test banner

1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 23 del 9-6-2021

N. 78 ORDINANZA (Atto di promovimento) 5 marzo 202

N. 78 ORDINANZA (Atto di promovimento) 5 marzo 2020 Ordinanza del 5 marzo 2020 del Tribunale di sorveglianza di Messina nel procedimento di sorveglianza nei confronti di C. M.. Esecuzione penale - Richiesta di riabilitazione - Decisione del tribunale di sorveglianza adottata con rito camerale de plano. - Codice di procedura penale, artt. 667, comma 4, e 678, comma 1-bis, in relazione all'art. 178 e seguenti del codice penale e all'art. 683 del codice di procedura penale. (21C00118) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.23 del 9-6-2021

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI MESSINA

Riunito in Camera di consiglio nelle persone dei signori:
1) dott. Nicola Mazzamuto, Presidente relatore;
2) dott.ssa Gemma Occhipinti, magistrato di sorveglianza;
3) dott. Vittorio Crupi, esperto;
4) dott. Fabio Giuseppe Bilardi, esperto;
Sciogliendo la serva di decidere all'udienza del 18 dicembre 2019
nel procedimento di sorveglianza promosso da C. M., nato a il , con
istanza di riabilitazione in relazione alle condanne riportate nel
certificato del Casellario giudiziale;
Letta l'istanza e gli altri atti del procedimento;
Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;
Ritenuta l'ammissibilita' dell'istanza, ricorrendo le condizioni
previste dall'art. 179 del codice penale in ordine all'espiazione ed
estinzione delle pene ed al decorso temporale dei termini prescritti;
Ai fini del presente giudizio di riabilitazione, si appalesa
rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimita'
costituzionale degli articoli 667, comma 4, e 678, comma 1-bis del
codice di procedura penale, in relazione agli articoli 178 e ss. del
codice penale e 683 codice di procedura penale, per contrasto con gli
articoli 24, 27, 111 e 117 della Costituzione.
A) Sotto il profilo della rilevanza.
Gli articoli 667, comma 4, e 678, comma 1-bis del codice di
procedura penale, stabiliscono che la materia sostanziale della
riabilitazione venga trattata nella forma processuale del rito cd. de
plano. La giurisprudenza consolidata dell'Autorita' nomofilattica
(cfr. ex multis l'ordinanza n. 19826 del 16 aprile 2019 della
Cassazione acquisita in atti) ha statuito l'obbligatorieta' del rito
semplificato nelle materie per cui e' previsto dalla legge e
l'irritualita' dell'immediata trattazione con procedimento
giurisdizionale disposto ope iudicis con contraddittorio pieno, pena
la retrocessione procedimentale.
Si aggiunga che la rilevanza della sollevata questione di
incostituzionalita' deriva non solo da tale passaggio obbligatorio
attraverso le «forche caudine» del rito de plano sancito dalla
giurisprudenza nomofilattica, ma anche dalla considerazione che - pur
ipotizzando di disattendere l'indirizzo giurisprudenziale della
Suprema Corte e rimettendo la scelta del rito, se non all'arbitrium
iudicis, alla discrezionalita' dell'organo procedente - non
verrebbero comunque soddisfatte le esigenze sostanziali e processuali
sottese ai plurimi profili di incostituzionalita' della disciplina
impugnata.
B) Sotto il profilo della non manifesta infondatezza della questione
di legittimita' sollevata.
La questione giuridica che si solleva d'ufficio attiene alla
incompatibilita' delle citate disposizioni di cui agli articoli 667,
comma 4, e 678, comma 1-bis del codice di procedura penale - con
particolare riferimento al rito previsto in materia di riabilitazione
di cui agli articoli 178 e ss. del codice penale e 683 del codice di
procedura penale - rispetto agli articoli 24, 27, 111 e 117 della
Costituzione (quest'ultimo in quanto parametro interposto per
l'applicazione del diritto sovrannazionale e, nello specifico,
dell'art. 6 della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo).
Al fine di valutare la legittimita' costituzionale delle norme
procedurali denunziate, e' necessario e opportuno, in primo luogo,
esaminare l'esatta portata e la rilevanza specifica dei principi
costituzionali richiamati. Con riguardo all'art. 27 della
Costituzione, sebbene la Giurisprudenza costituzionale oscilli in
ordine al finalismo rieducativo della pena tra la teoria
polifunzionale e la teoria monofunzionale e le loro varianti, resta
il dato inoppugnabile chel'unica funzione della pena espressamente
menzionata in Costituzione e' quella rieducativa che, al di la' del
problema del bilanciamento con le altre funzioni e finalita' e dei
loro rapporti in termini di prevalenza o di equivalenza, non puo' non
assumere un posto eminente nella gerarchia dei valori costituzionali.
Se tale e' il rango costituzionale del finalismo rieducativo, la sua
estensione non puo' che abbracciare l'intera vicenda penale: dalla
previsione incriminatrice e sanzionatoria - del legislatore alla
commisurazione giudiziale della pena nel processo di cognizione,
all'esecuzione penale e penitenziaria, all'ampio spettro delle misure
alternative alla detenzione nel procedimento di sorveglianza ....
usque ad riabilitationem ... et ultra!
