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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 47 del 18-11-2020

N. 236 SENTENZA 21 ottobre - 12 novembre 202

N. 236 SENTENZA 21 ottobre - 12 novembre 2020 Giudizio di legittimita' costituzionale in via principale. Sicurezza pubblica - Norme della Regione Veneto - Promozione della civile e ordinata convivenza nelle citta' e nel territorio - Riconoscimento e sostegno della funzione sociale del controllo di vicinato - Violazione della competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e sicurezza e del relativo coordinamento amministrativo tra Stato e Regioni - Illegittimita' costituzionale. - Legge della Regione Veneto 8 agosto 2019, n. 34, intero testo. - Costituzione, artt. 117, secondo comma, lettere g) e h), e 118, terzo comma. (T-200236) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.47 del 18-11-2020

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimita' costituzionale della legge della
Regione Veneto 8 agosto 2019, n. 34 (Norme per il riconoscimento ed
il sostegno della funzione sociale del controllo di vicinato
nell'ambito di un sistema di cooperazione interistituzionale
integrata per la promozione della sicurezza e della legalita'), e, in
via subordinata, degli artt. 1, 2, commi 2, 3 e 4, 3, comma 2,
lettera b), 4, comma 1, lettera a), e 5 della medesima legge
regionale, promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con
ricorso notificato l'8-11 ottobre 2019, depositato in cancelleria il
15 ottobre 2019, iscritto al n. 107 del registro ricorsi 2019 e
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 47, prima
serie speciale, dell'anno 2019.
Visto l'atto di costituzione della Regione Veneto;
udito nell'udienza pubblica del 20 ottobre 2020 il Giudice
relatore Francesco Vigano';
uditi l'avvocato dello Stato Leonello Mariani per il Presidente
del Consiglio dei ministri e l'avvocato Andrea Manzi per la Regione
Veneto;
deliberato nella camera di consiglio del 21 ottobre 2020.

Ritenuto in fatto

1.- Con ricorso notificato l'8-11 ottobre 2019 e depositato il 15
ottobre 2019, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato
e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, ha impugnato - tanto
nella sua interezza che, in via subordinata, negli artt. 1, 2, commi
2, 3 e 4; 3, comma 2, lettera b); 4, comma 1, lettera a); e 5 - la
legge della Regione Veneto 8 agosto 2019, n. 34 (Norme per il
riconoscimento ed il sostegno della funzione sociale del controllo di
vicinato nell'ambito di un sistema di cooperazione interistituzionale
integrata per la promozione della sicurezza e della legalita'),
assumendone complessivamente il contrasto con gli artt. 117, secondo
comma, lettere g) e h), e 118, terzo comma, della Costituzione.
1.1.- Il ricorso da' conto, anzitutto, del contenuto della legge
regionale impugnata.
L'art. 1 impegna la Regione a stimolare la collaborazione fra
amministrazioni statali, istituzioni locali e societa' civile «al
fine di sostenere processi di partecipazione alle politiche pubbliche
per la promozione della sicurezza urbana ed integrata, di
incrementare i livelli di consapevolezza dei cittadini circa le
problematiche del territorio e di favorire la coesione sociale e
solidale».
Tali finalita' vengono perseguite dalla legge regionale in
questione mediante il riconoscimento e il sostegno del «controllo di
vicinato», definito dal comma 2 dell'art. 2 come «quella forma di
cittadinanza attiva che favorisce lo sviluppo di una cultura di
partecipazione al tema della sicurezza urbana ed integrata per il
miglioramento della qualita' della vita e dei livelli di coesione
sociale e territoriale delle comunita', svolgendo una funzione di
osservazione, ascolto e monitoraggio, quale contributo funzionale
all'attivita' istituzionale di prevenzione generale e controllo del
territorio», precisandosi altresi' che «[n]on costituisce comunque
oggetto dell'azione di controllo di vicinato l'assunzione di
iniziative di intervento per la repressione di reati o di altre
condotte a vario titolo sanzionabili, nonche' la definizione di
iniziative a qualsivoglia titolo incidenti sulla riservatezza delle
persone».
Il successivo comma 3 dell'art. 2 precisa che «[i]l controllo di
vicinato si attua attraverso una collaborazione tra Enti locali,
Forze dell'Ordine, Polizia Locale e con l'organizzazione di gruppi di
soggetti residenti nello stesso quartiere o in zone contigue o ivi
esercenti attivita' economiche, che, in conformita' alla presente
legge, integrano l'azione dell'amministrazione locale di appartenenza
per il miglioramento della vivibilita' del territorio e dei livelli
di coesione ed inclusione sociale e territoriale», mentre il comma 4
attribuisce alla Giunta regionale il compito di promuovere «la
stipula di accordi o protocolli di intesa per il controllo di
vicinato con gli Uffici Territoriali di Governo da parte degli enti
locali in materia di tutela dell'ordine e sicurezza pubblica, nei
quali vengono definite e regolate le funzioni svolte da soggetti
giuridici aventi quale propria finalita' principale il controllo di
vicinato, secondo la definizione di cui alla presente legge. Ove
ricorrano le condizioni, viene sostenuto il coinvolgimento dei
soggetti giuridici di cui al presente comma, nelle forme previste nei
Patti per la Sicurezza Urbana», di cui al decreto-legge 20 febbraio
2017 n. 14, convertito, con modificazioni, nella legge 18 aprile 2017
n. 48.
L'art. 3 della legge regionale impugnata affida nuovamente alla
Giunta regionale il compito di «favorire la conoscenza, lo sviluppo e
il radicamento nel territorio del controllo di vicinato e delle
relative iniziative», mediante la definizione di programmi di
intervento in una serie di ambiti, tra cui: «attivita' di ricerca,
documentazione, comunicazione ed informazione circa le azioni
realizzate e di analisi sui risultati conseguiti, con particolare
riguardo al livello di impatto sulla sicurezza nel contesto di
riferimento» (comma 2, lettera b).
Per l'attuazione di tali interventi di promozione e sostegno del
controllo di vicinato, l'art. 4, comma 1, lettera a), prevede che la
Giunta regionale si confronti «con gli enti locali e con soggetti
giuridici aventi quale propria finalita' statutaria principale il
controllo di vicinato, individuati prioritariamente tra i gruppi di
controllo che collaborano all'attuazione dei protocolli di intesa tra
le amministrazioni comunali e gli Uffici territoriali di Governo».
