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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 23 del 9-6-2021

N. 81 ORDINANZA (Atto di promovimento) 12 aprile 202

N. 81 ORDINANZA (Atto di promovimento) 12 aprile 2021 Ordinanza del 12 aprile 2021 del Magistrato di sorveglianza di Padova nel procedimento di sorveglianza nei confronti di C. M.. Ordinamento penitenziario - Permessi premio - Prevista concessione ai condannati per uno dei delitti di cui all'art. 4-bis, comma 1, della legge n. 354 del 1975 la cui collaborazione risulti impossibile o inesigibile, ove accertata l'assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata. - Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della liberta'), art. 4-bis, comma 1-bis. (21C00121) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.23 del 9-6-2021

UFFICIO DI SORVEGLIANZA DI PADOVA

Il Magistrato di sorveglianza dott.ssa Tecla Cesaro, lette le
istanze con cui C. M., nato a ... il ... , detenuto presso la Casa di
reclusione di ..., in espiazione della pena di cui alla sentenza
della Corte d'assise d'appello di Venezia del 21 febbraio 2014
(inizio pena: 14 aprile 2011; fine pena: 30 dicembre 2022) chiede la
concessione del beneficio del permesso premio;
Ha pronunciato la seguente ordinanza.
Il sig. C. M. in epigrafe generalizzato, con istanza da ultimo
presentata in data 29 giugno 2020 ha chiesto al Magistrato di
sorveglianza di poter fruire del beneficio del permesso premio ai
sensi dell'art. 30-ter o.p. ai fini di poter incontrare i due figli
minori, attualmente residenti con la madre in Germania.
L'istante sta espiando la pena di anni 14 e giorni 20 di
reclusione in relazione ad una condanna per reati di cui all'art.
4-bis, comma 1, legge 26 luglio 1975, n. 354 (di seguito «o.p.»):
associazione di stampo mafioso, sequestro di persona a scopo di
estorsione, usura ed estorsione (tutti reati aggravati dall'art. 7,
legge n. 203/1991).
I fatti riguardano un'associazione a delinquere di stampo mafioso
costituita da soggetti provenienti dall'area del casertano e della
Campania, e da personaggi che operavano nella zona di Padova, dediti
ad attivita' di usura, che si incaricavano di porre in essere
attivita' di recupero crediti anche con modalita' estorsive. in
particolare, tra il 2009 e il 2011, i componenti dell'associazione,
qualificandosi come appartenenti al cosiddetto "...", hanno
conseguito profitti coartando la volonta' degli imprenditori in crisi
finanziaria, riscuotendo dagli stessi tassi usurari e facendo ricorso
ad esplicita violenza.
Il C., inoltre, si e' reso responsabile di un grave episodio di
sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dal metodo
mafioso ai danni di B. M. e del figlio A. (per il quale ha riportato
una pena di anni 8 mesi 10 giorni 20).
Tanto premesso, va evidenziato che l'istanza presentata dal sig.
C. e' temporalmente ammissibile avendo il detenuto espiato ben oltre
meta' della pena di tutti i reati (la recidiva reiterata infatti non
opera essendo stata ritenuta subvalente rispetto alle attenuanti
generiche: cfr. Cassazione, sez. I, 13 dicembre 2011, n. 3358). Nel
dettaglio, il detenuto, tenendo conto dell'inizio pena in data 14
aprile 2011 e degli 855 giorni di liberazione anticipata ha, invero,
espiato ben oltre meta' della pena per il reato di cui all'art. 630
c.p. (1) oltre che la pena per il reato di cui all'art. 416-bis o.p.
(2) .
Va peraltro evidenziato che, ad eccezione di un unico e del tutto
occasionale rilievo disciplinare del 13 gennaio 2021 per
atteggiamento offensivo 2021 (sanzionato con 10 giorni di esclusione
dalle attivita' ricreative e sportive per aver serbato un
atteggiamento arrogante e offensivo nei confronti del personale di
polizia penitenziaria, fatto per il quale l'interessato si e'
assunto, nell'immediatezza, la propria responsabilita' ed ha
presentato le proprie scuse), il percorso carcerario nel corso del
lungo periodo di detenzione e' sempre stato regolare e partecipativo
alle attivita' trattamentali, risultandosi cosi' integrato il
requisito della meritevolezza.
Essendo in espiazione reati ex art. 4-bis o.p., osserva il
Magistrato che si pone il problema di valutare il profilo della
pericolosita' del C. - persona che, secondo la nota 24 giugno 2020
della Prefettura di ..., Ufficio ordine e sicurezza pubblica, «ha
rivestito un ruolo dirigenziale all'interno del sodalizio,
subordinato solamente a M. C.; ha costituito l'alter ego del capo e
in caso di sua assenza si e' occupato direttamente in prima persona
sia nella gestione complessiva delle riscossioni del ratei usurari
sia soprattutto della attuazione delle minacce e delle violenze ai
danni delle vittime» - unicamente in relazione all'assenza di
collegamenti con la criminalita' organizzata avendo il C. visto
accertata (successivamente alla pronuncia della sentenza
costituzionale n. 253 del 2019) l'impossibilita' di una
collaborazione con la giustizia ex art. 4-bis comma 1-bis o.p. in
relazione al reato di sequestro di persona a scopo di estorsione.