Invero, il finalismo rieducativo non puo' non predicarsi anche
dell'istituto della riabilitazione che si colloca oltre il tempo
dell'esecuzione della pena principale di cui presuppone l'intervenuta
estinzione ed il decorso da essa di un congruo lasso temporale, in
cui il condannato dimostri il suo ravvedimento operoso con prove
effettive e costanti di buona condotta, e si proietta nel settennio
successivo alla sua concessione in cui il soggetto riabilitato e'
chiamato ad astenersi dalla commissione di reati, pena la revoca del
beneficio in una sorta di «penalita' regressiva».
Con riguardo agli articoli 24, 111 e 117 della Costituzione e 6
della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e
delle liberta' fondamentali, occorre richiamare i fondamentali
principi del giusto processo in ordine alle garanzie del diritto di
difesa e del contraddittorio processuale, alla formazione della prova
nell'immediatezza, oralita' e concentrazione di tale contraddittorio
ed alla pubblicita' dell'udienza e occorre riaffermare la centralita'
di tali principi, non solo nel giudizio di cognizione, ma anche nel
procedimento di esecuzione e di sorveglianza.
In relazione al procedimento di sorveglianza, assumono
particolare valore e significato nel presente giudizio gli
insegnamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo sia in ordine
all'indispensabilita' della partecipazione personale dell'interessato
nei procedimenti giurisdizionali che comportano l'accertamento della
sua personalita', del suo carattere o del suo stato mentale, al fine
di consentire al giudice di intrattenere un rapporto diretto con il
soggetto e di ricavare a personal impression of the applicant, sia in
ordine alla configurabilita' della violazione dell'art. 6 della
Convenzione in caso di assenza di pubblica udienza, laddove si
prevede che ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata
equamente, pubblicamente ed entro un certo termine ragionevole da un
Tribunale indipendente ed imparziale (Corte EDU 8-2-00 Cooke c.
Austria; 10-2-02 Waite c. Regno Unito; 6.10.04, Dondarini c. San
Marino, 25-4-13, Zahirovic c. Croazia).
Assumono, altresi', particolare rilievo in subiecta materia le
pronunce della Corte costituzionale che hanno affermato che la
pubblicita' del giudizio, specie di quello penale, costituisce
principio connaturato ad un ordinamento democratico fondato sulla
sovranita' popolare, cui deve conformarsi l'amministrazione della
giustizia, la quale, in forza dell'art. 101, comma 1 della
Costituzione, trova in quella sovranita' la sua legittimazione e che
la pubblicita' delle procedure giudiziarie tutela le persone soggette
alla giurisdizione contro una giustizia segreta, che sfugge al
controllo del pubblico, e costituisce anche uno strumento per
preservare la fiducia nei giudici, contribuendo cosi' a realizzare lo
scopo dell'art. 6, paragrafo 1 della Convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali,
ossia l'equo processo. Come attestano le eccezioni previste nella
seconda parte della norma, questa non impedisce, in assoluto, alle
autorita' giudiziarie di derogare al principio di pubblicita' in
udienza. La stessa Corte europea ha ritenuto che alcune situazioni
eccezionali, attinenti alla natura delle questioni da trattare -
quale, ad esempio, il carattere altamente tecnico del contenzioso -
possano giustificare che si faccia o meno un'udienza pubblica. In
ogni caso l'udienza a porte chiuse, per tutta o parte della durata,
deve essere strettamente imposta dalle circostanze della causa» (cfr.
ex multis Corte costituzionale 12/1979, 50/1989, 69/1991, 373/1992 e
97/2015).
Con specifico riferimento al procedimento di sorveglianza in
materia di misure di sicurezza, di misure alternative alla detenzione
e nelle altre materie di competenza del Tribunale di sorveglianza, la
Corte costituzionale con le sentenze n. 135/2014 e n. 97/2015 ha
sancito, in capo al soggetto interessato, il diritto potestativo alla
celebrazione del rito nelle forme dell'udienza pubblica.
Alla luce dei principi costituzionali del giusto processo e dei
chiari orientamenti della giurisprudenza costituzionale ed europea,
come sopra esaminati, occorre collocare «in cima al monte» il modello
ideale di processo penale con contraddittorio pieno ed udienza
pubblica che rispecchi tutte le caratteristiche strutturali e
funzionali del giusto processo. Nell'attuale ordinamento processuale
italiano, nell'ambito del procedimento di esecuzione e di
sorveglianza, e' riscontrabile una varieta' di moduli procedimentali
che derogano, in tutto o in parte, a tale modello.
1) Il rito camerale con contraddittorio pieno e con udienza
pubblica, non in quanto prevista ex lege come forma processuale
ordinaria, sibbene come conseguenza della scelta potestativa del
soggetto interessato alla stregua delle pronunce additive della Corte
costituzionale sopra esaminate.
2) Il rito camerale con contraddittorio pieno e senza udienza
pubblica, in quanto non richiesta dal soggetto interessato.