L'art. 5, rubricato «Analisi del sistema di controllo di
vicinato», prevede, infine, che la Giunta regionale, «al fine di
incentivare e sostenere la diffusione del controllo di vicinato»,
promuova «altresi' la creazione di una banca dati, che raccolga le
misure attuative dei protocolli di intesa e dei patti per la
sicurezza urbana sottoscritti nel territorio regionale che prevedano
forme di coinvolgimento di vicinato. Tale banca dati consentira' la
gestione degli elementi informativi sul sistema provenienti dagli
enti locali che svolgono attivita' di controllo di vicinato; a tal
fine, la Giunta regionale stipula intese con gli enti locali e con i
soggetti istituzionali competenti in materia di ordine e sicurezza
pubblica» (comma 1). «La banca dati consentira' la definizione di
analisi sull'evoluzione dell'efficacia del controllo di vicinato e
sulla situazione concernente le potenziali tipologie di reati ed il
loro impatto sul sistema territoriale» (comma 2).
1.2.- Come anticipato, il Presidente del Consiglio dei ministri
impugna anzitutto l'intero testo della legge regionale n. 34 del
2019, ritenendolo incompatibile con:
- l'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., che preclude in
radice al legislatore regionale la disciplina dell'ordine pubblico e
della sicurezza;
- l'art. 118, terzo comma, Cost., che riserva il coordinamento in
detta materia al legislatore statale e, conseguentemente, preclude al
legislatore regionale l'introduzione di regole di coordinamento
interistituzionale;
- l'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., che riserva al
legislatore statale l'ordinamento e l'organizzazione amministrativa
dello Stato e degli enti pubblici nazionali e, conseguentemente,
preclude al legislatore regionale di disporre delle competenze e
delle attribuzioni di organi e di uffici pubblici statali.
Secondo l'Avvocatura generale dello Stato, la legge dovrebbe
essere dichiarata nella sua interezza costituzionalmente illegittima,
stante la sua unitarieta' e organicita' nel disciplinare il controllo
di vicinato e la collaborazione interistituzionale in materia, che la
Regione non avrebbe competenza alcuna a disciplinare.
Ad avviso dell'Avvocatura generale dello Stato, la materia della
sicurezza, «a prescindere dalle forme nelle quali essa viene
declinata: sicurezza integrata o sicurezza urbana», formerebbe
«oggetto, al pari dell'ordine pubblico, di riserva di legislazione
statale (art. 117, comma 2, lettera h, Cost.): tant'e' vero che [...]
del tutto coerentemente la stessa Costituzione riserva allo Stato la
disciplina delle forme di coordinamento dell'attivita' dei pubblici
poteri - regioni comprese - nella suddetta materia (art. 118, comma
3, Cost.)».
Il ricorso illustra poi la «cornice normativa» statale entro cui
si collocherebbe la disciplina del controllo di vicinato oggetto
della legge regionale impugnata, soffermandosi sul gia' citato d.l.
n. 14 del 2017, come convertito, adottato espressamente in attuazione
dell'art. 118, terzo comma, Cost., quale esercizio del potere statale
di disciplinare «forme di coordinamento fra Stato e regioni» nella
materia dell'«ordine pubblico e sicurezza». Tale decreto-legge
avrebbe provveduto a regolamentare sia la materia, sia le forme di
coordinamento nella stessa, circoscrivendo, «con assoluta precisione,
il ruolo dei vari attori istituzionali - e, tra questi, e in primis,
quello delle regioni».
Analizzati i contenuti salienti del d.l. n. 14 del 2017, con
speciale riguardo ai moduli collaborativi ivi delineati in
riferimento alla «sicurezza integrata», l'Avvocatura generale dello
Stato ritiene che le misure regionali di sostegno al controllo di
vicinato di cui alla legge regionale impugnata non possano
rientrarvi. Cio' sia perche' il controllo di vicinato sarebbe
estraneo ai settori ivi elencati, sia «perche' una regolamentazione
per via legale del fenomeno contrasta, per il suo carattere
autoritativo ed unilaterale, con il modulo convenzionale che informa
l'intera materia sia, infine, perche' la "legificazione" del
controllo di vicinato eccede certamente l'ambito delle misure di
sostegno che, in base alla legge statale ed agli accordi che sono a
questa seguiti, le autonomie locali sono legittimate ad adottare in
un ambito [...] per principio precluso al legislatore regionale».
Ne' la disciplina regionale del controllo di vicinato potrebbe
farsi rientrare nel concetto di «sicurezza urbana» e nei moduli
cooperativi per essa stabiliti dallo stesso d.l. n. 14 del 2017.
Il controllo di vicinato atterrebbe invece alla materia della
sicurezza, come reso evidente dalla sua definizione da parte della
legge regionale impugnata, che lo qualifica come strumento di
prevenzione generale e controllo del territorio, e, dunque, quale
strumento di prevenzione, anche criminale. Esso avrebbe pertanto
potuto, eventualmente, trovare riconoscimento e disciplina
«nell'ambito degli accordi e dei patti previsti dalla normativa
statale in materia di sicurezza», come delineata dal d.l. n. 14 del
2017, ma certo non per mano del legislatore regionale, «essendo [il]
coordinamento riservato alla legislazione statale la quale, con il
decreto-legge piu' volte citato, ha appunto previsto un complesso di
azioni e di interventi» da parte dei diversi soggetti istituzionali,
tutti orientati «all'attuazione di un sistema unitario ed integrato
di sicurezza per il benessere delle comunita' locali».
La legge regionale n. 34 del 2019 violerebbe infine la competenza
legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento e
organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici
nazionali, di cui all'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost.,
posto che, secondo la giurisprudenza costituzionale, «le forme di
collaborazione e di coordinamento che coinvolgono compiti e
attribuzioni di organi dello Stato non possono essere disciplinate
unilateralmente e autoritativamente dalle regioni, nemmeno
nell'esercizio della loro potesta' legislativa: esse debbono trovare
il loro fondamento o il loro presupposto in leggi statali che le
prevedano o le consentano, o in accordi tra gli enti interessati»
(sentenza n. 134 del 2004).