Sul punto va evidenziato che se con una prima ordinanza del 24
maggio 2017 il Tribunale di sorveglianza di Venezia aveva rigettato
l'istanza di collaborazione impossibile in relazione al reato
associativo evidenziando che, nonostante la posizione verticistica
ricoperta in seno al clan, C. aveva sempre minimizzato il suo ruolo,
non fornendo indicazioni sulle sue conoscenze del traffico di droga
svolto dal gruppo in Campania e degli appartenenti al ... in contatto
con lui, con la successiva ordinanza del 19 febbraio 2020 il
Tribunale di sorveglianza Venezia dato atto che il C. aveva gia'
espiato la porzione di pena riferibile al reato associativo,
riconosceva la collaborazione: impossibile con riferimento al reato
di sequestro di persona a scopo di estorsione la cui porzione di pena
era ancora in esecuzione. L'ordinanza in parola e' divenuta
definitiva in data 3 dicembre 2020 a seguito di declaratoria di
inammissibilita' del ricorso per cassazione presentato dalla Procura
generale presso la Corte d'appello di Venezia che sosteneva non
esservi interesse alla decisione in seguito alla sentenza n. 253/2020
della Corte costituzionale. Piu' precisamente, con ordinanza n.
17496/2020 la Corte di cassazione, dando continuita' alle piu'
recenti pronunce di legittimita', ha evidenziato che la sentenza n.
253/2020 della Corte costituzionale, introducendo una presunzione
relativa di pericolosita' e regole probatorie finalizzate ad
escludere non solo la attualita' di collegamenti con la criminalita'
organizzata ma anche il pericolo di ripristino di siffatti
collegamenti, «non riguarda le disposizioni in tema di collaborazione
impossibile che restano vigenti nella loro distinta portata
precettiva, sia in ragione della diversita' parziale delle regole
dimostrative della assenza di pericolosita', sia in ragione della
differenza ontologica che riveste l'accertamento in positivo della
impossibilita' della collaborazione».
Secondo l'orientamento che appare ormai consolidato della suprema
Corte di cassazione, sposato anche nel caso di specie e da ritenere
per questo Magistrato «diritto vivente», si giustificano due regimi
di valutazione della pericolosita' dei condannati per reati ex art.
4-bis o.p. che non abbiano collaborato con la giustizia.
A fronte della possibilita' generale introdotta dalla Corte
costituzionale per il condannato ex art. 4-bis o.p. di accedere al
permesso premio previa verifica della assenza di collegamenti con la
criminalita' organizzata e del pericolo di ripristino, per i
collaboranti «impossibili» o «inesigibili» il Magistrato si dovrebbe
limitare a valutare la sola sussistenza di rapporti attuali con il
contesto malavitoso come prescritto dall'art. 4-bis, comma 1-bis,
o.p., senza estendere la verifica all'aspetto prognostico tipico
della valutazione di pericolosita', ossia alla verifica del pericolo
di ripristino di collegamenti con la criminalita' organizzata come
invece previsto dall'art. 4-bis, comma 1, o.p. per tutti gli altri
condannati che non abbiano collaborato con la giustizia (motivo per
il quale persisterebbe l'interesse all'accertamento della
collaborazione impossibile o inesigibile, come affermato del resto
proprio nel caso in esame).
Questo Magistrato ritiene che l'art. 4-bis, comma 1-bis, o.p.,
interpretato nel senso che - anche dopo la pronuncia della Corte
costituzionale n. 253 del 2019 - sia consentito ai condannati non
collaboranti di accedere alla collaborazione impossibile o
inesigibile per vedere valutati i permessi premio con il
diversificato regime di valutazione della pericolosita', si traduca
in una norma penale irragionevole e pertanto contrastante con l'art.
3 della Costituzione;
Ma prima ancora, questo Magistrato ritiene che la
differenziazione del regime di valutazione della pericolosita' nei
casi di collaborazione impossibile o inesigibile, rispetto alle
ipotesi riguardanti condannati non collaboranti, nei termini sopra
esposti (3) , sia irragionevole per entrambe le categorie e si
risolva in lettura non costituzionalmente orientata del disposto
introdotto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 253 del 2019.