3) Il rito de plano nel primo grado di giudizio senza
contraddittorio, ne' originario ne' differito, come nei procedimenti
in materia di liberazione anticipata, di competenza dell'organo
monocratico con possibilita' di reclamo al Tribunale di sorveglianza.
4) Il rito de plano con contraddittorio eventuale e
differito, con facolta' dell'interessato e delle parti processuali di
proporre opposizione contro l'ordinanza decisori a, instaurando il
contraddittorio dinanzi allo stesso Collegio giudicante, anche nella
medesima composizione, non costituendo tale opposizione un mezzo di
impugnazione sibbene uno strumento potestativo di attuazione del
contraddittorio differito.
Il problema della costituzionalita' dei moduli procedimentali sub
1) e 2), in ordine al quesito se il principio costituzionale e
convenzionale di pubblicita' delle udienze giudiziarie sia
soddisfatto o meno dalla previsione di subordinare tale pubblicita'
alla scelta potestativa della parte privata, senza prescriverla ex
lege nell'interesse generale alla trasparenza ed al controllo
popolare dell'attivita' giurisdizionale - salva sempre la
possibilita' delle porte chiuse per speciali ragioni di riservatezza
meritevoli di tutela - e senza prevedere neppure il potere del
pubblico ministero di chiederla e del giudice, anche motu proprio, di
disporla, e' problema manifestamente fondato, ma con altrettanta
evidenza estraneo al petitum ed alla causa petendi del presente
giudizio.
Il problema della costituzionalita' del modulo procedimentale sub
3), anch'esso estraneo ai limiti del presente giudizio, e' stato
comunque affrontato con le ordinanze n. 352/2003 e n. 291/2005 della
Corte costituzionale in materia di liberazione anticipata e risolto
in senso favorevole alla legittimita' costituzionale, nel presupposto
discutibile della natura del beneficio individuata in una «mera
riduzione quantitativa» della pena e non come misura premiale
assiologicamente e teleologicamente pregnante in chiave rieducativa e
risocializzativa, nonche' alla luce degli argomenti, altrettanto
discutibili, della frequenza statistica degli accoglimenti e delle
esigenze della prassi giudiziaria di speditezza e snellimento
procedurale.
Si pone, invece, in tutta la sua rilevanza e manifesta
fondatezza, il problema della (in)costituzionalita' del modulo
procedimentale sub 4) con riferimento al giudizio di riabilitazione,
in quanto prevede l'esclusione «coatta» della necessita' originaria
della partecipazione delle parti processuali e del loro
contraddittorio, della presenza personale dell'interessato, della
formazione della prova nel contraddittorio e della pubblicita'
dell'udienza.
Il thema probandum ed il thema decidendum del giudizio di
riabilitazione vertono sull'accertamento altamente discrezionale del
raggiungimento o meno delle finalita' rieducative, risocializzative e
riparative della pena espiata o comunque estinta.
A differenza della riabilitazione «di diritto», che operava ex
tunc, con effetti dichiarativi, al verificarsi obiettivo di
determinati presupposti, istituto previsto dal codice penale italiano
del 1913 e poi abrogato dall'attuale codice, la riabilitazione
«discrezionale» opera ex nunc con effetti costitutivi e involge un
complesso giudizio personologico ad elevato tasso di discrezionalita'
che presenta una duplice dimensione.
La prima dimensione diagnostico-retrospettiva e' quella che
accerta il requisito altamente discrezionale della buona condotta e
ricerca, nel tempo trascorso prescritto dalla legge, le prove
effettive e costanti di essa.
Buona condotta che va intesa, non in senso eticizzante come
emenda morale in foro interno, come tale insondabile, neppure come
assenza di procedimenti penali pendenti o di rilievi negativi,
reintroducendo in modo surrettizio una riabilitazione di diritto
«travestita», bensi' come condotta attiva, non necessariamente
esemplare, comunque rispettosa delle leggi non solo penali dello
Stato laico, osservante dei doveri costituzionali del cittadino, dei
principi di convivenza civile; una buona condotta nel senso di un
ravvedimento «operoso» attraverso comportamenti socialmente
apprezzabili, in particolare, attraverso il risarcimento dei danni
morali e materiali alle parti offese e l'adempimento delle altre
obbligazioni civili nascenti dal reato, nei limiti delle proprie
possibilita', laddove il raggiungimento di tale finalita' riparativa
rileva, non come fatto civilistico satisfattivo, sibbene quale indice
privilegiato di tale ravvedimento operoso e di un atteggiamento
resipisciente di autentica comprensione del disvalore sociale del
reato e di concreta solidarieta' verso le sue vittime.
L'altra dimensione di tipo prognostico-preventivo del giudizio di
riabilitazione si puo' desumere dalla rilevanza della recidiva e
della delinquenza qualificata, ai fini dell'allungamento del termine
temporale prescritto, nonche' della pericolosita' sociale derivante
dalla sottoposizione a misura di sicurezza come impedimento
preclusivo ex lege del beneficio, con conseguente incompatibilita'
tra il requisito della buona condotta e l'attuale pericolosita' del
riabilitando che, in base a tale assunto, puo' anche risultare
aliunde e ope iudicis nel corso del giudizio.