1.3.- In via subordinata, il Presidente del Consiglio dei
ministri impugna singole disposizioni della legge regionale in
questione.
In particolare, assume l'illegittimita' costituzionale dell'art.
1, dell'art. 2, commi 2, 3 e 4, nonche' dell'art. 4, comma 1, lettera
a), per avere il legislatore regionale definito in tali norme il
controllo di vicinato «quale contributo funzionale all'attivita'
istituzionale di prevenzione generale e controllo del territorio»,
stabilendo che detta forma di controllo «si attua attraverso una
collaborazione tra Enti locali, Forze dell'ordine, Polizia locale» e
societa' civile, e attribuendo a tal fine alla Giunta regionale il
potere di promuovere moduli negoziali tra Uffici territoriali di
Governo ed enti locali, previo confronto con questi ultimi e con le
associazioni aventi per finalita' statutaria principale il controllo
di vicinato. In questo modo, il legislatore regionale avrebbe
violato:
- l'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., in quanto,
trasformando «il controllo di vicinato in uno strumento di politica
criminale», tali disposizioni determinerebbero un'interferenza - non
solo potenziale - «nella disciplina statale di prevenzione e
repressione dei reati»;
- l'art. 118, terzo comma, Cost., in quanto tali norme
introdurrebbero regole di coordinamento interistituzionale riservate
al legislatore statale; nonche'
- l'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., in quanto le
stesse disposizioni prevedono, «anche se al solo fine di promuoverli,
la stipula di accordi dai quali deriveranno obblighi a carico dei
titolari e dei preposti ad organi ed uffici pubblici dello Stato»,
cosi' interferendo «nell'organizzazione amministrativa dello Stato e
dei suoi apparati».
Il Presidente del Consiglio dei ministri impugna poi l'art. 3,
comma 2, lettera b), della legge regionale in esame, dal momento che
tale disposizione, prevedendo programmi regionali nell'ambito delle
attivita' di «ricerca, documentazione, comunicazione ed informazione
circa le azioni realizzate e di analisi sui risultati conseguiti, con
particolare riguardo al livello di impatto sulla sicurezza nel
contesto di riferimento», violerebbe l'art. 117, secondo comma,
lettera h), Cost. perche' interferirebbe, anche solo potenzialmente,
sull'attivita' di organi statali competenti all'«analisi strategica
interforze dei fenomeni criminali ai fini del supporto dell'Autorita'
nazionale di pubblica sicurezza».
Infine, oggetto di impugnazione e' altresi' l'art. 5, che,
prevedendo la creazione di una banca dati in cui confluiscano, previa
intesa con i soggetti istituzionali competenti in materia di ordine e
sicurezza pubblica, anche dati finalizzati all'analisi dell'efficacia
del controllo di vicinato e della «situazione concernente le
potenziali tipologie di reati ed il loro impatto sul sistema
territoriale», violerebbe ancora l'art. 117, secondo comma, lettera
h), Cost., in ragione della «sovrapposizione» o quantomeno della
«interferenza con le banche dati formate e tenute dal Centro
elaborazione dati (CED) interforze istituito presso il Dipartimento
della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno ai sensi
dell'art. 7, comma 1, della legge n. 121/1981». La norma regionale
mirerebbe infatti a promuovere la costituzione «di una "banca dati"
parallela, alimentata dagli elementi informativi forniti da enti
locali che svolgono attivita' di controllo di vicinato, suscettibile,
ancora una volta, di interferire con l'attivita' degli organi statali
competenti». La stessa banca dati, del resto, «dovrebbe assolvere
anche all'ulteriore funzione di consentire "la definizione di
analisi... sulla situazione concernente le potenziali tipologie di
reati ed il loro impatto sul sistema territoriale"» (art. 5, comma
2), con cio' determinandosi, «in modo eclatante», l'invasione della
competenza esclusiva statale «in tema di prevenzione dei reati»,
discostandosi, peraltro, «da altre esperienze regionali che, nel
rispetto del riparto di competenze fissato dalla Costituzione e dalle
leggi ordinarie, hanno, invero, previsto la mera possibilita' per le
polizie locali di collegarsi alla banca dati del CED interforze».
Ne' sarebbe possibile un'interpretazione della disposizione
impugnata compatibile con il rispetto delle competenze esclusive
statali in materia, tesa a ridurre lo scopo della banca dati in
questione al solo monitoraggio delle attivita' svolte dagli enti
locali in attuazione dei protocolli di intesa e dei patti per la
sicurezza e verificarne gli effetti, posto che cio' risulterebbe
precluso dalla funzione attribuita alla banca dati dalla norma
censurata «di consentire analisi "sulla situazione concernente le
potenziali tipologie di reati ed il loro impatto sul sistema
territoriale"».
La difesa erariale conclude, sul punto, osservando come le linee
guida approvate dall'accordo in sede di Conferenza unificata del 26
luglio 2018 prevedano gia' «la possibilita' di costituire, nei comuni
sedi di circoscrizioni di decentramento amministrativo di cui
all'art. 17 del T.U.E.L. - decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267
- appositi Tavoli di Osservazione (TdO), regolamentati nei Patti per
la sicurezza, coordinati da dirigenti delle Prefetture e composti dai
presidenti delle circoscrizioni e dai responsabili delle
articolazioni delle Forze di polizia e delle polizie locali», con la
finalita' di individuare «azioni di prevenzione e di contrasto da
porre in essere con le risorse disponibili, anche attraverso momenti
di confronto con i comitati civici e gli altri soggetti esponenziali
degli interessi e dei bisogni delle "realta' di quartiere"». Secondo
l'Avvocatura generale dello Stato, in tali tavoli di osservazione
troverebbero espressione anche le istanze espresse da gruppi di
privati, con conseguente inutilita' della dalla banca dati prevista
dall'art. 5 impugnato.
2.- Con memoria dell'8 novembre 2019, depositata il 12 novembre
2019, si e' costituita in giudizio la Regione Veneto, la quale ha
chiesto che venga dichiarata l'inammissibilita' o, comunque,
l'infondatezza del ricorso appena illustrato, sia nella parte in cui
e' impugnata l'intera legge regionale n. 34 del 2019, sia nella parte
in cui sono impugnate le singole disposizioni sopra indicate.