Ne deriva, peraltro, una irragionevole limitazione per il giudice di
sorveglianza, impossibilitato ad effettuare una valutazione
individualizzata e concreta della pericolosita' del singolo
condannato che, per qualsiasi voglia ragione, non collabori con la
giustizia. Infatti, si ritiene che la valutazione giurisdizionale,
per essere conforme al noto principio di individualizzazione della
fase esecutiva della pena (art. 27, comma 3, Cost.), debba essere
parametrata anche all'effettivo spessore criminale del singolo
detenuto. Discostandosi da questi principi, l'attuale regime
introdotto dal diritto vivente e come esplicitato, tra le altre,
nella sentenza della Corte di cassazione n. 5553 del 2020 differenzia
tra:
detenuti per cui sussista un margine di utile collaborazione
con la giustizia, in relazione ai quali si richiedono rafforzati
oneri di allegazione e di prova correlati all'«assenza di un pericolo
di ripristino di collegamenti» che viene interpretato come requisito
autonomo e aggiuntivo rispetto a quello dell'«assenza di collegamenti
attuali con la criminalita' organizzata» di cui all'art. 4-bis, comma
1-bis o.p., peraltro di difficile concretizzazione pratica: «...li'
dove vi sia l'opzione del silenzio la dimostrazione probatoria e' -
come si e' notato - piu' complessa ed include il parametro aggiuntivo
(sia pure di problematica aderenza a canoni epistemiologici basati
sulla materialita' dell'oggetto della prova), della assenza del
pericolo di ripristino di tali collegamenti» (cosi' la Corte di
legittimita' nella sentenza citata);
detenuti che, pur silenti, abbiano visto accertata la
impossibilita' o inesigibilita' della collaborazione in relazione ai
quali si ritiene sufficiente la prova dell'«assenza di collegamenti
attuali con la criminalita' organizzata» (senza necessita' di
valutare il pericolo di ripristino dei collegamenti e senza tener
conto dell'effettivo spessore criminale rivestito dal condannato
nonche' dell'atteggiamento soggettivo manifestato).
Di seguito, pertanto, verranno illustrati i passaggi
argomentativi che conducono a ritenere rilevante e non manifestamente
infondata la questione di legittimita' dell'art. 4-bis, comma 1-bis,
o.p. cosi' come interpretato dall'orientamento prevalente della Corte
di cassazione, per contrasto con gli articoli 3 e 27, comma 3, Cost.
La genesi della collaborazione c.d. impossibile.
Come e' noto, l'art. 4-bis, comma 1, o.p., come modificato
dall'art. 15 del decreto-legge n. 306 del 1992, prevede come regola,
per i condannati di reati di criminalita' organizzata, che l'accesso
ai benefici penitenziari (tra i quali, fino alla pronuncia della
Corte costituzionale, anche i permessi premio) sia condizionato al
fatto che il condannato abbia collaborato attivamente con l'autorita'
giudiziaria a norma dell'art. 58-ter o.p.
La norma pone una preclusione assoluta nel presupposto che «e'
solo la scelta collaborativa ad esprimere con certezza quella
volonta' di emenda che l'intero ordinamento penale deve tendere a
realizzare».
L'art. 4-bis, comma 1-bis, o.p. consente, peraltro, l'accesso ai
benefici nelle ipotesi di collaborazione inesigibile per la limitata
partecipazione del condannato al fatto criminoso e di collaborazione
impossibile per l'integrale accertamento dei fatti, sempre che venga
accertata l'assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata.
Con la citata disposizione normativa, il legislatore ha recepito
le indicazioni del Giudice delle leggi fornite dalle sentenze 1°
marzo 1995, n. 68 e 27 luglio 1994, n. 357 con cui si e' dichiarata
la illegittimita' costituzionale dell'art. 4-bis o.p. nella parte in
cui non consentiva al condannato di accedere ai benefici penitenziari
nelle ipotesi in cui non vi fosse margine per un'utile collaborazione
con la giustizia. Tale evenienza, in particolare, si verifica nelle
ipotesi in cui la sentenza di merito abbia garantito una piena
ricostruzione fattuale della vicenda criminosa oppure nei casi in cui
il patrimonio conoscitivo del condannato non gli consenta di
collaborare.
La ratio della disposizione, ben manifestata nella stessa
sentenza n. 68/1995 della Corte costituzionale, e' quella di evitare
di frustrare inutilmente il precetto sancito dall'art. 27 della
Costituzione richiedendo come presupposto, per l'applicazione di
istituti funzionali alla rieducazione del condannato, un
comportamento che obiettivamente non puo' essere prestato (ad
impossibilia nemo tenetur).
In queste ipotesi, peraltro, la concessione del beneficio e'
subordinata alla acquisizione, da parte del Giudice investito della
richiesta dell'istituto premiale, di elementi indicativi della
assenza di un collegamento con la criminalita' organizzata sulla base
di una presunzione di permanenza della pericolosita'; ne consegue un
meccanismo di inversione dell'onere della prova che richiede al
detenuto, in caso di informazioni di polizia che non diano conto di
elementi positivi di distacco dall'ambiente criminale di provenienza,
di dimostrare la insussistenza di collegamenti con la criminalita'
organizzata.
Gli orientamenti post sentenza n. 253 del 2019.
Com'e' noto, con sentenza n. 253 del 2019 la Corte costituzionale
ha dichiarato che il sistema delineato dagli articoli 4-bis, comma 1,
e 58-ter o.p. e' costituzionalmente illegittimo nella parte in cui si
non prevede che, ai detenuti per i delitti commessi avvalendosi delle
condizioni previste dall'art. 416-bis codice penale ovvero al fine di
agevolare l'attivita' delle associazioni in esso previste, possano
essere concessi permessi premio anche in assenza di collaborazione
con la giustizia, allorche' siano stati acquisiti elementi tali da
escludere sia l'attualita' di collegamenti con la criminalita'
organizzata sia il pericolo del ripristino di tali legami malavitosi.
Ne deriva che la condanna per taluno dei reati contemplati dalla
citata disposizione dell'ordinamento penitenziario consente di
fondare una mera presunzione relativa, di tal che il Giudice puo'
considerare altri elementi rilevanti, in concreto, per la concessione
dei permessi premio.