Tale dimensione comporta la necessita' giudiziale di una
inferenza prognostica dei comportamenti futuri del soggetto, in
particolare la previsione ragionevole che lo stesso, in quanto
ravveduto, si asterra' dal commettere reati nel settennio successivo.
La duplice dimensione del giudizio di riabilitazione si apprezza,
altresi', considerando l'efficacia dell'istituto che realizza la
restitutio in integrum del soggetto, elidendo gli effetti
desocializzanti e stigmatizzanti derivanti dalla vicenda penale che
possono essere pregiudizievoli, se non criminogeni, comunque
d'ostacolo al suo pieno renserimento sociale.
Si pensi, a titolo esemplificativo, alle facolta', recuperate
grazie alla riabilitazione, di partecipare ai pubblici concorsi e di
svolgere attivita' lavorative lecite, in mancanza delle quali il
soggetto potrebbe essere indotto, se non costretto, a ricadere in
scelte di vita devianti e criminali. Si aggiunga che, se puo' essere
pregiudizievole o addirittura criminogeno il diniego della
riabilitazione nei confronti di un soggetto meritevole, in quanto
ravveduto, altrettanto puo' esserlo, o ancor di piu', la sua
concessione senza che ne ricorrano i presupposti sostanziali,
consentendo al riabilitato immeritevole di continuare a svolgere
attivita' illecite sotto le mentite spoglie di una ritrovata e
bugiarda verginita' penale e sociale.
Alla luce delle precedenti considerazioni, l'istituto della
riabilitazione appare in tutta la sua importanza giuridica e sociale,
sicche' la sua applicazione processuale non puo' risolversi in un
giudizio notarile con rilascio cartaceo di un certificato burocratico
di buona condotta!
Si osservi ancora come nella foce del giudizio di riabilitazione
confluiscono fiumi diversi, essendo diversi i modi di estinzione
delle pene principali: l'espiazione carceraria della pena detentiva,
l'espiazione della pena detentiva trasformata in executivis in misura
alternativa alla detenzione senza giudizio finale sull'esito della
misura, come nei casi di detenzione domiciliare e di semiliberta',
l'estinzione della pena detentiva a seguito del giudizio finale
sull'esito positivo dell'affidamento in prova al sevizio sociale,
anche in casi particolari, o della liberazione condizionale,
l'estinzione a seguito della sospensione condizionale della pena e
della sospensione condizionale «condizionata» della pena,
l'estinzione a seguito di patteggiamento, l'estinzione a seguito di
amnistia e indulto, l'estinzione della pena pecuniaria per
intervenuto pagamento, l'estinzione della pena pecuniaria insoluta e
convertita nelle sanzioni sostitutive della liberta' controllata e
del lavoro sostitutivo.
Se tali sono la complessita' sostanziale e processuale e lo
spessore cognitivo del giudizio di riabilitazione si deve escludere,
con ferma convinzione giuridica, che lo stesso possa rientrare nelle
ipotesi in cui la giurisprudenza costituzionale ed europea ritengono
possibile la deroga al contraddittorio necessario con udienza
pubblica e soddisfare i criteri che rendono legittimo il procedimento
a contraddittorio eventuale e differito.
Tali ipotesi e criteri sono riassumibili e riconducibili:
1) alla natura delle questioni trattate ed al loro carattere
altamente tecnico;
2) alla non particolare complessita', se non alla
semplicita', della regiudicanda;
3) alla frequenza statistica delle decisioni di accoglimento;
4) alle esigenze di economia processuale derivanti dalle
prassi, di snellimento procedurale, di accelerazione dei tempi
procedurali e di risparmio e migliore destinazione delle risorse
organizzative.
Il carattere altamente discrezionale e la particolare
complessita' del giudizio di riabilitazione, come sopra evidenziati,
escludono la sua sussumibilita' sub a) e b), laddove le ipotesi e i
criteri sub c) e d) non possono rivestire una autonoma rilevanza se
non congiunti ai caratteri precedenti, pena l'ingiustificato avallo
di prassi decisorie lassiste con rischio di elevato numero di
«cattivi» accoglimenti e di prassi acceleratorie in cui la fretta e'
cattiva consigliera e rischia di partorire decisioni cieche.
L'incompatibilita' del giudizio di riabilitazione con il rito de
plano si apprezza, altresi', dalla comparazione con le altre ipotesi
in cui il legislatore ha previsto tale rito, in alcune delle quali la
scelta legislativa appare giustificata alla luce dei criteri prima
esaminati (si pensi all'accertamento in caso di dubbio sull'identita'
fisica della persona detenuta, alla rateizzazione e conversione delle
pene pecuniarie, alla remissione del debito, alla esecuzione della
semidetenzione e della liberta' controllata, al differimento
obbligatorio dell'esecuzione della pena dei numeri 1) e 2) dell'art.