2.1.- La difesa regionale eccepisce, anzitutto,
l'inammissibilita' delle censure dirette contro l'intera legge
regionale, limitandosi il ricorso governativo «ad asserire
tautologicamente la violazione della competenza esclusiva dello Stato
in materia di ordine pubblico e sicurezza e in materia di
organizzazione amministrativa statale, senza enucleare specifici
motivi di censura che involgano gli effetti precettivi della legge
regionale, considerata nella sua interezza ed unitarieta'».
Dall'inadeguatezza e genericita' delle motivazioni del ricorso,
deriverebbe l'inammissibilita' del primo motivo di impugnazione (e'
citata la sentenza di questa Corte n. 137 del 2019).
2.2.- Nel merito, la difesa regionale ritiene il ricorso
infondato.
La legge regionale impugnata sarebbe infatti diretta ad attuare
il d.l. n. 14 del 2017, il quale, all'art. 3, comma 2, consente alle
Regioni di sostenere iniziative e progetti volti ad attuare
interventi di promozione della sicurezza integrata «anche sulla base
degli accordi» tra Stato e Regioni (e Province autonome) previsti
dallo stesso articolo, con cio' implicitamente ammettendo che un tale
sostegno possa avvenire anche al di fuori di tali accordi, pur sempre
nell'esercizio di competenze di spettanza regionale.
Inoltre, la medesima legge regionale mirerebbe a promuovere la
sussidiarieta' orizzontale di cui all'art. 118, ultimo comma, Cost.,
sostenendo l'autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di
attivita' di interesse generale, quale, in particolare, l'interesse a
garantire vivibilita' e decoro dei luoghi in cui si vive, interesse
afferente alle «numerose competenze [regionali] in ambito sociale,
culturale ed economico». La necessita' di disciplinare il controllo
di vicinato sorgerebbe, in particolare, in quanto esso costituirebbe
«fenomeno sociale e culturale che gia' caratterizza diverse realta'
territoriali», anche in Veneto, come confermato dal progetto di legge
di iniziativa parlamentare alla Camera (A.C. n. 1250) che considera
in termini analoghi il controllo di vicinato.
La legge regionale n. 34 del 2019 si limiterebbe d'altronde a
considerare «gli aspetti eminentemente sociali e culturali del
fenomeno [...], senza intervenire in merito agli aspetti di ordine
pubblico [o alle] politiche relative alla sicurezza integrata
impostate con il D.L. 14/2017».
2.3.- Quanto poi alle specifiche disposizioni impugnate in via
subordinata dal ricorso statale, la Regione Veneto ne sostiene in
parte la non fondatezza, e in parte l'inammissibilita'.
Per quanto riguarda l'art.2, comma 2, esso avrebbe mera natura
definitoria, come tale inidonea a interferire con la disciplina
statale. Cosi' come definito dalla disposizione in parola,
d'altronde, il controllo di vicinato non costituirebbe uno strumento
di politica criminale, ma una delle forme e dei sistemi coordinati e
integrati di vigilanza e sicurezza locale e di quartiere di cui alla
legge della Regione Veneto 7 maggio 2002, n. 9 (Interventi regionali
per la promozione della legalita' e della sicurezza), rappresentando
esercizio di competenza «esclusivamente nell'ambito della "promozione
della legalita'", quale materia-valore tesa alla diffusione di valori
di civilta' e pacifica convivenza su cui si regge la Repubblica, che,
di per se', non costituisce, ne' puo' costituire, una attribuzione
monopolistica in capo allo Stato».
In merito poi all'impugnazione dei commi 3 e 4 dell'art. 2, in
tema di modalita' attraverso cui attuare il controllo di vicinato e
di promozione regionale di accordi o protocolli di intesa per il
controllo di vicinato, si tratterebbe di disposizioni da cui non
derivano obblighi in capo agli organi statali, senza alcuna
violazione dell'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., essendo
la stipula degli accordi rimessa alla libera scelta delle parti, nel
rispetto dei limiti imposti dalla legislazione statale. Gli accordi
in questione sarebbero, d'altronde, quelli gia' previsti dall'art. 3,
comma 1, del d.l. n. 14 del 2017, cui rinvierebbe l'art. 2, comma 4,
della legge regionale impugnata; e la Regione, lungi dal dar luogo a
soluzioni unilaterali e autoritative, opererebbe solo come
«catalizzatore in funzione della promozione di soluzioni di controllo
di vicinato», «nel solco gia' tracciato dalle linee generali e dalle
linee guida» previste dal d.l. n. 14 del 2017.
La censura concernente l'art. 3, comma 2, lettera b), della legge
regionale impugnata sarebbe poi inammissibile, non avendone il
ricorso mostrato l'interferenza con i compiti svolti dalle autorita'
di pubblica sicurezza statali nell'ambito dell'analisi strategica dei
fenomeni criminali, il monitoraggio regionale vertendo in realta'
solo sugli effetti delle misure regionali.
Infine, l'art. 5, impugnato in ragione dell'interferenza che la
banca dati regionale ivi prevista causerebbe rispetto all'attivita'
di monitoraggio e raccolta dati delle forze dell'ordine statali,
avrebbe, in realta', il solo scopo di «monitorare l'efficacia delle
misure attuative del controllo di vicinato», mentre la funzione
ulteriore di «analisi dell'impatto sul territorio regionale delle
diverse tipologie di reato» sarebbe subordinata «alla sottoscrizione
di un'apposita convenzione con il Ministero dell'Interno». Non vi
sarebbe, pertanto, alcuna interferenza o sovrapposizione con le
banche dati del CED interforze di cui all'art. 7, comma 1, della
legge 1 aprile 1981, n. 121 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione
della pubblica sicurezza), avendo la banca dati regionale il solo
scopo di monitorare le attivita' svolte dagli enti locali «in
attuazione dei protocolli di intesa e dei patti per la sicurezza e di
verificarne gli effetti con la fornitura, proprio da parte dello
stesso Ministero degli Interni, dei dati sull'andamento
dell'attivita' repressiva dei reati».
