ordinanza n. 530 del
2000), nella fase a contraddittorio integro lo ha risolto nel merito,
accogliendo il ricorso «sia per i caratteri materiali della condotta
addebitata, sia - decisivamente - per la sua inerenza ad un periodo
anteriore all'assunzione dello status di parlamentare», con
conseguente annullamento della deliberazione del Senato (sentenza n.
270 del 2002).
Vero che, in precedenti casi (in cui il parlamentare, in corso di
giudizio, era stato successivamente eletto nell'altra Camera), sono
stati ritenuti inammissibili conflitti di attribuzione aventi ad
oggetto delibere di insindacabilita' assunte dal ramo del Parlamento
cui il parlamentare non apparteneva all'epoca dei fatti (sentenze n.
30 del 2002 e n. 252 del 1999). Si era allora ritenuto che «[l]a
inesistenza [...] di una delibera della Camera di appartenenza del
parlamentare, facendo mancare la materia stessa del conflitto, non
puo' non comportarne la dichiarazione di inammissibilita'». Si era
altresi' specificato che sarebbe rimasto impregiudicato, sia «il
potere della Camera competente di deliberare in argomento», sia
«quello dell'autorita' giudiziaria di giudicare sui fatti, e anche di
valutare autonomamente la loro riconducibilita' alle funzioni
parlamentari e di contrastare eventualmente una diversa valutazione
della Camera stessa, se e quando essa sopravvenga, con lo strumento
del conflitto di attribuzione» (sentenza n. 252 del 1999).
In disparte la circostanza che, nel caso presente, il senatore in
questione, al momento dei fatti, non era membro dell'altra Camera del
Parlamento nazionale bensi' del Parlamento europeo, questi ultimi
precedenti vanno rivisitati, proprio alla luce di quanto deciso nella
pure ricordata sentenza n. 270 del 2002. Infatti, il rilievo
istituzionale da riconoscere a una deliberazione del Senato della
Repubblica comporta che essa, quand'anche adottata in situazione di
incompetenza, sia idonea a radicare, in ogni caso, un conflitto tra
poteri, che non puo' percio' esser ritenuto inammissibile ma deve
essere deciso nel merito.
5.- In definitiva, poiche' la impugnata delibera risulta adottata
in riferimento ad opinioni espresse da chi, in quel momento,
all'assemblea del Senato non apparteneva, il ricorso va accolto, non
spettando al Senato della Repubblica deliberare che le dichiarazioni
in esame costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento
nell'esercizio delle sue funzioni.



 

 


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