146 del codice di procedura penale, mentre in altre ipotesi tale
scelta si rivela, come nel caso della riabilitazione,
costituzionalmente censurabile (si pensi alla valutazione giudiziale
sull'esito della liberazione condizionale e dell'affidamento in
prova, anche nei casi particolari). Con riguardo a tale ultimo
giudizio, atteso il suo carattere discrezionale, la sua complessita'
diagnostica e prognostica e la sua valenza rieducativa e
specialpreventiva, nonche' la sua diretta incidenza nella sfera della
liberta' personale del condannato, questo Tribunale con ordinanza
coeva ha sollevato analoga eccezione di incostituzionalita'.
Si aggiunga la considerazione che, a differenza della vigente
riabilitazione «discrezionale», l'istituto previgente della
riabilitazione «di diritto», atteso il carattere meramente
ricognitivo del relativo provvedimento, avrebbe potuto
convenientemente trattarsi con il rito de plano.
Non bisogna, altresi', dimenticare che, ripercorrendo la storia
dell'istituto, la riabilitazione veniva trattata nel previgente
codice di rito con la forma provvedimentale «solenne» della sentenza,
di competenza dell'organo apicale della giurisdizione di merito,
ossia la Corte d'Appello. Il successivo degrado delle forme
provvedimentali (da sentenza ad ordinanza) e processuali (da udienza
camerale con contraddittorio all'attuale rito de plano) rischia, come
e' evidente, di degradare e svilire l'istituto sostanziale.
In tale ottica, si ritiene opportuno inscrivere il presente
scrutinio di costituzionalita' nel quadro della parabola normativa e
giurisprudenziale che ha visto, in una prima fase, il progressivo
affermarsi del principio di giurisdizionalizzazione dell'esecuzione
penale e del procedimento di sorveglianza (dalla sentenza della Corte
costituzionale n. 204 del 1974, alla legge-delega del codice di
procedura penale del 1987 che all'art. 2 n. 96 sancisce le garanzie
di giurisdizionalita' nella fase della esecuzione, con riferimento ai
provvedimenti concernenti le pene e le misure di sicurezza, fino alla
sentenza n. 53/1993 della stessa Corte costituzionale che ha imposto
l'applicazione degli articoli 666 e 678 codice di procedura penale al
procedimento di reclamo avverso il provvedimento di esclusione dal
computo della pena del tempo trascorso in permesso premio) e, in una
fase successiva, il progressivo abbandono della giurisdizionalita'
«necessaria» in favore di una giurisdizionalita' «eventuale» e
«posticipata», con il rischio di una tendenza, sia legislativa che
giurisprudenziale, a cartolarizzare, deprocessualizzare e
depersonalizzare il giudizio, sacrificando fondamentali garanzie, a
tutela sia dell'individuo che della collettivita', in omaggio ad un
paradigma di efficientismo giudiziario che privilegia in chiave
statistica la quantita' a scapito della qualita' delle decisioni
giudiziarie.
Occorre, a parere del giudice remittente, invertire tale tendenza
e riaffermare che il procedimento giurisdizionale con contraddittorio
pieno, nella forma collegiale e con l'ausilio degli esperti, non e'
un intralcio alla celerita' ed efficienza delle decisioni
giudiziarie, non e' un orpello inutile o una sovrabbondanza retorica,
sibbene e' il modello assiologicamente pregnante, il metodo genetico
e funzionale della giurisdizione rieducativa, in quanto
costitutivamente discorsiva, dialettica, multidisciplinare,
individualizzata e personalizzata, garanzia fondamentale della
qualita' dei giudizi personologici e prognostici, fattuali e
teleologici, architrave che lega in un ponte ideale e reale il
Collegio giudiziale, da un lato, con l'Istituzione penitenziaria e
l'equipe' di osservazione e trattamento, dall'altro lato, con gli
ambienti sociali e istituzionali esterni, con i contesti
socio-familiari, con i Servizi territoriali e le Forze dell'ordine,
con le Agenzie primarie e secondarie di formazione, di (ri)educazione
e di mediazione sociale, culturale e penale; contraddittorio
processuale che e' chiave di volta che unifica i saperi giuridici con
gli «altri» saperi, inverando l'idea e la realta' del procedimento di
sorveglianza come luogo privilegiato e culmine giudiziario del
trattamento rieducativo che vede la persona e la comunita' al centro
della prossemica processuale.
E' rispetto a tale profilo alto della giurisdizione rieducativa
ed ai giudizi altamente discrezionali in cui essa si invera e si
concretizza che si pone la necessita' della pienezza delle garanzie
processuali secondo il brocardo ubi iudex ibi processus e ubi
processus ibi iudex.
In altri termini, il binomio che lega la discrezionalita' al
processo e' costitutivo della giurisdizione rieducativa, sicche' piu'
elevato e' il tasso della discrezionalita' giudiziale, maggiore e' la
necessita' di un processo pieno iure in cui condividere i pesi e i
rischi di tale discrezionalita' nella collegialita' «mista» e
multidisciplinare e nella coralita' di tutti gli attori processuali.
Al contrario, il rito de plano nei giudizi discrezionali induce
fenomeni di cartolarizzazione, di burocratizzazione, di pregiudizio
routinario, di automatismo decisionale, di monocratizzazione di
fatto, rischiando di immiserire gli istituti sostanziali sottesi a
tali giudizi, giacche' degradare il rito significa degradare la
misura cui e' preordinato, la cui dignita' dipende non solo dall'an
della concessione ma anche e soprattutto dal quomodo!