3.- In prossimita' dell'udienza, l'Avvocatura generale dello
Stato ha depositato memoria, contestando gli argomenti della Regione
e ribadendo le tesi gia' articolate nel ricorso introduttivo.
In particolare, la difesa statale osserva che dal progetto di
legge statale sul controllo di vicinato (A.C. n. 1250, citato dalla
stessa difesa regionale) emergerebbe una perfetta sovrapponibilita'
con i contenuti della legge regionale impugnata, la quale finirebbe,
cosi', per introdurre «differenziazioni su base regionale, che
potrebbero pregiudicare la stessa efficacia dell'intervento
legislativo dello Stato». Lungi dal «considerare solo gli aspetti di
relazione associativa del fenomeno», anche la legge regionale - al
pari del progetto di legge statale - recherebbe infatti «una
disciplina organica del controllo di vicinato, anticipando - di fatto
- l'approvazione dell'iniziativa parlamentare e interferendo - in
questo modo - con l'esercizio delle attribuzioni statali in materia».
D'altra parte, osserva l'Avvocatura generale dello Stato nella
propria memoria, la disciplina del controllo di vicinato non
rientrerebbe tra gli ambiti di intervento demandati alle Regioni dal
d.l. n. 14 del 2017, il cui art. 3 limiterebbe gli interventi
regionali «ad iniziative - di carattere amministrativo - volte alla
promozione e al sostegno - anche finanziario - delle politiche di
sicurezza integrata», e pertanto sarebbe «del tutto inidone[o] a
legittimare un intervento legislativo [...] che di fatto introduce,
nell'ordinamento regionale, la disciplina organica di un nuovo
strumento di contrasto alla micro-criminalita' urbana».
Con riguardo poi alle singole disposizioni impugnate, l'art. 2,
comma 2, della legge regionale in esame non potrebbe dirsi, come
sostenuto dalla Regione, norma priva di capacita' lesiva: delimitando
l'ambito di applicazione oggettivo della legge regionale impugnata e
precisando i caratteri e le funzioni del controllo di vicinato, tale
disposizione chiarirebbe infatti espressamente che tra le sue
funzioni vi e' quella di contribuire «all'attivita' istituzionale di
prevenzione generale e controllo del territorio», con cio' offrendo
una nozione regionale del «controllo di vicinato» che
pregiudicherebbe «quelle imprescindibili esigenze di uniformita', che
solo la legge dello Stato potrebbe garantire mediante l'elaborazione
di una definizione valevole su tutto il territorio nazionale».
Non risponderebbe, poi, al vero che l'art. 2, commi 3 e 4, e
l'art. 4, comma 1, della legge regionale impugnata non
interferirebbero con le competenze statali, in quanto limitate a
prevedere la stipulazione dei protocolli di intesa di cui all'art. 3,
comma 1, del d.l. n. 14 del 2017. Gli accordi in materia di sicurezza
integrata cui tale norma statale rimanda, infatti, non potrebbero
vertere nella materia del controllo di vicinato; ne' le norme
regionali impugnate richiamerebbero in alcun modo le garanzie
procedurali stabilite nelle linee generali cui il d.l. n. 14 del 2017
rinvia «a tutela delle attribuzioni istituzionali dei soggetti
coinvolti nelle politiche di sicurezza integrata». Lo stesso art. 2,
comma 4, della legge regionale impugnata contemplerebbe del resto il
ricorso agli accordi tra Stato e Regione come mera ipotesi residuale,
praticabile qualora ricorrano «condizioni» non meglio precisate;
sicche' le norme regionali in questione finirebbero per introdurre
«strumenti innovativi e ulteriori rispetto a quelli previsti dal
citato decreto legge, il cui obiettivo specifico e' quello di
garantire l'attuazione del "controllo di vicinato", inteso [...] come
istituto di rafforzamento del controllo del territorio», con cio'
invadendo le competenze esclusive statali di cui ai parametri
invocati.
Non condivisibile sarebbe anche l'interpretazione dell'art. 3,
comma 2, della legge regionale impugnata offerta dalla difesa
regionale. Tale norma infatti non si limiterebbe a prevedere
l'analisi dei risultati delle azioni di controllo di vicinato, senza
interferire con l'attivita' di monitoraggio spettante alle forze di
polizia dello Stato, posto che alla lettera b) disciplina
espressamente la raccolta di dati e informazioni «sulla sicurezza nel
contesto di riferimento», con cio' eccedendo il mero monitoraggio del
controllo di vicinato e interferendo con i compiti di raccolta dati e
informazioni sull'ordine e la sicurezza demandati al Ministero
dell'interno dall'art. 6 della legge n. 121 del 1981.
D'altronde, tale interferenza sarebbe ulteriormente provata
dall'art. 5 della legge regionale impugnata, ove si prevede «la
creazione di una banca dati» regionale finalizzata, tra l'altro,
all'analisi «sulla situazione concernente le potenziali tipologie di
reati ed il loro impatto sul sistema territoriale» regionale; con il
che si dimostrerebbe che il monitoraggio regionale non riguarderebbe
solo l'efficacia degli interventi a favore del controllo di vicinato,
bensi' anche «l'analisi del tipo di criminalita' presente sul
territorio e l'impatto che essa ha in ambito regionale», trattandosi,
in proposito, delle medesime funzioni attribuite dalla legge n. 121
del 1981 alla banca dati del CED, la cui disciplina - rientrando
nella competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di
ordine e sicurezza pubblica - apparirebbe in radice preclusa
all'intervento del legislatore regionale.

Considerato in diritto

1.- Con il ricorso indicato in epigrafe, il Presidente del
Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura
generale dello Stato, ha impugnato la legge della Regione Veneto 8
agosto 2019, n. 34 (Norme per il riconoscimento ed il sostegno della
funzione sociale del controllo di vicinato nell'ambito di un sistema
di cooperazione interistituzionale integrata per la promozione della
sicurezza e della legalita'), assumendone il contrasto
complessivamente con gli artt. 117, secondo comma, lettere g) e h), e
118, terzo comma, della Costituzione.