Mentre l'ammissione al lavoro all'esterno e l'accesso alle misure
alternative alla detenzione e' possibile solo se il condannato
collabori utilmente con la giustizia (salve le ipotesi di
collaborazione impossibile o inesigibile quali eccezioni alla regola
generale), con riferimento ai permessi premio la regola generale e',
oggi, quella per cui l'accesso ai medesimi e' consentito a
prescindere dal fatto che vi sia stato accertamento della
collaborazione attiva, ferma restando la necessita' di una verifica .
della assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata e del
pericolo del loro ripristino.
Quanto alla problematica della sopravvivenza della disciplina
della collaborazione impossibile o irrilevante, di cui al comma 1-bis
dell'art. 4-bis o.p., a seguito della richiamata pronuncia del
Giudice delle leggi, l'ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale
della Corte di cassazione ritiene che le disposizioni in materia di
collaborazione impossibile continuano comunque ad applicarsi «sia in
ragione della diversita' parziale delle regole dimostrative della
assenza di pericolosita', sia in ragione di una percepibile
differenza ontologica tra le ipotesi dei collaboranti che scelgono di
non collaborare (comma 1) e coloro che invece non possono farlo
(comma 1-bis)» (Cass., sez. I, 28 gennaio 2020, n. 5553, Grasso;
cfr., nello stesso senso, Cassazione, sez. I, 24 settembre 2020, n.
31025, Vigerelli; Cassazione, sez. I, 14 settembre 2020, n. 31017,
Rotondale; Cassazione, sez. I, 14 settembre 2020, n. 29151,
Maccarrone).
A fronte della regola generale per cui il condannato puo'
accedere ai permessi premio previa verifica della assenza di
collegamenti attuali e del pericolo di ripristino, la Corte di
legittimita' ritiene giustificato l'interesse del detenuto a ottenere
l'accertamento della collaborazione impossibile in ragione della
«diversita' parziale delle regole dimostrative dell'assenza di
pericolosita'». Infatti, nel caso di accertamento
dell'inesigibilita'/impossibilita' della collaborazione, il
condannato puo' beneficiare di un'attenuazione del rigore previsto
sia per l'oggetto della prova (assenza di collegamenti attuali senza
necessita' di vagliare il pericolo di ripristino), sia per il regime
probatorio (rafforzato nel caso dell'art. 4-bis, comma 1, o.p. in
quanto esteso all'onere di fornire veri e propri elementi di prova a
sostegno dell'assenza di collegamenti e pericolo di ripristino, se le
informazioni pervenute dal comitato provinciale per l'ordine e la
sicurezza pubblica depongano in senso negativo).
Il tutto a fronte di «una percepibile differenza ontologica,
posto che l'accertamento in positivo della impossibilita' o
inesigibilita' della collaborazione consente di qualificare in
termini univoci la scelta del detenuto di non fornire informazioni
all'autorita' giudiziaria» (Cass. 10551/2020). Si dice: un conto e'
la posizione di «chi puo' collaborare ma soggettivamente non vuole
(silente per sua scelta), un conto e' la posizione di chi vuole
collaborare ma oggettivamente non puo' (silente suo malgrado)».
Sulla non manifesta infondatezza dei dubbi di legittimita'
costituzionale della disposizione normativa in esame dopo la sentenza
n. 253 del 2019 (4)
Come sopra evidenziato, la Corte di cassazione, dichiarando
inammissibile il ricorso proposto dalla Procura generale presso la
Corte d'appello di Venezia, ha imposto a questo Giudice di
interpretare l'art. 4-bis o.p., cosi' come rivisto alla luce della
sentenza n. 253 del 2019, nel senso di dare continuita' alla portata
precettava della collaborazione impossibile e di applicare il regime
probatorio «rafforzato» di cui al primo comma dell'art. 4-bis o.p. ai
soli condannati che, pur potendo collaborare, scelgono di non farlo.
Tale conclusione non pare ragionevole in quanto, come gia'
evidenziato, non si ravvede una base argomentativa razionale per una
differenziazione nella valutazione della pericolosita' e quindi per
escludere un regime probatorio unitario che consenta al magistrato di
sorveglianza una individualizzazione del vaglio di pericolosita' sia
con riferimento ai condannati per reati di cui all'art. 4-bis o.p.
non collaboranti sia con riguardo ai condannati appartenenti alla
categoria dei collaboranti c.d. «impossibili» o «inesigibili».
Occorre evidenziare, infatti, che l'accertamento della
collaborazione impossibile nulla esprime in merito all'atteggiamento
soggettivo del singolo condannato (effettiva volonta' di collaborare,
da escludersi nel caso di condannato non resipiscente e non
penitente, come nel caso in esame) e, piu' in generale, al profilo di
pericolosita' concreta del singolo condannato in relazione alla
posizione apicale o marginale rivestita all'interno della
organizzazione criminale (si veda, in questi termini, la gia'
richiamata Cassazione, sez. I, 23 gennaio 2017, n. 3263). Ed e'
proprio per tale ragione che non vi e' alcuna ragione per escludere
il «collaboratore impossibile» (in particolare quello che continui a
tenere un atteggiamento non penitente e che abbia rivestito
nell'organizzazione criminale un ruolo apicale, come nel caso in
esame) dal meccanismo probatorio delineato dalla Corte costituzionale
per quanti mantengano il silenzio c.d. qualificato, interpretato nel
senso che si andra' ad evidenziare.