E' nel modus procedendi che si esalta o si mortifica la funzione
nobile del processo!
In particolare, nel giudizio di riabilitazione - che, ripetasi,
non e' materia a carattere esclusivamente o prevalentemente tecnico,
bensi' istituto in cui i profili prevalenti attengono anzi al merito
discrezionale della valutazione diagnostica e prognostica del pieno
recupero del condannato e del soddisfacimento di tutti i suoi
obblighi - la cartolarizzazione del rito sacrifica il contraddittorio
inter praesentes, esclude la formazione delle prove costituende, in
particolare sottrae al Collegio giudicante ed alle parti processuali
l'osservazione e l'audizione diretta del riabilitando, impedisce la
piena partecipazione di tutti gli attori processuali e opacizza il
giudizio, gravido di conseguenze individuali e sociali, in un cono
d'ombra che non consente il controllo del popolo sovrano e delle
stesse vittime, attuali e potenziali, dei reati.
Invero, i plurimi profili di incostituzionalita' della disciplina
denunziata si possono osservare sotto i diversi angoli visuali dei
vari protagonisti del procedimento di sorveglianza e delle lesioni
degli interessi processualmente qualificati e costituzionalmente
rilevanti di cui sono portatori.
1) Dal punto di vista del soggetto interessato.
La presenza personale dell'interessato nel giudizio di
riabilitazione rappresenta un momento essenziale nel coronamento del
percorso rieducativo, riabilitativo, riparativo e riconciliativo.
Il rito de plano sacrifica sine iusta causa il diritto del
soggetto riabilitando a partecipare personalmente al giudizio fin
dalla sua scaturigine, nel contraddittorio delle parti processuali,
con l'assistenza tecnica del difensore e nel contatto diretto con i
giudici, togati e non togati, influendo ab initio sul loro
convincimento, non solo con le prove documentali «precostituite», ma
anche e soprattutto con le prove «costituende» (osservazione inter
praesentes ed esame diretto dell'interessato, assunzione di
testimoni, audizione di assistenti sociali, forze dell'ordine e - ove
necessario e opportuno - delle stesse parti offese etc.), senza
subire il pregiudizio di una decisione cartolare inaudita altera
parte che non puo' non condizionare lo stesso giudice nel caso di
giudizio conseguente alla eventuale opposizione. Si aggiunga il
diritto e l'interesse del soggetto riabilitando all'udienza pubblica,
ossia a vedere riconosciuto pubblicamente il proprio ravvedimento,
ottenendo la riabilitazione attraverso un procedimento avente
potenzialmente la medesima risonanza sociale e mediatica rispetto a
quello in cui ha subito la condanna.
Richiamando gli insegnamenti della giurisprudenza costituzionale
ed europea in ordine alla fondamentale garanzia dell'udienza
pubblica, illustrati nell'overture della presente ordinanza, non puo'
non riconoscersi tale diritto in capo al soggetto riabilitando,
attesa la natura ed il carattere del giudizio di riabilitazione,
degli interessi ivi coinvolti, dell'elevata «posta in gioco» e della
gravita' delle conseguenze.
Invero, il diritto di azione e di difesa del soggetto
riabilitando non viene soddisfatto dal semplice esito favorevole
dell'an della concessione, ma anche e, in un certo senso, soprattutto
dal suo quomodo, come pieno riconoscimento giurisdizionale del suo
ravvedimento, sicche' una riabilitazione meramente cartolare e
fascicolare partorita nel chiuso di una Camera di consiglio in un
procedimento senza udienza non ha lo stesso valore personale e
sociale, giuridico e morale, di una riabilitazione come apice in cui
culmina dell'intera vicenda penale e come frutto maturo del processo
giurisdizionale con udienza pubblica nella coralita' dell'Aeropago
giudiziario!
Si consideri, tuttavia, che tale diritto non puo' trovare
attuazione nel rito de plano, in quanto procedimento senza udienza e
senza parti costituite e come tale strutturalmente inidoneo a
realizzare l'udienza pubblica, ne', allo stato della normativa
vigente e della giurisprudenza costituzionale, puo' configurarsi un
diritto potestativo del soggetto interessato a chiedere, nella stessa
istanza che promuove il procedimento, e ad ottenere per saltum il
rito con contraddittorio pieno nella forma dell'udienza pubblica
possibilita' precluse alla parte pubblica ed allo stesso giudice -
giacche' la Corte costituzionale, con la sentenza n. 97/2015 prima
citata, ha statuito la garanzia e l'esercizio del diritto potestativo
all'udienza pubblica limitatamente alle materie di competenza del
Tribunale di sorveglianza che vengono trattate nelle forme del
giudizio ex articoli 666 e 678, comma 1 del codice di procedura
penale e non nelle materie in cui e' previsto il rito de plano.