1.1.- In via principale, la legge e' impugnata nella sua
interezza, in quanto contraria, secondo il Presidente del Consiglio
dei ministri:
- all'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., che preclude in
radice al legislatore regionale la disciplina dell'ordine pubblico e
della sicurezza;
- all'art. 118, terzo comma, Cost., che riserva il coordinamento
in detta materia al legislatore statale e, conseguentemente, preclude
al legislatore regionale l'introduzione di regole di coordinamento
interistituzionale;
- all'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost., che riserva al
legislatore statale l'ordinamento e l'organizzazione amministrativa
dello Stato e degli enti pubblici e, conseguentemente, preclude al
legislatore regionale di disporre delle competenze e delle
attribuzioni di organi ed uffici pubblici statali.
1.2.- In via subordinata, sono impugnate le seguenti singole
disposizioni della medesima legge regionale:
- gli artt. 1, 2, commi 2, 3 e 4, e 4, comma 1, lettera a), con
riferimento a tutti e tre i parametri costituzionali menzionati;
- gli artt. 3, comma 2, lettera b), e 5, con riferimento al solo
art. 117, secondo comma, lettera h), Cost.
2.- La Regione ha eccepito l'inammissibilita' delle censure
riferite all'intera legge impugnata, in quanto meramente assertive e
generiche.
L'eccezione e' infondata.
La legge regionale n. 34 del 2019 detta un'articolata disciplina
relativa al controllo di vicinato, definito all'art. 2, comma 2, e al
quale si riferiscono tutte le altre disposizioni, con la sola
eccezione dell'art. 1, che enuncia generici obiettivi di promozione
della civile e ordinata convivenza nelle citta' e nel territorio, da
attuarsi mediante la collaborazione tra istituzioni e societa' civile
nonche' attraverso la partecipazione di quest'ultima alle politiche
pubbliche. Tali obiettivi sono poi declinati dalla parte restante
della legge con riferimento esclusivo - appunto - al controllo di
vicinato.
La legge regionale ha, dunque, un contenuto fortemente omogeneo,
che ad avviso del Presidente del Consiglio dei ministri impinge nella
sua globalita' in competenze esclusive dello Stato, la cui allegata
invasione e' oggetto di puntuale analisi da parte dell'Avvocatura
generale dello Stato: dal che l'ammissibilita' dell'impugnativa
dell'intera legge (si vedano, analogamente, le sentenze n. 143 e n.
128 del 2020 e n. 194 del 2019).
3.- Nel merito, il ricorso e' fondato rispetto all'intera legge,
con riferimento agli artt. 117, secondo comma, lettera h), e 118,
terzo comma, Cost.
3.1.- L'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost. sancisce
l'esclusiva competenza statale in materia di ordine pubblico e
sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale; mentre
l'art. 118, terzo comma, Cost. riserva alla legge statale la
disciplina delle forme di coordinamento fra Stato e Regioni in questa
materia.
Il thema decidendum consiste dunque nel determinare se, come
ritiene la difesa statale, la legge regionale impugnata incida
effettivamente sulla materia dell'ordine pubblico e della sicurezza;
e se, in caso affermativo, essa sia riconducibile a forme di
coordinamento fra Stato e Regioni in materia di ordine pubblico e
sicurezza gia' contemplate da una disciplina statale adottata ai
sensi dell'art. 118, terzo comma, Cost.
3.2.- La recente sentenza n. 285 del 2019 ha ricapitolato la
giurisprudenza di questa Corte relativa alla nozione di ordine
pubblico e sicurezza, approdando a esiti che meritano in questa sede
di essere integralmente confermati.
L'endiadi contenuta nella lettera h) dell'art. 117, secondo
comma, Cost. allude al complesso di «funzioni primariamente dirette a
tutelare beni fondamentali, quali l'integrita' fisica o psichica
delle persone, la sicurezza dei possessi ed ogni altro bene che
assume primaria importanza per l'esistenza stessa dell'ordinamento»
(sentenza n. 290 del 2001). Tali funzioni, ha osservato questa Corte
nella sentenza n. 285 del 2019, costituiscono una «materia in senso
proprio, e cioe' [...] una materia oggettivamente delimitata»,
rispetto alla quale la prevenzione e repressione dei reati
costituisce uno dei nuclei essenziali; materia che, peraltro, «non
esclude l'intervento regionale in settori ad essa liminari»,
dovendosi in proposito distinguere tra un «nucleo duro della
sicurezza di esclusiva competenza statale», definibile quale
«sicurezza in "senso stretto" (o sicurezza primaria)», e una
«sicurezza "in senso lato" (o sicurezza secondaria), capace di
ricomprendere un fascio di funzioni intrecciate, corrispondenti a
plurime e diversificate competenze di spettanza anche regionale».
Conseguentemente, «[a]lle Regioni e' [...] consentito realizzare
una serie di azioni volte a migliorare le condizioni di vivibilita'
dei rispettivi territori, nell'ambito di competenze ad esse assegnate
in via residuale o concorrente, come, ad esempio, le politiche (e i
servizi) sociali, la polizia locale, l'assistenza sanitaria, il
governo del territorio» (ancora, sentenza n. 285 del 2019),
rientranti per l'appunto nel genus della "sicurezza secondaria".
In coerente applicazione di questi principi, recenti pronunce di
questa Corte hanno ad esempio ritenuto costituzionalmente legittime
normative regionali che promuovono «azioni coordinate tra
istituzioni, soggetti non profit, associazioni, istituzioni
scolastiche e formative per favorire la cooperazione attiva tra la
categoria professionale degli interpreti e traduttori e le forze di
polizia locale ed altri organismi, allo scopo di intensificare
l'attivita' di prevenzione nei confronti dei soggetti ritenuti vicini
al mondo dell'estremismo e della radicalizzazione attribuibili a
qualsiasi organizzazione terroristica» (sentenza n. 208 del 2018),
che mirano a contrastare il cyberbullismo attraverso programmi di
promozione culturale e finanziamenti regionali nell'ambito
dell'educazione scolastica (sentenza n. 116 del 2019), o ancora ad
istituire osservatori sulla legalita', con compiti consultivi e
funzioni di studio, ricerca e diffusione delle conoscenze sul
territorio, nonche' a promuovere e sostenere la stipula di
"protocolli di legalita'" tra prefetture e amministrazioni
aggiudicatrici per potenziare gli strumenti di prevenzione e
contrasto dei fenomeni corruttivi e delle infiltrazioni mafiose
(sentenza n. 177 del 2020).