Se e' ragionevole ipotizzare una presunzione di collegamento con
la criminalita' organizzata nei confronti di chi, pur potendo
parlare, tace non e' altrettanto ragionevole ritenere escluso o
affievolito siffatto collegamento per il solo fatto che l'interessato
sia stato destinatario di una sentenza che abbia consentito
l'integrale accertamento dei fatti di reato posti a fondamento della
pronuncia di condanna passata in giudicato. Cio', si ribadisce, vale
a maggior ragione per quelle ipotesi in cui il condannato non abbia
mai collaborato con la giustizia ed abbia, al contempo, dimostrato la
volonta' di non collaborare (come nel caso di negazione dei fatti di
reato).
In conclusione, l'argomentazione su cui si fonda la
differenziazione del regime della pericolosita' «l'accertamento in
positivo della impossibilita' o inesigibilita' della collaborazione
consente di qualificare in termini univoci la scelta del detenuto di
non fornire informazioni all'autorita' giudiziaria» non ha fondamento
se si considera che, come gia' evidenziato, rimane estraneo alla
verifica dell'accertamento della collaborazione impossibile (oltre
che inesigibile) qualsivoglia verifica sull'atteggiamento soggettivo
del detenuto e, in particolare, sulla circostanza che egli voglia
effettivamente collaborare, rilevando unicamente il solo dato
oggettivo dell'impossibilita' della collaborazione. Anzi, puo'
capitare che l'atteggiamento soggettivo delle due diverse figure di
non collaboranti sia identico, perche' anche chi si vede accertata la
collaborazione impossibile puo' non voler collaborare (come nel caso
di specie).
Ed invero, appare piu' corretto l'orientamento di alcune sentenze
che evidenziano come, in questi casi, il silenzio sia neutro, nel
senso che non e' dato sapere se il detenuto voglia o meno
collaborare.
E, allora, se e' possibile che il detenuto abbia la volonta' di
collaborare ma non sia in grado di farlo perche' la sentenza ha
operato una completa ricostruzione della vicenda criminosa o,
comunque, il suo patrimonio di conoscenze e' limitato, appare
altrettanto possibile che egli non abbia mai voluto collaborare e
continui a non volerlo fare.
L'orientamento in esame, dunque, porterebbe a valutare
diversamente, sotto il profilo della pericolosita', due situazioni
affini rappresentate da detenuti che - pure portatori di analoga
caratura criminale - mai hanno espresso la volonta' di collaborare.
Non e' da escludere, infatti, che un detenuto di elevatissima
caratura criminale che non abbia mai espresso alcuna volonta' di
collaborare possa vedersi riconosciuta la collaborazione impossibile,
a differenza di un condannato di spessore criminale piu' modesto.
Per contro, una valutazione in concreto potrebbe rivelare
addirittura una minore pericolosita' del soggetto che sceglie di non
collaborare pur potendolo fare (ad esempio perche' mosso dai timori
per la propria e l'altrui incolumita'), rispetto a quello che si
trova nell'impossibilita' di farlo ma che non lo avrebbe comunque
fatto (perche' si e' sempre rifiutato di farlo senza manifestare
alcun atteggiamento di distacco da logiche associative e magari
rivestendo all'interno dell'associazione criminosa un ruolo apicale).
In definitiva, non pare giustificarsi l'instaurazione del
procedimento volto all'accertamento della collaborazione impossibile
o inesigibile finalizzato, ora e per quanto riguarda i permessi
premio, ad una valutazione processualmente differenziata - e, nei
termini esposti piu' favorevole - dell'elemento della pericolosita'
criminale del singolo.
L'illustrato regime differenziato contrasta, inoltre, con il
principio di individualizzazione della risposta sanzionatoria
previsto dal terzo comma dell'art. 27 Cost., che deve accompagnare il
detenuto anche durante la fase di esecuzione della condanna divenuta
oramai definitiva. In questo senso, e' necessario che le valutazioni
esprimibili dalla magistratura di sorveglianza siano in grado di
valorizzare le specificita' di ogni singolo detenuto, senza
aprioristici ed astratti automatismi normativi. Invero, gia' il primo
comma dell'art. 13 o.p. stabilisce che «Il trattamento penitenziario
deve rispondere ai particolari bisogni della personalita' di ciascun
soggetto», con cio' esprimendo la necessita' di valorizzare ogni
elemento della struttura personologica del condannato e consentendo
(anche) ai magistrati di sorveglianza di adeguare gli istituti
predisposti dall'ordinamento penitenziario alle specifiche esigenze
trattamentali dei singoli condannati.
Per tali ragioni, si ritiene l'eliminazione del regime
differenziato imposto dal diritto vivente restituira' al magistrato
di sorveglianza, nei confronti di tutti i condannati per reati ex
art. 4-bis, comma 1, o.p. che intendano accedere al beneficio del
permesso premio, il potere di effettuare una valutazione
individualizzata della personalita', e quindi anche della
pericolosita', del singolo detenuto istante.
Soluzione alternativa rinvenibile nel sistema e impraticabilita' di
una interpretazione conforme.