Si avrebbe cosi' il paradosso che il soggetto riabilitando debba
passare strumentalmente attraverso la decisione de plano allo scopo
di opporvisi, indipendentemente dall'esito, per ottenere l'udienza
pubblica, sia nel caso di accoglimento, ammesso che sia configurabile
in tale caso un interesse ad opporsi ad una decisione favorevole e
con il rischio del re melius perpensa e della reformatio in peius nel
giudizio non impugnatorio conseguente a tale opposizione davanti allo
stesso giudice, sia nel caso di rigetto, con l 'ulteriore paradosso
di dover auspicare tale rigetto ove costituisse l 'unico modo per
opporsi ed ottenere l 'udienza pubblica nel conseguente giudizio con
contraddittorio e di dover risentire in esso il pregiudizio
condizionante della precedente decisione negativa. Dal labirinto di
tali paradossi si puo' e si deve uscire, a parere del giudice
remittente, reinserendo a pieno titolo il giudizio di riabilitazione
nel novero delle materie trattate con il procedimento pleno iure ex
articoli 666 e 678, comma 1 del codice di procedura penale.
2) Dal punto di vista del difensore.
Il rito de plano sacrifica il diritto del difensore di esercitare
ab origine il suo munus difensivo nella immediatezza ed oralita' del
contraddittorio, di fronte al giudice ed all'altra parte processuale,
nella deduzione dei mezzi di prova, nella loro assunzione in udienza
e nella esposizione oratoria delle ragioni tecnico-giuridiche e di
merito sostanziale, personali, familiari e sociali, a sostegno e
suffragio dell'istanza di riabilitazione.
3) Dal punto di vista della parte pubblica.
Premesso che il pubblico ministero, in quanto «parte imparziale»
nell'interesse della legge, agisce sia a tutela degli interessi della
collettivita', sia a favore del soggetto riabilitando, ove ricorrano
presupposti del beneficio invocato, risulta evidente che il rito de
plano impedisce alla parte pubblica di contribuire fin dall'inizio
all'attivita' istruttoria, di partecipare all'udienza ed alla
formazione della prova, di influire direttamente sul convincimento
del giudice e di non vedersi costretta all'alternativa tra
l'opposizione strumentale e l'avallo cieco di decisioni
preconfezionate, con il rischio, frequente nella prassi, di una
sostanziale rinunzia alla funzione di controllo. In tale contesto
occorre, invece, riaffermare il fondamentale ruolo del pubblico
ministero nel giudizio di riabilitazione, sia come advocatus diaboli
per scongiurare le «cattive» riabilitazioni, sia come amicus curiae
per favorire le riabilitazioni «meritevoli», ruolo che il rito de
plano compromette gravemente.
4) Da punta di vista del giudice collegiale.
Le garanzie del giusto processo, nel loro profondo significato
gnoseologico ed epistemologico, si configurano come irrinunciabile
metodo giudiziale, come esigenza cognitiva del giudice che deve poter
disporre di un quadro informativo completo e di un corredo probatorio
comprensivo delle prove costituite e costituende, dell'esame
personologico diretto del soggetto interessato e degli apporti
conoscitivi di tutti gli attori processuali, nella pienezza del
contraddittorio giudiziale.
Si aggiunga che l'udienza che ospita e governa tale
contraddittorio, oltre ad una fondamentale funzione conoscitiva,
riveste, altresi', una funzione orientativa delle condotte, ove si
rifletta circa la natura della giurisdizione rieducativa in quanto
esercitata rebus sic stantibus, avente oggetto mobile, in cui i
rapporti sottesi alla regiudicanda sono in continua evoluzione.
Si consideri, altresi', l'irragionevolezza e la disfunzionalita'
di un sistema di contraddittorio differito ed eventuale che subordina
il giudizio con cognitio plena all'iniziativa delle parti,
dimenticando che il beneficio, la sua concessione ricorrendone i
presupposti o il suo diniego in difetto di essi, corrisponde ad
interessi pubblici che trascendono la sfera di disponibilita' delle
parti processuali, perfino di quella pubblica, il che spiega, tra
l'altro, la ragione fondamentalissima che sta alla base della regola
aurea della procedibilita' ex officio nei giudizi di competenza della
Magistratura di sorveglianza!
Invero, il giudizio di riabilitazione non e' un procedimento
«unilaterale» nell'esclusivo interesse del riabilitando ed il
carattere indisponibile degli interessi ivi coinvolti si puo'
apprezzare, tangibilmente, esaminando casi pratici, tratti
dall'esperienza giurisprudenziale, aventi valore paradigmatico.
Si pensi alla concessione con rito de plano della riabilitazione
in favore dell'autore di un reato di molestie sessuali di modesta
entita', in base alle risultanze cartolari attestanti la buona
condotta intesa come assenza di procedimenti penali pendenti e di
rilievi negativi (criterio decisori o frequente nelle prassi
giudiziarie lassiste), senza aver guardato in faccia il soggetto
interessato e senza avere con lui intrattenuto un dialogo
processuale, che in realta' si rivela un pericoloso stalker pedofilo
nient'affatto ravveduto, come sarebbe invece emerso da un esame
approfondito nel contraddittorio processuale, il quale, grazie alla
riabilitazione coperta dal giudicato conseguente alla mancata
opposizione, ripulisce la sua fedina penale e viene assunto come baby
sitter da ignari datori di lavoro, pur guardinghi nel richiedere il
suo certificato penale, i quali finiscono con affidargli la cura e la
custodia dei propri figli minorenni.
