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1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 48 del 25-11-2020

N. 160 ORDINANZA (Atto di promovimento) 4 maggio 202

N. 160 ORDINANZA (Atto di promovimento) 4 maggio 2020 Ordinanza del 4 maggio 2020 del Tribunale di Verona sull'istanza proposta da M. E., C. F. e C. C. . Spese di giustizia - Nomina dei consulenti tecnici d'ufficio e dei periti nei giudizi di responsabilita' sanitaria - Incarichi collegiali - Determinazione del compenso globale - Esclusione dell'aumento del 40 per cento per ciascuno degli altri componenti del collegio previsto dall'art. 53 del d.P.R. n. 115 del 2002. - Legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonche' in materia di responsabilita' professionale degli esercenti le professioni sanitarie), art. 15, ultimo comma. (20C00276) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.48 del 25-11-2020

TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI VERONA

Il Giudice Massimo Vaccari ha emesso la seguente ordinanza nella
causa tra E. M., F. e C. C. rappresentati e difesi dall'avv. Romano
Angelo del foro di Cosenza;
Contro Azienda ospedaliera integrata di Verona rappresentata e
difesa dall'avv. Alessioli Fabrizio del foro di Verona.
Oggetto e iter del giudizio.
Con atto di citazione notificato in data 11 luglio 2018 E. M., F.
e C. C., in qualita' di figli ed eredi di A. C., hanno convenuto in
giudizio davanti a questo Tribunale l'Azienda ospedaliera
universitaria integrata di Verona per sentirla condannare al
risarcimento dei danni che hanno assunto di aver subito a seguito del
decesso del loro padre, A. C. avvenuto il 28 settembre 2015, che, a
loro dire, era stato determinato, perlomeno in via concausale, da una
infezione sviluppatasi, in ambiente ospedaliero, dopo che egli era
stato sottoposto, in data 17 agosto 2015, ad un intervento
neurochirurgico di asportazione della metastasi cerebellare presso il
reparto di Neurochirurgia della succitata azienda.
In data 3 ottobre 2019 questo giudice ha conferito incarico di
c.t.u. ad uno specialista in medicina legale e, a seguito della
segnalazione da parte di questi della sua necessita' di avvalersi di
uno specialista infettivologo per poter rispondere ai quesiti
postigli, in data 5 novembre 2019 e' stato conferito incarico ad uno
esperto in tale disciplina.
In data 21 gennaio 2020 i c.t.u. nominati, espletato l'incarico,
hanno depositato la relazione redatta congiuntamente e due distinte
istanze di liquidazione dei loro compensi, che questo giudice deve
valutare.
Rilevanza e non manifesta infondatezza della questione
Entrambe le suddette istanze di liquidazione postulano
l'applicazione, quale criterio di liquidazione, di quello a
vacazione, in conformita' all'insegnamento della suprema Corte che ha
affermato che l'onorario in misura fissa, previsto per la c.t.u.
medica dall'art. 20 del decreto ministeriale 30 maggio 2002, e'
applicabile esclusivamente agli accertamenti aventi ad oggetto lo
stato di salute della persona, mentre «ove la consulenza abbia avuto
ad oggetto la verifica della correttezza, secondo le regole della
scienza medica, dell'operazione chirurgica cui e' stata sottoposta
una delle parti, tale indagine ha una sua propria specificita', per
cui in tal caso, mancando un'apposita previsione in tabella, il
giudice puo' legittimamente fare ricorso al criterio fondato sulle
vacazioni» (Cass. 25 novembre 2011, n. 24992).
Viene pero' in rilievo nel caso di specie anche il disposto
dell'art. 15, ultimo comma, della legge 8 marzo 2017, n. 24, entrata
in vigore il 1° aprile di quell'anno, a mente del quale: «Nei casi di
cui al comma 1, l'incarico e' conferito al collegio e, nella
determinazione del compenso globale, non si applica l'aumento del 40
per cento per ciascuno degli altri componenti del collegio previsto
dall'art. 53 del testo unico delle disposizioni legislative e
regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del
Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115».
Orbene, l'applicazione di' tale norma al caso di specie
comporterebbe che, a fronte di una richiesta di un compenso di euro
2.418,93 da parte di ciascuno dei due c.t.u, si dovrebbe riconoscere
loro un compenso globale pari, al massimo, ad euro 2.418,93 (spese a
parte).
E' evidente infatti che la previsione sopra citata vieta in
maniera drastica l'aumento, nella misura del quaranta per cento, del
compenso spettante al singola, per ciascuno degli altri componenti
del collegio, che e' invece previsto, dall'art. 53 decreto del
Presidente della Repubblica n. 115/2002, per la quasi totalita' degli
incarichi collegiali.
La norma in esame deroga quindi in maniera vistosa a quest'ultimo
criterio che non solo prevede, in caso di perizia collegiale, un
aumento della misura del compenso ma ne correla l'entita' al numero
dei componenti del collegio e la cui applicazione al caso di specie
comporterebbe il riconoscimento ai ctu istanti della somma di euro
3.113,50. maggiore rispetto a quella sopra indicata.
Ebbene, tale difformita' tra le due discipline risulta
irragionevole, e viola pertanto l'art. 3 Cost., poiche' non vi e'
nessun motivo per retribuire l'attivita' dei compenti di un collegio
peritale in torna di responsabilita' sanitaria in misura inferiore
rispetto alle attivita' di collegi composti da esperti di discipline
diverse da quella medica o a quelle, che parimenti richiedono
differenti competenze mediche ma che si svolgono in altre tipologie
di controversie (si pensi ad esempio ad una c.t.u. in tema di
responsabilita' da sinistro stradale o da fatto illecito che richieda
il coinvolgimento di uno o piu' specialisti, oltre al medico legale).
A ben vedere un simile regime sottende una valutazione di minor
difficolta' delle c.t.u. in tema di responsabilita' sanitaria, che
non solo e' discriminatoria, perche' generalizzata, ma e' anche
infondata poiche' spesso questo tipo di indagini presentano un
discreto grado di difficolta' e richiedono un particolare impegno.
La scelta compiuta dal legislatore con la norma in esame risulta
irrazionale anche se la si confronta con quella che e' stata
effettuata nel fissare i criteri di quantificazione del compenso per
gli incarichi di c.t.u. collegiali alle quali partecipino medici
veterinari, farmacisti o infermieri.
Infatti quando la c.t.u. coinvolge una pluralita' di esperti in
una di quelle discipline (veterinaria, farmacia o scienze
infermieristiche() occorre far riferimento all'art. 2, comma 5, del
decreto del Ministero della salute 19 luglio 2016, n. 165
(Regolamento recante la determinazione dei parametri per la
liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per
le professioni regolamentate, ai sensi dell'art. 9 del decreto-legge
24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24
marzo 2012, n. 27. Medici veterinari, farmacisti, psicologi,
infermieri, ostetriche e tecnici sanitari di radiologia medica) il
quale prevede che:
«Nel caso di incarico collegiale il compenso e' unico, ma
l'organo giurisdizionale puo' aumentarlo fino al doppio».
In questa previsione il legislatore non ha ribadito il criterio
di proporzionalita' tra numero dei componenti del collegio peritale
ed entita' del compenso, fissato nell'art. 53 decreto del Presidente
della Repubblica n. 115/2002, ma ha riconosciuto al giudice la
possibilita' di liquidare un onorario maggiore di quello
riconoscibile al singolo c.t.u., sul presupposto che la perizia
collegiale giustifichi di per se' un incremento dell'onorario.
Orbene, a giustificare la difformita' della disciplina dell'art.
2, comma 5, decreto del Ministero della salute 19 luglio 2016, n. 165
con quella che viene in rilievo nel caso di specie non potrebbe
valere la considerazione per cui le c.t.u. menzionate nella prima