Ritiene il Magistrato che sia possibile rinvenire nel sistema una
soluzione alternativa rispettosa dei parametri della costituzione,
come peraltro evidenziato da autorevole dottrina.
Avuto riguardo al gia' descritto scopo della disciplina contenuta
nel comma 1-bis dell'art. 4-bis o.p. (contenere le ipotesi di
presunzione assoluta di pericolosita' sociale in assenza di
collaborazione utile), e' ragionevole ritenere che la Corte
costituzionale, con la sentenza n. 253, abbia inteso estendere a
tutte le ipotesi di condannati non collaboranti il regime probatorio
in precedenza esistente nel nostro ordinamento, senza voler
introdurre - come invece sostiene il piu' recente indirizzo della
giurisprudenza di legittimita' - una pluralita' di regimi probatori
volti alla dimostrazione della sopravvenuta recisione dei legami con
gli ambienti associativi di appartenenza, con conseguente abrogazione
implicita in parte qua delle disposizioni in tema di collaborazione
impossibile o inesigibile (che restano vigenti e continuano ad avere
una portata percettiva originaria con riferimento ai benefici diversi
dal permesso premio).
A ben vedere, dalle stesse motivazioni della Corte
costituzionale, si ricava che per la concessione dei permessi premio
ai condannati non collaboranti viene ripristinato il regime
probatorio originariamente formulato nel decreto-legge n. 152 del
1991: «... prima dell'introduzione del decisivo requisito della
collaborazione con la giustizia, l'art. 1 del decreto-legge n. 152
del 1991, come convertito, gia' stabiliva, per i reati della "prima
fascia" (comprendenti l'associazione di tipo mafioso, i relativi
"delitti-satellite", il sequestro di persona a scopo di estorsione e
l'associazione finalizzata al narcotraffico), che l'accesso a taluni
benefici previsti dall'ordinamento penitenziario fosse possibile alla
stregua di un parametro probatorio particolarmente elevato, cioe'
solo se fossero stati acquisiti "elementi tali da escludere
l'attualita' di collegamenti con la criminalita' organizzata o
eversiva"; [...] In tale contesto, l'acquisizione di stringenti
informazioni in merito all'eventuale attualita' di collegamenti con
la criminalita' organizzata (a partire da quelli di natura
economico-patrimoniale) non solo e' criterio gia' rinvenibile
nell'ordinamento (sentenze n. 40 del 2019 e n. 222 del 2018) - nel
caso di specie, nella stessa disposizione di cui e' questione di
legittimita' costituzionale (sentenza n. 236 del 2016) - ma e'
soprattutto criterio costituzionalmente necessario (sentenza n. 242
del 2019) per sostituire in parte qua la presunzione assoluta
caducata, alla stregua dell'esigenza di prevenzione della
"commissione di nuovi reati" (sentenze n. 211 del 2018 e n. 177 del
2009) sottesa ad ogni previsione di limiti all'ottenimento di
benefici penitenziari (sentenza n. 174 del 2018)».
La Corte costituzionale evidenzia che l'accostamento del
requisito dell'esclusione dell'attualita' dei rapporti (gia' previsto
nel comma 1-bis) all'ulteriore prova dell'esclusione del pericolo di
ripristino dei collegamenti medesimi - «tenuto conto delle concrete
circostanze personali e ambientali» - costituisce un «aspetto
logicamente collegato al precedente, del quale condivide il carattere
necessario alla luce della Costituzione, al fine di evitare che il
gia' richiamato interesse alla prevenzione della commissione di nuovi
reati, tutelato dallo stesso art. 4-bis ordin. penit., finisca per
essere vanificato». Come pure osservato da una certa parte della
dottrina, la valutazione circa l'assenza del pericolo di ripristino
dei collegamenti potrebbe essere letto come la concreta declinazione,
per gli autori di reati della criminalita' organizzata, del requisito
dell'assenza di pericolosita' sociale, da valutare - in senso
prognostico e probabilistico - ai fini della concessione del
beneficio di cui all'art. 30-ter o.p.
Secondo tali argomentazioni, l'assenza del pericolo del
ripristino era requisito gia' valutabile dal magistrato di
sorveglianza che si trovava a valutare la concedibilita' del permesso
ai sensi del comma 1-bis dell'art. 4-bis o.p., anche per la
considerazione logica per cui, rispetto a un condannato per reati di
criminalita' organizzata di stampo mafioso che abbia trascorso un
significativo periodo di detenzione carceraria, il problema
principale che si pone, piu' che quello relativo alla sussistenza
attuale di collegamenti con la criminalita' organizzata spesso da
escludere soprattutto nei casi di condannati non sottoposti a regime
ex art. 41-bis op, e' proprio quello del pericolo di ripristino dei
collegamenti.
Questo Magistrato ritiene che la sentenza n. 253 del 2019 della
Corte costituzionale dovrebbe essere intesa nel senso di rendere
applicabili le regole dimostrative della assenza di pericolosita' di
cui al comma 1-bis a tutti i condannati non collaboranti, senza
distinzione tra condannati che scelgono di non collaborare e
condannati che non possono collaborare, con effetto abrogativo del
disposto dell'art. 4-bis, comma 1-bis nella parte relativa ai
permessi premio.