Si pensi al caso opposto di un soggetto autore seriale di gravi
reati di rapine ed estorsione, autenticamente ravveduto e desideroso
di reinserimento sociale, con l'urgenza della riabilitazione per
accedere ad un posto di lavoro, cui l'istanza viene respinta con rito
de plano per difetto dell'attivita' risarcitoria, attivita' che
nell'udienza in camera di «consiglio» avrebbe potuto orientarsi nei
modi giusti e nei tempi utili, sollecitando ad esempio il rilascio di
dichiarazioni liberatorie delle parti offese o limitando il quantum
risarcibile secondo le concrete possibilita' economiche del soggetto,
il quale, a seguito del rigetto, perde l'opportunita' lavorativa,
cade in grave depressione e sfoga la rabbia e la disperazione in
gesti autolesionistici e in manifestazioni eteroaggressive, ricadendo
nella spirale della violenza e del crimine.
In entrambi i casi il rito de plan, per motivi diversi,
partorisce esiti potenzialmente criminogeni, laddove, in presenza di
un quadro informativo completo, garantito dal contraddittorio
iniziale e necessario e non eventuale e differito, la riabilitazione
ab ovo non si sarebbe concessa nel primo caso e si sarebbe, invece,
concessa nel secondo.
Nel caso specifico, che ha originato il presente giudizio, il
condannato istante esibisce un curriculum criminale costellato da
reati di non particolare gravita' e, tuttavia, caratterizzato da
recidiva specifica reiterata, e prospetta, nell'arco degli otto anni
decorrenti dall'estinzione delle pene principali, di aver tenuto
buona condotta, lavorando come pastore e pagando le spese di
giustizia.
In realta', dietro il paravento delle risultanze cartolari del
fascicolo e della loro ambivalenza o ambiguita', possono prefigurarsi
scenari diversi, personali, familiari e sociali, civili o criminali,
che soltanto il pieno contraddittorio processuale puo' disvelare,
scandagliare e approfondire nei molteplici aspetti rilevanti ai fini
della riabilitazione.
In simili casi, concedere o negare la riabilitazione, che e'
beneficio apicale, senza gli apporti conoscitivi della parti
processuali e dell'interessato nella pienezza del contraddittorio;
significa concedere o negare «al buio», in base ad apparenze o,
persino, ad evidenze cartolari che possono poi rivelarsi ingannevoli
ed esser contraddette dalla realta' dei fatti.
Si osservi, infine, che il rito de plano, escludendo la presenza
personale del riabilitando, svuota la collegialita' mista e
multidisciplinare, vanifica il ruolo dei giudici esperti, che
abbisognano dell'osservazione viva del processo inter praesentes per
esercitare le loro competenze specialistiche, e induce nella prassi
giudiziaria una monocratizzazione di fatto con sostanziale
concentrazione del reale potere decisionale in capo al giudice
relatore.
5) Dal punto di vista del popolo sovrano.
Come visto in precedenza, il rito de plano e' strutturalmente
inidoneo a garantire il controllo del popolo sovrano, nel cui nome e'
amministrata la giustizia, in ordine alla trasparenza, obiettivita',
imparzialita' e qualita' delle decisioni giudiziarie in un
procedimento altamente discrezionale, come quello riabilitativo, in
cui sono coinvolti fondamentali e indisponibili interessi
costituzionalmente rilevanti della persona e della comunita'.
Non si comprendono le ragioni in virtu' delle quali l'ergastolo
debba infliggersi in udienza pubblica nel processo di cognizione,
l'applicazione di una misura alternativa all'ergastolano debba
celebrarsi nel giudizio camerale con contraddittorio pieno ed
eventuale udienza pubblica, mentre la concessione allo stesso
soggetto del piu' ampio dei benefici come la riabilitazione, in
quanto comporta la sua piena restitutio in integrum e rappresenta il
momento apicale dell'intera vicenda penale, possa avvenire nel chiuso
di una udienza camerale, con procedura de plano, in assenza
dell'interessato, senza parti processuali e con esclusione radicale
della possibilita' che le vittime del reato partecipino o, almeno,
assistano all'udienza in cui si discute e si decide della sorte
riabilitativa del reo.
Se l'invocazione dell'udienza pubblica «necessaria», garantita ex
lege nell'interesse generale, non rientra nei limiti del presente
giudizio, la causa petendi ed il petitum di esso possono e devono
focalizzarsi in ordine alla necessita' originaria del rito con
contraddittorio pieno, in cui sia garantita almeno la «possibilita'»
dell'udienza pubblica, a richiesta del soggetto interessato, alla
stregua dei chiari e cogenti insegnamenti della giurisprudenza
costituzionale.



 

 


Abbonati per consultare tutto l'archivio storico delle gazzette

Gazzetta No Problem

Visualizza Abbonamenti

Newsletter Rimani aggiornato

Inserisci la tua e-mail*

 *Accetta Termini & condizioni