Sono state invece dichiarate costituzionalmente illegittime
normative regionali suscettibili di produrre interferenze, anche solo
potenziali, nell'azione di prevenzione e repressione dei reati in
senso stretto, considerata attinente al nucleo della "sicurezza
primaria" di esclusiva competenza statale (si vedano, ad esempio, la
gia' citata sentenza n. 177 del 2020, che ha annullato una
disposizione regionale istitutiva di una banca dati dei beni
confiscati alla criminalita' organizzata esistenti sul territorio
regionale, in ragione della sua interferenza con i compiti della
Banca dati nazionale unica per la documentazione antimafia; la
sentenza n. 35 del 2012, relativa a una normativa regionale in
materia di tracciabilita' dei flussi finanziari per prevenire
infiltrazioni criminali; la sentenza n. 325 del 2011, relativa a una
legge regionale che istituiva un'agenzia avente compiti
sostanzialmente sovrapponibili a quelli dell'Agenzia statale per
l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati
alla criminalita' organizzata).
Deve essere infine segnalato che lo stesso legislatore statale -
con il decreto-legge 20 febbraio 2017 n. 14 (Disposizioni urgenti in
materia di sicurezza delle citta'), convertito, con modificazioni,
nella legge 18 aprile 2017, n. 48 - ha dettato, in attuazione
dell'art. 118, terzo comma, Cost., un'articolata disciplina volta a
coordinare l'intervento dello Stato e delle Autonomie territoriali
nella materia della "sicurezza integrata", da intendersi come
«l'insieme degli interventi assicurati dallo Stato, dalle Regioni,
dalle Province autonome di Trento e Bolzano e dagli enti locali,
nonche' da altri soggetti istituzionali, al fine di concorrere,
ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e responsabilita', alla
promozione e all'attuazione di un sistema unitario e integrato di
sicurezza per il benessere delle comunita' territoriali» (art. 1,
comma 2, d.l. n. 14 del 2017).
«Nel disegno del legislatore statale» - come rileva ancora la
piu' volte menzionata sentenza n. 285 del 2019 - «l'intervento
regionale dovrebbe assicurare le precondizioni per un piu' efficace
esercizio delle classiche funzioni di ordine pubblico, per migliorare
il contesto sociale e territoriale di riferimento, postulando
l'intervento dello Stato in relazione a situazioni non altrimenti
correggibili se non tramite l'esercizio dei tradizionali poteri
coercitivi».
3.3.- La legge regionale in questa sede impugnata mira
essenzialmente a promuovere la «funzione sociale del controllo di
vicinato come strumento di prevenzione finalizzato al miglioramento
della qualita' di vita dei cittadini» (art. 2, comma 1), favorendo
altresi' la stipula di accordi o protocolli di intesa in materia tra
gli uffici territoriali di governo e le amministrazioni locali (art.
2, comma 4), sostenendone in vario modo l'attivita' (artt. 3 e 4), e
istituendo una banca dati per il monitoraggio dei relativi risultati
(art. 5).
Tutto questo complesso di interventi ruota attorno alla nozione
di «controllo di vicinato», definita dall'art. 2, comma 2, come
«quella forma di cittadinanza attiva che favorisce lo sviluppo di una
cultura di partecipazione al tema della sicurezza urbana ed integrata
per il miglioramento della qualita' della vita e dei livelli di
coesione sociale e territoriale delle comunita', svolgendo una
funzione di osservazione, ascolto e monitoraggio, quale contributo
funzionale all'attivita' istituzionale di prevenzione generale e
controllo del territorio. Non costituisce comunque oggetto
dell'azione di controllo di vicinato l'assunzione di iniziative di
intervento per la repressione di reati o di altre condotte a vario
titolo sanzionabili, nonche' la definizione di iniziative a
qualsivoglia titolo incidenti sulla riservatezza delle persone».
Ritiene questa Corte che - nonostante l'esplicita esclusione dai
compiti del controllo di vicinato della possibilita' di intraprendere
iniziative per la «repressione di reati» o comunque incidenti sulla
riservatezza delle persone - l'espressa menzione, nella disposizione
appena citata, della «attivita' istituzionale di prevenzione generale
e controllo del territorio», lungi dall'alludere a mere
«precondizioni per un piu' efficace esercizio delle classiche
funzioni di ordine pubblico» (sentenza n. 285 del 2019) riconducibili
alla nozione di "sicurezza secondaria", non possa che riferirsi alla
specifica finalita' di "prevenzione dei reati", da attuarsi mediante
il classico strumento del controllo del territorio.
Tale finalita' costituisce il nucleo centrale della funzione di
pubblica sicurezza, certamente riconducibile - assieme alla funzione
di "repressione dei reati" - al concetto di "sicurezza in senso
stretto" o "sicurezza primaria", di esclusiva competenza statale ai
sensi dell'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost.
In secondo luogo, il successivo comma 4 del citato art. 2 impegna
la Giunta regionale a promuovere la stipula di accordi o protocolli
di intesa tra Uffici territoriali di Governo ed enti locali «in
materia di tutela dell'ordine e sicurezza pubblica»: con conseguente,
ed esplicitamente rivendicata, interferenza del legislatore regionale
in una materia in cui l'intervento regionale e' in radice precluso,
al di fuori delle ipotesi disciplinate espressamente dal legislatore
statale ai sensi dell'art. 118, terzo comma, Cost. (ipotesi che, come
subito si dira', non ricorrono nella specie).
Ancora, la previsione all'art. 5 della legge regionale impugnata,
di una banca dati regionale finalizzata anche all'analisi della
«situazione concernente le potenziali tipologie di reati ed il loro
impatto sul sistema territoriale» - banca dati che la stessa difesa
regionale afferma dovrebbe essere alimentata, previa intesa con il
Ministero dell'interno, con i «dati sull'andamento dell'attivita'
repressiva dei reati» - mira ad affermare un ruolo della Regione
nello specifico e ristretto ambito della sicurezza "primaria"
riservata allo Stato, costituita dall'attivita' di prevenzione dei
reati in senso stretto.