L'interpretazione offerta e' stata seguita da un primissimo
orientamento della Corte di cassazione che affermava come, a seguito
della sentenza della Corte costituzionale doveva negarsi la
persistenza dell'interesse alla collaborazione impossibile o
inesigibile poiche' il presupposto della collaborazione impossibile o
inesigibile era stato introdotto nell'ordinamento quale sorta di
contraltare alla collaborazione effettiva con la giustizia nei casi
in cui la stessa non fosse utilmente praticabile: «... Una volta
venuta meno l'assoluta necessita' della sussistenza di quest'ultima
per poter accedere al permesso premio viene a perdere giustificazione
anche la prima» (sentenza n. 3309 del 2020, ric. Spampinato; nello
stesso senso: Cassazione, sez. I, 13 dicembre 2019, n. 1636, Marrone;
Cassazione, sez. I, 10 dicembre 2019, n. 7931, Triglia).
Tuttavia, tale soluzione e' stata superata dall'orientamento
contrario della perdurante vigenza di un regime differenziato tra
comma 1 e comma 1-bis dell'art. 4-bis o.p. adottato da tutte le
successive sentenze della Corte di cassazione sino a divenire un
orientamento oramai stabilizzato.
Si richiamano sul punto le sentenze della Corte di cassazione
sez. V, 22 ottobre 2020, (ud. 22 ottobre 2020, dep. 21 dicembre
2020), n. 36887, Cassazione sez. I, 24 settembre 2020, (ud. 24
settembre 2020, dep. 6 novembre 2020), n. 31025, Cassazione sez. I,
22 giugno 2020, (ud. 22 gigno 2020, dep. 21 ottobre 2020), n. 29140 e
n. 29141, Cassazione sez. I, 24 settembre 2020, (ud. 24 settembre
2020, dep. 21 ottobre 2020), n. 29151, Cassazione sez. I, 12 dicembre
2019, (ud. 12 dicembre 2019, dep. 23 marzo 2020), n. 10551 Cass. sez.
I, 28 gennaio 2020, (ud. 28 gennaio 2020, dep. 12 febbraio 2020), n.
5553, tutte concordi nel ritenere che «il dictum della Consulta abbia
eliminato il procedimento di accertamento ex art. 4-bis, comma 1-bis
ord. pen. anche in relazione alla materia dei permessi premio,
osservandosi come il novum portato dalla decisione costituzionale sia
quello di aver introdotto una opzione decisoria aggiuntiva, rispetto
a quelle gia' esistenti, e che il condannato puo' chiedere di
attivare». In tal senso «la decisione della Corte costituzionale non
riguarda ... le disposizioni in terna di collaborazione impossibile o
inesigibile (tenute espressamente al di fuori dell'oggetto del
giudizio)...».
In tale quadro giurisprudenziale, univoco e solido
nell'interpretazione del dettato dell'art. 4-bis o.p. come esitato
dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 253/2019, non appare
praticabile una diversa interpretazione che consenta di superare i
dubbi di legittimita' costituzionale gia' evidenziati.
Inoltre, nel caso di specie, ogni opzione interpretativa
alternativa e' preclusa dal fatto che tale orientamento e' stato
recepito dalla Corte di cassazione con l'ordinanza del 3 dicembre
2020 che si e' espressa nel presente procedimento dichiarando
espressamente l'inammissibilita' del reclamo della Procura generale
che aveva sostenuto l'orientamento contrario citato.
Per le esposte motivazioni e data l'impossibilita' di fornire
un'interpretazione conforme al dato costituzionale dell'art. 4-bis
o.p. per come interpretato dalla suprema Corte di cassazione (anche
nel caso de quo), questo Giudice ritiene di sollevare la questione di
legittimita' costituzionale con riferimento agli articoli 3 e 27,
comma 3 della Costituzione nella parte in cui, ai fini della
concessione del permesso premio, richiede un doppio binario,
diversificando la posizione di chi esprima la scelta di non
collaborare rispetto a colui che si trovi nella condizione di non
poterlo fare.
Sulla rilevanza della questione.
Gli esposti dubbi di legittimita' costituzionale manifestano la
loro rilevanza nel caso di specie posto che, secondo
l'interpretazione accolta dalla Corte di cassazione in sede di
dichiarazione di inammissibilita' del ricorso avanzato dalla Procura
generale, questo Magistrato, investito dell'istanza di permesso
premio da parte del sig. C., condannato per reati di cui all'art.
4-bis, comma 1, o.p., dovrebbe limitarsi, a fronte dell'accertamento
della collaborazione impossibile operata dal Tribunale di
sorveglianza di Venezia, a valutare la sussistenza di collegamenti
attuali tra l'istante e la criminalita' organizzata secondo il
diverso, e piu' favorevole regime delineato dall'art. 4-bis, comma
1-bis o.p. Tale conclusione esprime la propria irragionevolezza se
raffrontata con l'opera valutativi che il Giudice di sorveglianza e'
chiamato ad effettuare - a seguito della sentenza costituzionale n.
253 del 2019 - nei confronti della restante generalita' dei
condannati non collaboranti ex art. 4-bis, comma 1 o.p., in relazione
ai quali l'accesso ai permessi premio e' subordinato non solo alla
verifica dell'assenza di collegamenti attuali con il crimine
organizzato ma anche della mancanza di un pericolo di ripristino dei
collegamenti stessi.