richiedono competenze specialistiche diverse da quella medica poiche'
si tratterebbe di un criterio arbitrario e discriminatorio.
Anche in questa prospettiva quindi la scelta sottostante alla
previsione in esame appare irragionevole.
Un ulteriore e distinto profilo di irrazionalita', e quindi di
contrasto con l'art. 3 Cost. e' poi desumibile dalle conseguenze che
tale intervento normativo ha determinato.
Esso ha infatti realizzato di fatto una riduzione del compenso
per i c.t.u., in un contesto in cui i criteri di computo erano gia'
inadeguati, per difetto. all'impegno richiesto per le prestazioni di
perizia o di interpretariato.
Vengono allora qui in rilievo i principi gia' affermati dalla
Corte costituzionale nella sentenza 8 luglio 2015, n. 192, che aveva
dichiarato l'illegittimita' costituzionale. dell'art. 106-bis del
decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo
unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di
spese di giustizia - Testo A). come introdotto dall'art. 1, comma
606, lettera b), della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (Disposizioni
per la formazione dei bilancio annuale e pluriennale dello Stato -
legge di stabilita' 2014), nella parte in cui non esclude che la
diminuzione di un terzo degli importi spettanti all'ausiliario del
magistrato sia operata in caso di applicazione di previsioni
tariffarie non adeguate a norma dell'art. 54 dello stesso decreto del
Presidente della Repubblica n. 115 del 2002. Anche in questo caso
siamo di fronte ad un intervento del legislatore, analogo a quello
censurato nella suddetta occasione dalla Corte, che ha comportato di
fatto una riduzione dei compensi dei c.t.u. che svolgano incarichi
collegiali nelle cause di responsabilita' sanitaria, nonostante non
si sia ancora provveduto all'adeguamento dei compensi degli ausiliari
del giudice, previsto dall'art. 54 del decreto del Presidente della
Repubblica n. 115 del 2002.
L'inerzia amministrativa, gia' stigmatizzata allora dalla Corte,
e' proseguita fino ad oggi cosicche' deve ritenersi vieppiu' attuale
e valido il giudizio allora espresso dal giudice delle leggi, secondo
il quale: «la base tariffaria sulla quale calcolare i compensi
risulta ormai seriamente sproporzionata per difetto, anche a voler
considerare, come richiede l'art. 50 del decreto del Presidente della
Repubblica n. 115 del 2002, che la misura degli onorari in esame,
rapportata alle vigenti tariffe professionali, dev'essere
contemperata (e quindi ridotta) in relazione alla natura
pubblicistica della prestazione richiesta (riduzione gia' attuata
nella fissazione dei valori di partenza).»
Se quindi la suddetta premessa e' applicabile al caso di specie
ad esso e' estensibile anche la conseguenza che da essa la Corte
aveva tratto in quella occasione: «tale mancata attuazione in sede
amministrativa, dei vincolo di adeguamento previsto dalla fonte
primaria (costituiva un dato caratterizzante della materia che si
apprestava ad incidere: e il non averne tenuto conto, nel momento in
cui veniva deciso un significativo intervento di riduzione, induce a
concludere, nella prospettiva segnata dall'art. 3 Cost., che la
scelta legislativa abbia superato il limite della manifesta
irragionevolezza.
Anche la disciplina sopra illustrata poi puo' determinare le
medesime le ricadute «di sistema» di quella esaminata allora poiche'
anch'essa «nelle condizioni descritte, puo' favorire, per un verso,
applicazioni strumentali o addirittura illegittime delle norme, a
fini di adeguamento de facto dei compensi (ad esempio mediante
un'indebita proliferazione degli incarichi o un pregiudiziale
orientamento verso valori tariffari massimi), e, per l'altro,
comportare un allontanamento, dal circuito dei consulenti d'ufficio,
dei soggetti dotati delle migliori professionalita'».



 

 


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