Tutto cio', peraltro, senza che risulti chiaro quali siano i
precisi ambiti materiali, distinti appunto dall'ordine pubblico e
dalla sicurezza, e in ipotesi riconducibili alla sfera di competenza
regionale, interessati dalla disciplina all'esame.
3.4.- Ne', d'altra parte, le previsioni della legge regionale
impugnata appaiono riconducibili a forme di coordinamento fra Stato e
Regioni in materia di ordine pubblico e sicurezza gia' contemplate
dalla legge statale ai sensi dell'art. 118, terzo comma, Cost.
Il d.l. n. 14 del 2017 ha fissato il quadro generale delle
procedure e strumenti pattizi entro il quale lo Stato e le Autonomie
territoriali possono collaborare per realizzare interventi congiunti
aventi ad oggetto la «sicurezza integrata» - che presuppone
essenzialmente il coordinamento e lo scambio di informazioni tra
forze di polizia statali e polizia urbana - e la «sicurezza urbana» -
definita dalla legge statale come «il bene pubblico che afferisce
alla vivibilita' e al decoro delle citta', da perseguire anche
attraverso interventi di riqualificazione, anche urbanistica, sociale
e culturale, e recupero delle aree o dei siti degradati,
l'eliminazione dei fattori di marginalita' e di esclusione sociale,
la prevenzione della criminalita', in particolare di tipo predatorio,
la promozione della cultura del rispetto della legalita' e
l'affermazione di piu' elevati livelli di coesione sociale e
convivenza civile [...]» (art. 4 d.l. n. 14 del 2017).
Tuttavia, il d.l. n. 14 del 2017 certo non conferisce alle
Regioni la possibilita' di legiferare con specifico riferimento alla
promozione e organizzazione del coinvolgimento di «gruppi di soggetti
residenti nello stesso quartiere o in zone contigue o ivi esercenti
attivita' economiche» impegnati in attivita' di «osservazione,
ascolto e monitoraggio» funzionali alla «prevenzione generale» e al
«controllo del territorio» (art. 2, commi 2 e 3, della legge
regionale impugnata): attivita', tutte, inscindibilmente connesse con
la funzione di prevenzione dei reati svolta dalle forze di polizia, e
assai distanti da quelle espressamente menzionate dal decreto legge,
che appaiono invece agevolmente riconducibili alla tutela della
"sicurezza secondaria", nell'accezione sopra precisata.
Il d.l. n. 14 del 2017 prevede, inoltre, che la collaborazione
interistituzionale tra Stato, Regioni ed enti locali da esso
disciplinata si svolga mediante precise scansioni procedimentali;
scansioni in concreto realizzatesi, dopo l'entrata in vigore del
decreto-legge, mediante l'adozione, con l'accordo del 24 gennaio 2018
in sede di Conferenza unificata, delle linee generali delle politiche
pubbliche per la promozione della sicurezza integrata, in attuazione
delle quali e' previsto che possano essere stipulati tra singole
Regioni (o Province autonome) e lo Stato specifici accordi, i quali a
loro volta disciplinano gli interventi di promozione della sicurezza
integrata nel territorio di riferimento. Per la sicurezza urbana,
d'altro canto, il citato decreto-legge attribuisce alla Conferenza
Stato-citta' ed autonomie locali il compito di adottare - in coerenza
con le menzionate linee generali - delle linee guida (effettivamente
approvate il 26 luglio 2018), alla stregua delle quali possono essere
sottoscritti patti per l'attuazione della sicurezza urbana tra il
prefetto e il sindaco (art. 5 d.l. n. 14 del 2017).
La legge regionale impugnata disciplina invece direttamente, al
di fuori del quadro istituzionale menzionato, forme di collaborazione
tra Stato ed enti locali con il sostegno della Regione, in una
materia di esclusiva competenza statale, in cui l'intervento del
legislatore regionale e' ammissibile soltanto nel rispetto delle
procedure e dei limiti sostanziali stabiliti dal legislatore statale
ai sensi dell'art. 118, terzo comma, Cost. (in senso conforme,
sentenza n. 134 del 2004, richiamata poi dalle sentenze n. 322 del
2006 e n. 167 del 2010).
3.5.- Da tutto cio' consegue la fondatezza della censura,
spiegata in via principale dal ricorrente, di illegittimita'
costituzionale dell'intera legge regionale impugnata: e cio' sia con
riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., per avere
la stessa invaso una sfera di competenza esclusiva statale; sia con
riferimento all'art. 118, terzo comma, Cost., per avere la legge
regionale disciplinato forme di coordinamento tra Stato ed enti
locali in materia di ordine pubblico e sicurezza, con il sostegno
della stessa Regione, al di fuori dei casi previsti dalla legge
statale, e con modalita' non consentite da quest'ultima.
4.- Resta assorbita la doglianza formulata dalla difesa statale
con riferimento all'art. 117, secondo comma, lettera g), Cost.,
nonche' quella presentata in via subordinata sugli artt. 1, 2, commi
2, 3 e 4, 3, comma 2, lettera b), 4, comma 1, lettera a), e 5 della
medesima legge regionale n. 34 del 2019.
5.- La presente pronuncia di illegittimita' costituzionale riposa
esclusivamente sulla ritenuta invasione, da parte della Regione,
delle competenze riservate dalla Costituzione al legislatore statale.
Resta ferma naturalmente la possibilita', per la legge statale
stessa, di disciplinare il controllo di vicinato, eventualmente
avvalendosi del contributo delle stesse Regioni, come possibile
strumento - funzionale a una piena attuazione del principio di
sussidiarieta' orizzontale di cui all'art. 118, quarto comma, Cost.
(sentenza n. 131 del 2020) - di partecipazione attiva e
responsabilizzazione dei cittadini anche rispetto all'obiettivo di
una piu' efficace prevenzione dei reati, attuata attraverso
l'organizzazione di attivita' di ausilio e supporto alle attivita'
istituzionali delle forze di polizia. Strumento, quello menzionato,
che ben potrebbe essere ricondotto all'ampia nozione di sicurezza
urbana fornita dal d.l. n. 14 del 2017, e che e' del resto gia'
oggetto, nel territorio nazionale, di numerosi protocolli di intesa
stipulati dagli Uffici territoriali di Governo con i Comuni.



 

 


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