Tale conclusione si impone nel caso di specie in quanto il sig.
C., esponente di vertice dell'associazione camorristica insediatasi
nel padovano, avendo espiato la quota parte di pena relativa ai
restanti delitti, ha ottenuto l'accertamento della collaborazione
impossibile limitatamente al delitto di sequestro a scopo di
estorsione posto in essere ai danni di B. M. e del figlio A. Trattasi
di reato realizzato nell'ambito delle attivita' illecite del gruppo
malavitoso in relazione al quale la sentenza della Corte d'assise
appello di Venezia del 21 febbraio 2014 ha accertato compiutamente,
senza lasciare elementi insoluti, la specifica vicenda criminosa.
Quanto all'atteggiamento del C. in merito alla sua appartenenza
al gruppo di stampo mafioso, egli continua a minimizzare il suo
ruolo, non fornendo indicazioni utili in relazione alle sue
conoscenze in merito al traffico di droga svolto dal gruppo
camorristico in Campania e all'individuazione degli appartenenti al
... che si sono posti in contatto con lui.
Tanto esposto, questo Giudice ritiene che l'interpretazione della
Corte di cassazione volta ad introdurre un regime probatorio
differenziato sia ancor piu' irragionevole in quelle ipotesi, come
quelle del caso in esame, in cui risultano in espiazione reati
caratterizzati dalla stessa eguale connotazione ostativa e in cui si
giustificherebbe il medesimo vaglio della sussistenza di un pericolo
di ripristino di collegamenti con la criminalita' organizzata.
L'interpretazione del dato normativo offerta dalla suprema Corte
di cassazione nell'odierno procedimento difetta, in definitiva, di
eccessiva astrattezza e finisce per creare automatismi e presunzioni
processuali che, in materia di permessi premio ex art. 30-ter o.p.,
sono stati abbandonati dalla Corte costituzionale proprio con la
citata sentenza n. 253 del 2019.
Tanto esposto, infine, pare opportuno sottolineare che l'odierna
questione di legittimita' e' volta solo apparentemente a richiedere
una pronuncia in malam partem - in ogni caso ammissibile secondo
l'insegnamento della Corte costituzionale da ultimo ribadito con la
sentenza n. 236 del 2018 - nei confronti dei condannati non
collaboranti. Difatti, questo Giudice ritiene che il venir meno del
regime differenziato della valutazione della pericolosita' ora
legittimato dall'art. 4-bis comma 1-bis o.p., restituira' al
magistrato di sorveglianza, nei confronti di tutti i condannati per
reati ex art. 4-bis, comma 1, o.p. che intendano accedere al permesso
premio, il potere di effettuare una valutazione omogenea e
individualizzata della pericolosita' del detenuto non collaborante
(suo malgrado o comunque renitente), con la possibilita' di indagare
anche le ragioni che hanno indotto lo stesso a scegliere il silenzio
e con un metro di giudizio unitario, utilizzando un sistema
valutativo non meno rispetto a quello preesistente, risalente al
decreto-legge n. 152 del 1991 e che potra' intendersi operante anche
per i condannati che non abbiano vista accertata la collaborazione
impossibile. Si sottolinea in questo senso che la riconosciuta
costituzionalita' del regime unitario consentirebbe una valutazione
individualizzata volta anche perimetrare la vigente «probatio
diabolica» («di problematica aderenza a canoni epistemologici basati
sulla materialita' dell'oggetto della prova» cfr. Cassazione, sez. I
pen, 28 gennaio 2020, n. 5553) richiesta ai fini della dimostrazione
dell'assenza del pericolo di ripristino dei collegamenti con la
criminalita' organizzata, cosi' come attualmente interpretato dalla
suprema Corte di cassazione con riferimento ai condannati non
collaboranti ex art. 4-bis, comma 1 o.p.

__________

(1) Reato per il quale, come si andra' ad evidenziare, ha visto
accertata la impossibilita' della collaborazione ex art. 4-bis,
comma 1-bis o.p.

(2) Reato per il quale, come si andra' ad evidenziare, ha visto
rigettata la richiesta di accertamento della impossibilita' della
collaborazione.

(3) Concedibilita' del permesso previa acquisizione di elementi tali
da escludere l'attualita' di collegamenti con la criminalita'
organizzata, terroristica o eversiva in deroga alla regola
generale come introdotta a seguito della pronuncia della Corte
costituzionale n. 253 del 2019, che richiede l'acquisizione di
elementi tali da escludere l'attualita' di collegamenti con la
criminalita' organizzata terroristica o eversiva e il pericolo di
ripristino degli stessi.

(4) Ovverosia dell'art. 4-bis, comma 1-bis nella parte in cui
consente di accedere alla collaborazione impossibile o
inesigibile per accedere ai permessi premio previa valutazione
della «assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata» o
comunque di accedere ai permessi premio previa valutazione della
«assenza di collegamenti con la criminalita' organizzata»,
interpretato il disposto, dopo la sentenza della Corte
costituzionale n. 253/2019, nei termini sopra indicati.



 

 


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